Prime dieci pagine
Margherita Candellero

Alcuni critici sostengono che per capire cosa significa vivere in Gran Bretagna sia necessario leggere i libri di Margaret Drabble.
Ho scoperto questa scrittrice grazie ad una cara amica inglese, intenditrice e amante della letteratura anglosassone, che da un po’ di tempo proponeva al gruppo delle lettrici di Cavour un testo di questa autrice, sua amica di gioventù, che rivede annualmente in meeting culturali a Cambridge.
Questo romanzo, “The Millstone”, si trova nella traduzione italiana di Marina Morpurgo col titolo L’OSTACOLO DI ROSAMUND dell’edizione astoria e si presenta con una gradevole veste tipografica – copertina rosso lucida – che in un tondo sotto il titolo riporta una fotografia di giovane donna: Pregnant Woman in Kitchen, che anticipa e fa da premessa alla storia che andremo a leggere.
E la trama di questa storia si dipana attorno ad una maternità dapprima non voluta, poi accettata e pienamente vissuta da Rosamund, giovane ricercatrice studiosa della poesia dell’età elisabettiana, single per convinzione e per scelta. Sul quarto di copertina del libro si legge: “Un romanzo senza tempo che racconta la straordinaria potenza della maternità, che riesce a cambiare le donne ben oltre ogni immaginazione.”
Siamo nella Londra degli anni cinquanta e Rosamund, figlia di intellettuali di sinistra dell’alta borghesia, di ritorno da Cambridge, dove ha svolto i suoi studi, e residente in un bell’appartamento di famiglia nel cuore della città, si destreggia tra due ragazzi coi quali amoreggia contemporaneamente, amicizie legate all’ambiente universitario, attività di studio e di insegnamento a studenti di provenienza e cultura diverse.
Rimarrà incinta però in un occasionale incontro amoroso con George, che forse le piace davvero, e da quel momento inizierà un percorso di maturità e di crescita attraverso la gravidanza e poi la nascita di Octavia che affronterà e gestirà in piena e consapevole solitudine.
Non è un romanzo di impronta femminista, non un libro sulla rivoluzione sessuale.
E’ una storia che, pur essendo collocata in un tempo e in luogo, li scavalca entrambi perché trasmette la forza che la maternità infonde alle donne che in Rosamund si riconoscono nel loro cambiamento di maturità.
In tutto questo c’è da chiedersi quale sia l’impronta inglese del libro da renderlo un esempio, se non un modello del vivere in Gran Bretagna.
L’elemento centrale sta proprio nella determinatezza di Rosamund nell’affrontare e nel gestire in solitudine tutta la vicenda.
Quando si è discusso del libro nel gruppo di lettrici donne è emerso in toni molto marcati come l’autosufficienza e l’autonomia di una donna inglese, in particolare degli anni cinquanta, segnino la differenza con il mondo femminile più mediterraneo al quale noi sentiamo di appartenere .
La capacità di saper fare da sé, senza dover ricorrere ad altri, ad aiuti esterni, senza patemi o complessi di colpa segna la linea di confine tra i due mondi, le due culture. Dalle nostre parti abbiamo avuto bisogno di una rivoluzione femminista per “prendere coscienza”, per scrollarci di dosso i pesi di un’educazione antica che condizionava i comportamenti e le scelte delle donne.
In Inghilterra, soprattutto nell’Inghilterra colta e benestante che ruotava attorno ai poli universitari di Oxford e Cambridge, no. Scegliere, decidere, organizzarsi, affrontare deliberatamente le situazioni, anche le più delicate e difficili apparteneva alla sfera del personale femminile ben prima del femminismo che ha caratterizzato gli anni sessanta.
Si legge all’inizio del romanzo, scritto in prima persona dalla protagonista: “Mi avevano inculcato l’idea dell’autosufficienza con tanta forza che la dipendenza mi appariva un peccato mortale. Una donna emancipata, ecco cos’ero: con una bottiglia di gin in mano aprivo la porta di casa mia con la mia chiave.” (pag. 7)
La solitudine che segna lo stile di vita di Rosamund non le impedirà però di chiedere aiuto quando si troverà nella necessità dopo la nascita di Octavia. La gravidanza e poi la maternità la porteranno a scoprire poco per volta l’ambiente ospedaliero dove dovrà imparare a farsi strada per ottenere le attenzioni che il suo stato richiede. “Avevo capito che da quel momento in poi anche a me, come a quella donna, sarebbe toccato chiedere aiuto, perfino agli sconosciuti: a me, che non ero neppure capace di chiedere amore o amicizia.”(pag. 85)
Di amore si tratta sicuramente quel conquistato istinto materno che le fa dire:”Octavia era una bambina straordinariamente bella. Lo dicevano tutti, nei negozi e sugli autobus e al parco, ovunque andassimo. La portavo a Regent’s Park ogni volta che me la sentivo di affrontare la discesa e salita in ascensore con la carrozzina. (…..) Era una bambina molto felice, e una volta che imparò a sorridere, non smise più di farlo. All’inizio sorrideva a tutto e a tutti, ai parchimetri e ai cani e agli estranei, ma crescendo cominciò a preferire me, e nulla mi estasiava più di quella sua evidente predilezione.” (pag. 139)
L’aspetto che più affascina di Rosamund è la dignità, la capacità di prendere in mano il suo destino. La si sente “attrezzata per guadagnarsi da vivere, per sempre, anche in un letto d’ospedale, o in qualunque altro posto.” (pag.136) Dice lei stessa di sentirsi abbastanza brava da potersela cavare, riuscendo a fare la madre, ma anche la ricercatrice, e anche l’insegnante armata dell’entusiasmo necessario per sostenere il ritmo che la vita le impone.
Se agli occhi del lettore domina la figura solitaria della protagonista, nel libro è costantemente presente il contesto inglese nel quale Rosamund si muove. Persone, ambienti, incontri, spostamenti: l’ospedale e il British Museum, le corse in taxi e la ricerca delle farmacie, i vicini di casa, i rapporti con gli studenti….
Questo intreccio tra personaggi e la società tratteggiata puntualmente nelle pagine del romanzo è sicuramente uno dei temi principali dell’opera di Margaret Drabble. Torna con aspetti molto marcati anche nell’altro libro tradotto che ho avuto occasione di leggere: VOLIERA ESTIVA (sempre edizione astoria) storia di due sorelle: Louise, bellissima e sofisticata; Sarah, spiritosa e intelligente.
Tra le due un legame complesso, giocato tra scelte di vita differenti: un matrimonio senza amore, all’insegna della bella vita e del denaro, destinato al fallimento, per Louise; l’incedere tra il desiderio di una vita autentica, libera e la ricerca di un amore che la appaghi per Sarah. Le voliere che danno titolo al libro sono le gabbie in cui ci si può rifugiare cercando comodità e posto in società, o spazi da cui prendere il volo col dubbio di gestire con fatica il proprio destino.
Questo romanzo è la prima opera che Margaret Drabble scrisse nel 1963 dopo un periodo di passione per il teatro (per alcuni anni aveva recitato nella Royal Shakespeare Company, come sostituta di Vanessa Redgrave), quando viveva col marito attore a Stratford-upon-Avon.
La difficile relazione tra le due sorelle raccontata nel testo sembra ricalcare il rapporto complicato che lei stessa ha vissuto e vive tuttora con la sorella scrittrice, forse più conosciuta, Antonia S. Byatt: tra di loro non si parlano e non si leggono.

Leggere i romanzi di questa scrittrice rimanda il gusto per la letteratura inglese femminile che dall’inizio dell’800 in poi ci nutre con un’intelligente, colta , piacevole scrittura sulla capacità e sulla possibilità delle donne di prendersi in mano la loro vita e gestirsela. Si torna in qualche modo al mondo di Jane Austen, che, in un tempo dominato dal potere maschile e dal patrimonio ereditario di famiglia, propone figure di donne capaci di scegliere il loro cammino con determinazione.

Grazie a Vivien che ci ha fatto scoprire Margaret Drabble e ci ha aiutate a conoscere attraverso i suoi libri l’intelligente vivacità e capacità di destreggiarsi delle donne nella società inglese.

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