Prime dieci pagine
Samuele Marabotto

La leggenda del trombettista bianco (Fazi editore), comincio a leggerlo alla Feltrinelli in un momento di pausa fra un appuntamento e l’altro.

Meno male che ci sono posti con poltrone e libri a bizzeffe a ospitarti, altrimenti in questa città rimarrebbero solo i caffè o le sale studio per studenti ad accoglierti, quando sei fuori casa e non hai tempo di rientrare. Solo che bere continuamente caffè non è molto salutare, meglio sfogliare e leggere qualcosa che ti butti fuori dalla realtà per una mezz’oretta.

È questo che fanno i romanzi. E Dorothy Baker ci riesce pur essendo già morta da un bel pezzo. È nata nel 1907 per morire nel ’68, dopo aver scritto qualche libro. Si è fatta affascinare da un trombettista, pensate un po’! La storia che ha scritto è tutta inventata, ma parte da un personaggio speciale, un artista che ha vissuto la sua vita come un fulmine, morendo prima dei trent’anni probabilmente fulminato dalla cirrosi epatica e dal troppo jazz soffiato dentro la sua tromba.

Quando mi sono tuffato fra le pagine di questo romanzo non sapevo quando fosse stato scritto e la scrittura che lo costruisce mi sembrava molto attuale, uno stile colloquiale e non convenzionale. Ho poi saputo che la Baker era vissuta proprio nel periodo in cui è ambientata la storia, siamo negli anni trenta e, se avessi avuto un cappello in testa,  me lo sarei tolto in segno di apprezzamento. Come si dice:”Tanto di cappello.”

La Baker è stata una scrittrice che ha giocato d’anticipo, inaugurando un modo di scrivere che ha poi fatto scuola per molti scrittori venuti molti anni dopo di lei. Nel prologo ci tratteggia Rick Martin, un giovane uomo che avendo  la musica nel sangue ha scavalcato le convenzioni americane del periodo, facendo comunella con i fratelli di colore che, lo avevano scoperto.

Evidentemente la scrittrice, non avendo materiale biografico di Rich Martin, si deve essere chiesta come doveva essere stata la vita di quest’uomo, nato in povertà, cresciuto dagli zii a Los Angeles, senza alcuna preparazione scolastica o musicale, che scopre la musica, pestando i tasti dei pianoforti che incontra nelle chiese o nei locali, ma che in seguito sceglie la tromba come strumento per esprimere la sua arte, riconosciuto e apprezzato dai musicisti neri del jazz come un genio e morto prima dei trent’anni per aver bevuto troppo e mangiato poco.

Le pagine del libro si rincorrono veloci, lo stile del racconto è piacevole e le immagini che si formano nella nostra mente sono in bianco e nero leggermente virate al colore seppia.

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