Prime dieci pagine
Samuele Marabotto

Cominciamo da Ammaniti. Alla Coop, FiorFood, della Galleria San Federico. Qui mi  trovo a scrivere per la prima volta. Del resto il posto è nuovo di zecca, appena inaugurato. Bello, non c’è che dire. Forse c’è un po’ troppo rumore per essere una libreria, ma di fatto non lo è. Da un lato dello spazio al piano superiore ci sono libri, dall’altro bottiglie di vino. Tutto messo veramente bene. Sfogli libri e poi passi a sbirciare le etichette delle bottiglie. Letteratura e vino, un bel connubio. Mi ha beccato Ammaniti, dicevo. Con la sua copertina in bianco e nero e il titolo rosso “Anna” che si fa vedere molto bene in mezzo a tutte le altre copertine. Scrivo per la prima volta da qui, è un esperimento. Di solito lo faccio alla feltri, ricordate? Beh, in questo posto è tutta un’altra storia. Prima di tutto ci sono sedie e tavoli e poi sotto di me c’è un cinema. Mica male. Al solito Ammaniti ti vuole tirare per la giacchetta in una storia dura, ma io sono di buon umore, impossibile non esserlo qui nel bel mezzo del FiorFood. Lui, Ammaniti, non poteva saperlo che avrei letto le prime pagine del suo romanzo in questa cattedrale del buon cibo, della cultura e del buon gusto. Si vede che per realizzare questo posto si sono impegnati. Siamo in una parte della città dove il successo lo puoi assaporare a grandi boccate. Qui, se sei bravo, porti a casa un successo dietro l’altro. E tutti quelli che hanno contribuito a creare questo posto lo sono stati davvero. Non ho ancora capito tutto. È naturale, mica sono così svelto. Mi ci devo abituare, ambientare. Mi devo sedere qui e stare a guardare, sentire, annusare, spiluccare pezzettini di libri che afferri dagli scaffali. Fare finta di niente, non lasciare credere che sono in libreria per comprare un libro. Forse si, ma non è detto. Sotto c’è la caffetteria e anche un bistrot, perciò potrei trovarmi qui anche solo per nutrirmi. Ma torniamo da Ammaniti. Parte con due pagine e mezza che servono a scrollarti le ragnatele dal cervello. Ci sono un sacco di morti, a partire da una mamma conciata parecchio male, su un letto, una flebo collegata al braccio, il cerotto incrostato di sangue e un bambino. È il figlio, con un trenino in mano, tre o quattro anni al massimo. La donna ha uno spasmo, si inarca, cerca di incamerare più ossigeno che può poi muore, lì, di fronte a suo figlio. Il bambino esce dalla stanza (di un ospedale?) e si imbatte in tutta una serie di cadaveri che per posizione sulle barelle e stato fisico del post mortem, risultano essere peggio del peggior film dell’orrore mai visto. In due pagine e mezza Ammaniti condanna il bambino a un’esistenza da psiscopatico, traumatizzato in tenera età in una manciata di secondi che sconterà per tutta la vita.
Tecnica, ci vuole tecnica. Prima di tutto per essere convincenti. Mica si possono scrivere cose del genere con leggerezza e incapacità narrativa. Non che qualcuno non lo faccia, ma Ammaniti è un maestro, ci sa fare, ti sbacalisce in due pagine e mezza, e se riesci a superare lo sgomento di tanto orrore concentrato in così pochi caratteri tipografici, volti pagina e scopri che la storia prosegue con questo titolo “Quattro anni dopo”. Le prime due pagine e mezza di “Anna” sono toste e funzionano e le si possono leggere grazie ad Einaudi che le ha pubblicate nella collana “Stile libero”.

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