Prime dieci pagine
Margherita Candellero

Tra le ultime interviste di Samuele Marabotto per primediecipagine compare quella a Marco Balzano, vincitore del Premio Campiello 2015 per il romanzo L’ULTIMO ARRIVATO edito da Sellerio.
Avevo letto questo libro alla sua comparsa in libreria lo scorso anno e mi era piaciuto per il tipo di storia, perché al centro del racconto c’è un bambino che narra in prima persona, per gli anni di cui si parla – anni sessanta -, per la centralità del maestro elementare, personaggio chiave per la formazione e i sogni del protagonista Ninetto.
Ora, dopo aver seguito l’intervista , ho ripreso in mano il libro e l’ho riletto con una maggior attenzione all’autore.
Marco Balzano è un insegnante, un insegnante che ama il suo mestiere, di cui parla con grande rispetto e ammirazione soprattutto nel ricordare il maestro elementare, responsabile dell’apprendimento del leggere e dello scrivere, i passaggi più difficili da imparare, quelli che forgiano la crescita mentale dei bambini.
La scrittura di questo bel libro è guidata dallo sguardo di chi sa l’importanza delle parole che sollecitano sogni e desideri nell’infanzia. Il linguaggio del racconto, come si legge nel quarto di copertina, ha una “cadenza sbilenca e fantasiosa” che si avvicina al parlare di un bimbo, ma tracciato dalla maestria di chi usa e soppesa le parole perché ne conosce il valore.
Ma…. Apriamo il libro. La prima pagina, in corsivo, ci presenta il protagonista adulto nella sofferta situazione di carcerato nell’attimo in cui è trasportato da una sorta di visione al “Ninetto pelleossa” di quando, bambino di nove anni, viveva a San Cono sulle pendici dell’Etna.
E subito dopo la memoria di quel se stesso bambino prende per mano il lettore e lo trasporta nella scuola elementare di Via dei Ginepri sul finire degli anni sessanta quando al Sud la miseria era tanta e la pastasciutta in tavola era un privilegio per pochi.
“Fino a nove anni ho vissuto di acciughe. Anzi, di un’acciuga al giorno. Me la rifilava mamma mia al mattino prendendola da un barattolo col sale rancido attaccato al vetro. La stiracchiava su una fetta di pane che lei chiamava “pane in cassetta” e mi diceva di stare alla larga dalla cucina fino a sera.”
In questo mondo dove durante gli intervalli ci si divertiva “a fottere la merenda di pane e mortadella al figlio del macellaio”, Ninetto si affeziona al maestro Vincenzo, suo vicino di casa, col quale si accompagna al mattino fino a scuola, che gli legge le poesie di Giovanni Pascoli e gliele fa amare al punto da cullare il sogno di diventare un giorno un poeta.
Così inizia il romanzo, che è un romanzo sull’emigrazione infantile verso il Nord che ha caratterizzato quegli anni. Nel decennio cinquanta/sessanta non erano infatti solo donne e uomini a spostarsi in massa verso le città del triangolo industriale; anche molti bambini, a volte minori di dieci anni, si allontanavano da casa e si trasferivano nelle lontane metropoli del Nord Italia.
La storia di Ninetto è la storia di un’emigrazione infantile dalla Sicilia a Milano, dove pulsava il cuore del boom economico.“Comunque non è che sono emigrato così, da un giorno all’altro. Non è che un picciriddu piglia e parte in quattro e quattr’otto. Prima mi hanno fatto venire a schifo tutte cose, ho collezionato litigate, digiuni, giornate di nervi impizzati, e solo dopo me ne sono andato via. Era la fine del ’59, avevo nove anni e uno a quell’età preferisce sempre il suo paese, anche se è un cesso di paese e niente affatto quello dei balocchi. Ma c’è un limite a tutto e quando la miseria ti sembra un cavallone che ti vuole ingoiare è meglio che fai fagotto e te ne parti, punto e basta.”
Così Ninetto parte e lascia dietro di sé una madre invalida e un padre che preferisce saperlo lontano ma con una possibilità seppur remota di futuro.
L’arrivo a Milano è traumatico a cominciare dalla stazione dove “Sulla banchina la gente era come un serpente umano, chi trasportava valigie, chi cartoni sulla testa, chi spingeva casse di legno. Uno stordimento unico. Si sentivano tante lingue incomprensibili e sembrava di stare sulla torre di Babele. E poi entrava nebbia pure in stazione ed era uno spettacolo da fare impressione.”
E al picciriddu interpellato dai passanti “napulì” la periferia della città verso la quale è diretto con Giuvà, suo compaesano e compagno di viaggio, appare “Un posto triste e squallido. Palazzoni e solo palazzoni, non è questione di non conoscere parole. E’ che al mondo esistono posti, persone, lavori per cui ne bastano pochissime. Per Baranzate due: palazzoni e ciminiere.”
In questo mondo anonimo e sconosciuto, assai poco ospitale per gli immigrati dal Sud, Ninetto non si perde d’animo: cammina senza fermarsi, cerca, chiede, trova un lavoro, una bicicletta.
Si avventura per strade e quartieri, incontra amici, scopre e si lascia attrarre dalle bellezza delle ragazze, vive emozioni, paure, timidi approcci e determinate decisioni per il suo futuro.
L’obiettivo è il posto in fabbrica, col salario fisso, da raggiungere appena compiuti 15 anni, traguardo che sancisce l’appartenenza al mondo adulto, che a sua volta consente di mettere su famiglia. E con Maddalena metterà su famiglia, dopo la fuitina e il matrimonio in Sicilia dove si torna col treno che ha le carrozze vuote, al contrario di quelli che portano al Nord stracarichi di emigranti in cerca di lavoro, in cerca di fortuna.

L’io narrante, il Ninetto protagonista del romanzo, parla da due diversi punti di vista: quello del bambino in Sicilia che si fa adolescente a Milano e quello dell’uomo di 57 anni appena uscito dal carcere dove è finito per un episodio di gelosia. La voce del bambino e quella dell’adulto si alternano e si intrecciano rimbalzando tra il presente e gli anni ’60 in un gioco di rimandi e di confronti.
E nel rimando di queste due voci si affacciano due mondi: quello della Milano di allora, che ci ricorda le scene dei film di Rosi come “Le mani sulla città” o di Visconti con “Rocco e i suoi fratelli” e quella di adesso, del tempo dell’ EXPO, segnata da un’altra immigrazione, quella della multiculturalità in cui il Ninetto adulto si trova sperso come il bambino di allora, ma con meno forza e meno volontà di riprendersi un posto per integrarsi.

Nella Nota a fondo libro l’autore parla del suo interesse per questo fenomeno dell’emigrazione infantile degli anni sessanta, che lo ha reso antropologo nella ricerca di alcuni bambini di allora, oggi settantenni, che è andato ad intervistare per conoscerne le storie. Sono le loro testimonianze che hanno dato il via a questo romanzo.
Molti lettori troveranno in L’ULTIMO ARRIVATO la memoria di un’epoca che ha segnato le nostre città dove, al ritmo di una crescita edilizia dissennata, sorgevano “alveari” che davano asilo a famiglie arrivate da un lontano Sud, che si sentivano sradicate, ma piene di aspettative e di speranze di riscatto e di miglioramento sociale ed economico in questo Nord sognato come un miraggio.
I più giovani avranno nel libro di Balzano una bella occasione per avvicinare una porzione di quelle storie che sembrano molto lontane nel tempo, ma che molto avvicinano il passato alle esperienze dei nuovi migranti altrettanto disorientati in un Occidente che, forse, è la loro unica speranza di vita.

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