Prime dieci pagine

Grazie a Umberto Eco, semiologo, filologo e scrittore, per averci emozionato e fatto crescere con le sue opere.

Mariel Giolito

Quando nel 1964 uscì Apocalittici e integrati, che diede l’avvio all’analisi e allo studio semiotico delle comunicazioni di massa in Italia, fu un immediato successo.
50 anni dopo: “La battaglia tra apocalittici ed integrati si è spostata sul web”, ha spiegato il semiologo riferendosi al celebre testo, “se ci pensate, oggi gli apocalittici sono quelli che criticano internet e ricevono in risposta “ah! lo odi”; dall’altro lato gli integrati odierni che lo usano incondizionatamente e ricevono la critica di chi li biasima “uso ancora la stilografica”. Però siamo ancora indietro a livello di elaborazione teorica. Mancano dei geni come Theodor Adorno e Walter Benjamin per strutturare una teoria”. (Davide Turrini, Il Fatto quotidiano, 12 marzo 2014)

Il nome della rosa è un romanzo scritto da Umberto Eco ed edito per la prima volta da Bompiani nel 1980.
Ecco il finale dell’autore nell’introduzione: “…così ora mi sento libero di raccontare, per il semplice gusto fabulatorio, la storia di Adso da Melk, e provo conforto nel ritrovarla così incommensurabilmente lontana nel tempo…, perché essa è storia di libri, non di miserie quotidiane, e la sua lettura può inclinarci a recitare, col grande imitatore da Kempis: “In omnibus requiem quaesivi, et nusquam inveni nisi in angulo cum libro.”(Ho cercato pace ovunque, senza trovarla mai tranne che in un angolo con un libro).

“Il computer non è una macchina intelligente che aiuta le persone stupide, anzi, è una macchina stupida che funziona solo nelle mani delle persone intelligenti”.
Dalla prefazione a Claudio Pozzoli “Come scrivere una tesi di laurea di laurea con il personal computer”, 1986.

“Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5.000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… Perché la lettura è un’immortalità all’indietro”.
Dall’articolo “Perché i libri allungano la vita” pubblicato sulla rubrica La bustina di Minerva, L’Espresso, 2 giugno 1991.

“Per me l’uomo colto non è colui che sa quando è nato Napoleone ma colui che sa dove andare a cercare l’informazione nell’unico momento della sua vita in cui gli serve, e in due minuti”. Da Se tutta la conoscenza è un viaggio giocoso, Stefano Bartezzaghi a colloquio con Umberto Eco, pubblicato su Repubblica il 1 settembre 2003.
“Quanto ci si deve fidare di Wikipedia? Dico subito che io mi fido perché la uso con la tecnica dello studioso di professione [… ] Ma io ho fatto l’esempio di uno studioso che ha imparato un poco come si lavora confrontando le fonti tra loro. E gli altri? Quelli che si fidano? I ragazzini che ricorrono a Wikipedia per i compiti scolastici? .
Dall’articolo “Ho sposato Wikipedia?”, pubblicato su L’Espresso il 4 settembre 2009.
Il 3 gennaio 2014 il semiologo e scrittore scrive al nipotino, riflettendo sulla tecnologia e un consiglio per il futuro: mandare a mente ‘La vispa Teresa’, ma anche la formazione della Roma o i nomi dei domestici dei tre moschettieri. Perché Internet non può sostituirsi alla conoscenza né il computer al nostro cervello.
“Volevo parlarti… di una malattia che ha colpito la tua generazione e persino quella dei ragazzi più grandi di te, che magari vanno già all’università: la perdita della memoria. È vero che se ti viene il desiderio di sapere chi fosse Carlo Magno o dove stia Kuala Lumpur non hai che da premere qualche tasto e Internet te lo dice subito. Fallo quando serve, ma dopo che lo hai fatto cerca di ricordare quanto ti è stato detto per non essere obbligato a cercarlo una seconda volta se per caso te ne venisse il bisogno impellente, magari per una ricerca a scuola. Il rischio è che, siccome pensi che il tuo computer te lo possa dire a ogni istante, tu perda il gusto di mettertelo in testa.”
Doveva uscire a maggio la raccolta di saggi dal titolo Pape Satan Aleppe, ma sarà nelle librerie la prossima settimana. “Aveva dato il visto ‘si stampi’ appena tre giorni fa”, racconta a LaPresse Elisabetta Sgarbi l’editrice protagonista insieme con Eco della fondazione di La nave di Teseo “ci teneva moltissimo, per lui era fondamentale difendere la concorrenza e la pluralità di offerta”.
”Dal 1985 pubblico su L’Espresso La Bustina di Minerva – scriveva – Ne sono state raccolte molte in Il Secondo Diario Minimo e poi La bustina di Minerva. Dal 2000 a oggi ne rimanevano moltissime, ho scelto quelle che potevano riferirsi al fenomeno della società liquida e dei suoi sintomi: crollo delle ideologie, delle memorie, delle comunità in cui identificarsi, enfasi dell’apparire etc… Cronache di una società liquida è il sottotitolo ma, data la varietà dei temi non unificabili sotto una sola espressione slogan, il titolo sarà Pape Satán Aleppe, citazione evidentemente dantesca che non vuole dire niente e dunque abbastanza.

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