Prime dieci pagine
Margherita Candellero

Quando mi sono trovata tra le mani questo libro sono stata attratta dalla copertina dove un funambolo cammina su un filo teso nel vuoto tenendosi in equilibrio con un lungo bilanciere e dal nome dell’autore che mi suona come uno pseudonimo (Ade: il dio degli inferi…. fratello di Zeus; Zeno da Zeus… dio del cielo e del fuoco…mah!) La presentazione sul quarto di copertina dice di lui che è nato a Torino nel 1979 e che ha esordito con il romanzo ARGOMENTI PER L’INFERNO (Editore Noreply 2009) finalista al Premio Tondelli. Insieme al collettivo Sparajurij dirige inoltre la rivista letteraria internazionale “ATTI IMPURI”. Direi che solo alla lettura di questi riferimenti lessicali ci sarebbe già materiale su cui imbastire congetture.
Il mese scorso un’amica mi ha regalato L’ANGELO ESPOSTO di Ade Zeno, pubblicato nell’aprile del 2015 dall’editore Il Maestrale.
Un certo senso di mistero ci accoglie a cominciare dalla citazione di S. Beckett che sta prima dell’inizio:

Son ombre une nuit
lui reparut
s’allongea pâlit
se dissolut.

Come nelle fiabe il luogo in cui si svolge il racconto è senza nome, mentre il tempo si colloca ai due capi di un mezzo secolo. Nella città senza nome cinquant’anni fa compare un funambolo, il più grande funambolo di tutti i tempi, di nome Repulsky, che esegue il suo numero sopra un fiume in piena. “L’uomo sul filo ondeggia a due passi dall’abisso come se niente fosse. Il cavo metallico disteso tra l’estremità più alta e il punto invisibile che tremula dalla parte opposta del ponte si flette sotto i suoi piedi nervosi deformando la linea retta in un lungo accenno di curva. E’ il segno tangibile del passaggio, una specie di firma fluida destinata a sparire sotto il peso di ogni movimento per poi ricominciare un attimo dopo, e via così, su e giù, fino all’ultimo passo.
L’uomo sul filo autografa il cielo.”
Tra la folla che lo sta a guardare con il fiato sospeso c’è un bambino, figlio di Vassilis Garbo, importante esponente del partito di maggioranza del Paese, che, magneticamente attratto dalla visione del funambolo sul filo, sale sulla balaustra del ponte e cade tra i vortici del fiume.
Sarà lo stesso Repulsky a trarlo in salvo, prima di scomparire per sempre tra i flutti.
Il narratore, quel ragazzino salvato miracolosamente, si sofferma su dettagli fermati un attimo prima del salto dal ponte: “le facce contrite delle persone che si spingono intorno, i colli flessi verso l’alto insieme alle tese dei cappelli, le fronti increspate dalle rughe. E poi il rumore del vento, l’odore salmastro dell’acqua, la visione dell’immenso ponte che unisce le due sponde lontane come galassie. Repulsky che brandisce l’asta per tenersi in equilibrio – un bilanciere di nove metri sottile e flessuoso – decidendosi finalmente ad azzardare il terzo passo; il cavo che oscilla, i capelli del funambolo che si ribellano, svelettano, danzano baldanzosi e contenti.”
A questa prima parte del racconto quasi magica per spettacolarità e tragicità subentra l’apparente, ordinaria vita di oggi. Stessa città, cinquant’anni dopo. Il piccolo di allora è un uomo non più giovane che divide le sue giornate tra un ufficio preposto alle intercettazioni del Ministero e le mura domestiche dove vive con la sua compagna, la Signorina Enne, cieca e affetta da una grave malattia. La loro unione è resa viva e gioiosa dai fantastici racconti che a due voci inventano sulle tracce delle intercettazioni che lui raccoglie al lavoro. Una vita regolare e tranquilla fino a quando non avvengono alcune morti piuttosto strane, sospetti omicidi, perché tutte successe a personaggi che cinquant’anni prima facevano parte dell’entourage del padre del protagonista, scomparso ormai da molti anni.
In qualche modo torna a farsi strada il personaggio Repulsky, che domina come un’entità esterna tutta la storia: presente nelle sue mirabolanti esibizioni di un tempo, leggendario nel ricordo collettivo, incombente con la sua assenza dalla scena delle vicende della città, quasi un fantasma sopravvissuto al fatale giorno di molti anni prima.
Le pagine che raccontano di Repulsky, figlio del ferroviere Christofer Onegin, tragicamente rimasto orfano ragazzino, che si trova “Nel giro di pochi giorni a basculare sulla strada come un vagabondo disposto a vendere l’anima pur di assicurarsi mezza forma di pane e un tetto contro gli uragani” sembrano respirare di vita propria all’interno del romanzo. Come se ci fossero due storie, quella del figlio di Vassilis Garbo, piccolo dai grandi sogni e uomo dalla vita piuttosto grigia ma ancora sognatore perché capace di narrare e quella di Repulsky, ragazzino vagabondo, “per sempre (…) ballerino dell’aria”, ombra narrante di se stesso da vecchio.
Due storie che si incontrano per la casualità degli eventi della vita che dal loro incontro prende forma e si colora, alla ricerca del suo senso.
Man mano che procedevo nella lettura della storia di Repulsky mi tornava alla mente il protagonista di un bel libro dello scrittore americano Paul Auster: Mr VERTIGO, comparso qualche anno fa negli ET Einaudi.
Anche il protagonista di questo romanzo è un ragazzino povero, orfano, senza futuro che possiede un talento naturale per il volo. Anche lui, come Repulsky ha bisogno di una guida, di una “maestro” che gli faccia scoprire le sue potenzialità. Repulsky nel suo peregrinare incontra Lilit : “Fino a quando, un bel giorno, qualcuno arrivò. Prima o poi qualcuno arriva sempre. Si chiamava Lilit. Nome bizzarro, faccia da mastino buono, qualche migliaio di idee sconnesse che gli rullano per la testa in un continuo turbinio di paradossi.” A Lilit spetterà “la responsabilità del battesimo sul filo(…). E’ lui a incoraggiarlo dopo averlo visto reggersi in equilibrio sul bordo di una vecchia vasca da bagno.”
Anche nel testo di Paul Auster il ragazzino Walt incontra un maestro, Maestro Yehudi, mezzo stregone e mezzo ciarlatano, l’ebreo ungherese che in anni di duro tirocinio gli insegnerà l’arte di volare trasformandolo in un’attrazione da circo. “Avevo dodici anni la prima volta che camminai sulle acque. A insegnarmi il trucco fu l’uomo vestito di nero e non sarebbe da me far finta di aver imparato nel giro di una notte. Maestro Yehudi, che mi aveva trovato quando di anni ne avevo solo nove, ero orfano e vagavo per le strade di Saint Louis mendicando spiccioli, mi aveva addestrato per tre anni di seguito prima di lasciarmi esibire i miei numeri in pubblico. Correva il 1927…”

Camminare sul filo ad altezze vertiginose per l’uno e sollevarsi in volo per l’altro: entrambi condividono la sfida alla legge di gravità e la tensione verso lo spazio.
Levità e libertà li caratterizzano entrambi.

Torniamo a L’ANGELO ESPOSTO: un libro da leggere con la disponibilità a lasciarsi sorprendere per alcune incursioni in una sfera che oscilla tra il magico e il prodigioso, che può destare curiosità, stupore, perplessità.

…ma L’ANGELO ESPOSTO Chi è?… Dove sta?

Leggiamo il libro e scopriremo quando e dove poterlo incontrare!!!!!

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