Prime dieci pagine
Ombretta Brondino

Marta rientra in casa e, dopo essersi ripresa sotto una doccia calda, si mette subito al lavoro, arginando l’accaduto in un anfratto ben sprangato del suo cervello e del suo cuore. Spesso le capita di voler vedere segni anche là dove non ci sono, illudendosi che la vita sia un susseguirsi di azioni e pensieri che ne generano altri conseguenti e strettamente legati ai primi. Crede con fermezza alle teorie sincroniche e annovera tra le sue letture il fior fiore degli esperti in materia ma ci sono giorni in cui tutto ciò la stanca e la fa sentire un’illusa del perché ad ogni costo, una fanatica del nulla è per caso e allora getta la spugna, si beve una birra e si spara nelle orecchie “Prendi la strada che porta fortuna, prendi la via che fa più paura … la vita è dura! E quando arriverà la domenica …” del suo Vasco, il suo consolatore dolce amaro, il suo folle saggio, il suo cantastorie adorato. “Non arrenderti mai, la vita è dura … non aspettare Godot” ecco, ogni volta che ascolta quella frase è come se una secchiata di acqua gelida le venisse rovesciata violentemente addosso destandola dalle sue divagazioni stralunate e obbligandola a rimettere tutti e due i pedi saldamente per terra. Con la musica in sottofondo, si prepara un toast e una spremuta e, acceso il pc, inizia a scrivere: l’energia accumulata durante l’uscita mattutina le concede di concentrarsi facilmente e termina l’articolo in appena un paio d’ore. Ritrovandosi nuovamente con la mente libera di vagare, il suo pensiero torna là, alle panchine dell’infinito, al libro grigio con la scritta rossa e all’idea balenatale in testa che quel libro fosse un messaggio. È pomeriggio avanzato ormai, il freddo è nuovamente pungente e chiunque, a quell’ora della domenica, penserebbe a rifugiarsi in casa con un bel libro in mano e una cioccolata calda da gustare ma lei non riesce a darsi pace e, dopo aver pianificato la sua serata al cinema con Valentine, la sua nuova collega belga, decide di fare un salto là, nel suo posto. Questa volta usa l’auto per spostarsi; il suo fine non è quello di camminare o svagarsi bensì di giungere a destino e vedere se qualcosa è cambiato nel frattempo in quella scena surreale o se tutto è come lei l’ha lasciato qualche ora prima. Parcheggia l’auto sulla strada e si addentra nel parco, il sole sta per tramontare e chi era uscito per un breve tour domenicale sta rientrando per godersi un po’ di tepore. Marta scorge le sue panchine concentriche da qualche metro di distanza e accostandosi non può fare a meno di notare una figura anziana di donna minuta, dai bianchi capelli raccolti sulla nuca, intenta ad “apparecchiare” le panchine, una per una, con la posa di un libro. Ne deposita uno diverso su ognuna dopo averlo levato da una grossa busta di plastica gialla che tiene con la mano sinistra; compie tale gesto con una lentezza e una cura tali da farla apparire agli occhi di Marta come la mossa di una fata, un folletto del bosco, una rivisitazione della Trilly di Peter Pan che, al posto della polvere dorata capace di far volare gli umani, sparge intorno a se la magia delle parole. L’incanto di una tale atmosfera l’avvolge completamente e, nascosta dietro ad un grosso tronco posato per terra, Marta continua ad osservare le sequenze silenziose e accurate di quella vecchina che pacatamente dissemina libri, al calare della sera, su un crocicchio di panchine verdi. La dolcezza del suo fare induce spontanea e rumorosa la domanda «Ti prego, dimmi perché lo fai», irrompe Marta in quell’incantesimo sospeso tra realtà e magia e l’anziana donna, senza scomporsi quasi come se sapesse di essere spiata, «lo faccio per me, per dare un senso alla mia esistenza». Le due donne si avvicinano e i loro sguardi s’incrociano fissandosi l’uno nell’altro. Marta la studia e la donna si lascia scrutare: pare una di quelle anime che non hanno nulla da perdere e tanto meno da nascondere «sei stata qui anche questa mattina vero? Io mi sono assopita un istante e dopo aver riaperto gli occhi ho visto…» Marta cerca affannosamente con lo sguardo tra i libri sparsi quel libro dalla copertina grigia «È per caso questo quello che cerchi?» chiede la vecchina porgendole il libretto «Sì, è lui! Devo confessarti che sono tornata qui stasera nella speranza di ritrovarlo. Oggi, non sapendo di chi fosse, non me la sono sentita di appropriarmene ma sono rimasta incuriosita dal fatto di essermelo trovato accanto oggi ed ho pensato che…» «Che fosse qui per te?» incede la donna tra l’affermazione e la domanda «Già, ho creduto ingenuamente che fosse qui per me. Un messaggio, un segno. Ecco perché sono tornata stasera».
«Infatti. Era lì per te». L’anziana donna glielo porge con la sua innata soavità dopo averlo estratto dalla busta gialla rimasta ormai pressoché vuota. Marta, incredula, allunga una mano per afferrarlo e con uno sguardo incredulo aggiunge «Per me? Ma allora oggi tu mi hai vista».
«Oggi ti ho osservata» dice sicura «La mia casa è lì» e indica un anfratto, lì accanto, nascosto tra le foglie e difficilmente visibile all’occhio umano, o meglio, la verità è che nessuno si aspetterebbe che un tale, inospitale luogo, lungo la riva di un fiume cittadino, possa rappresentare “casa” per qualcuno.
«Quindi tu mi hai vista arrivare e quando mi sono assopita tu…» non riesce a procedere tanto è lo stupore nel pensare che quella anziana donna abbia vegliato su di lei e, in qualche modo, se ne sia presa cura «Ho fatto ciò che faccio sempre. Ho cercato di dare “Consolazione” dice, strizzando l’occhio destro e parafrasando il titolo del libro. «Posso farti una domanda?» incalza Marta la quale man mano che le si avvicina per parlarle si accorge che la vecchina è praticamente sdentata e che le sue mani sono sporche e callose. Altro che una domanda vorrebbe farle ma trattiene la sua indole da giornalista d’assalto e si limita a dire «Tu fai questo ogni giorno? Regali libri alle persone?»
«Sì. Spargo parole e storie su questa panchine ogni giorno in modo che le persone possano trovare ascolto e conforto nelle loro pagine. Vengono qui la sera, prendono il loro libro e poi se ne vanno. Ho iniziato a farlo per chi, come me vive, per strada e non può permettersi di spendere denaro per leggere ma poi è diventata un’abitudine di molti qui intorno, ricchi e poveri. Per fortuna la lettura non fa distinzioni». Sempre più incuriosita Marta incombe sfacciata «E tu? Come fai a possedere tutti questi libri?»
«I libri sono la sola cosa che ho portato con me quando sono uscita di casa un giorno di molti anni fa, senza sapere dove andare. Ero un’insegnante e i libri erano e sono la mia identità. Senza di loro io non sono nulla» Marta si siede senza riuscire a scostare gli occhi dai suoi. La donna continua «La sola cosa che chiedo è che al termine della lettura me ne riportino un altro indietro in modo che anche io possa non rimanere mai digiuna di parole nuove. Per me sono la cosa più importante. Mi possono privare di ogni cosa ma non di quelle. E sono tutti come me quelli che vengono qui sai?» C’è poesia nelle sue parole, dolcezza nel suono della sua voce e una luce vivida e fervida nei suoi piccoli occhi celesti «Devi essere stata una magnifica insegnante e soprattutto appassionata dei tuoi alunni. Insegnavi materie letterarie, vero?» Marta ostenta una sicurezza tale da sembrare quasi fuori luogo in quel contesto surreale «Insegnavo tutto, italiano e matematica, nella scuola elementare del mio paese, in alta Val d’Aosta, ma la cosa che adoravo fare con i miei bambini era leggere. Andavamo nei boschi a farlo quando la stagione lo permetteva e quello era uno dei momenti più preziosi per me e per loro». Un tale ricordo sembra smuoverle qualcosa dentro, qualcosa che evidentemente appartiene ad un’altra vita, un altro mondo, completamente diversi da quelli odierni «Ora saranno tutti adulti» Afferma lei con non poco orgoglio «Avranno un magnifico ricordo di te, ne sono certa. Certi insegnanti sono in grado di cambiarti la vita e tu sei stata sicuramente uno di quelli». La donna la guarda e semplicemente aggiunge «Spero soprattutto che la loro vita sia stata felice e colma di parole intelligenti. Sai, le parole intelligenti generano pensieri sani e quindi persone felici. Belle parole e un bel cappotto caldo sono tutto nella vita. Prendi il tuo libro cara e ricordati solo la cortesia di riportarmene uno dei tuoi quando avrai terminato di leggerlo. Ora rientro che fa freddo e vedo che i miei lettori stanno arrivando».
L’anziana signora si ritira nel suo anfratto tra le foglie secche e Marta, visibilmente colpita, si avvia lentamente verso la sua auto con il libro stretto nella sua mano destra. Ad un certo punto si gira per godersi la vista di questo piccolo corteo di persone, saranno state a dir tanto una decina, che mestamente e in silenzio si avvicinano alle panchine dell’infinito, chi con un libro in mano e chi senza. Tutti pronti a prendere e restituire parole e pensieri intelligenti, come dice lei. Marta si rende conto di non sapere nemmeno il suo nome, ma forse, è giusto così.
Giunta a casa, apre il suo libro e si accorge di un particolare che le era sfuggito quella mattina; una frase scritta in stampatello rosso sulla seconda pagina, prima della prefazione, dice “DOPO AVER LETTO, RIPORTAMI UN ALTRO LIBRO LETTO DA TE. NON RESTIAMO A DIGIUNO DI PAROLE, MAI”.
«Valentine, ciao!» telefona alla collega con cui aveva appuntamento in serata «Scusami, ma stasera non me la sento di uscire. Ho avuto una domenica impegnativa, sono stanca e domani in redazione attacco presto. Abbi pazienza, facciamo un’altra volta» la liquida svelta, si accomoda nella sua vasca da bagno colma d’acqua calda fino all’orlo, e inizia la sua serata di lettura solitaria.
Quel libro la scalda a tal punto da voler rendere il favore alla fata delle panchine.
L’indomani di mattina molto presto, prima di recarsi in redazione, Marta si reca là e sulla panchina, oltre a Madame Bovary di Gustave Flaubert, lascia un pacco con dentro qualcosa di rosso e molto molto caldo. Un biglietto “A TE CHE MI HAI CONSOLATA CON LE PAROLE, NE LASCIO DI NUOVE E INTELLIGENTI INSIEME A QUALCOSA DI MOLTO CALDO CHE TI SARÀ UTILE IN QUESTO FREDDO INVERNO. TORNERÒ A TROVARTI PERCHÉ ORMAI QUESTO È ANCHE IL MIO POSTO”.

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