Prime dieci pagine
Ombretta Brondino

Uso le parole di Diego De Silva perché non saprei dire di meglio «Quando uno comincia a scrivere, scrive quasi sempre dei racconti. Il racconto, per chi inizia, è l’esperimento narrativo più accessibile per testare un talento che si sospetta di avere». Lui scrive queste efficaci parole in relazione all’autore di raccolte di racconti per eccellenza, Raymond Carver. E, sempre riferendo di lui e delle sue modalità narrative, aggiunge «È stato lui (soprattutto) ad insegnarci che possiamo fare letteratura anche parlando della nostra cucina. A non temere di raccontare fatti apparentemente insignificanti. A trovare interessante la vita anche quando nella vita accade poco, o quasi niente».
Diego De Silva e Raymond Carver mi hanno aiutata ad esprimere ciò che accade dentro di me quando mi accingo a raccontare una storia che altri mi hanno confidato o che, come più spesso accade, ho inventato di sana pianta raggruppando tasselli di vita raccolti qua e là, voci, musiche, angolature insolite, sensazioni, immagini che hanno colpito la mia anima ancor prima della mia immaginazione. Ascolto storie e percepisco in potenza la possibilità di crearne continuamente di nuove poi mi siedo davanti al mio pc e parto per un viaggio che non so mai dove mi condurrà ma che sono certa mi permetterà di introdurre, all’interno di una configurazione narrativa più o meno strutturata, quelle piccole-grandi cose della vita che per me sono importanti e mi rendono riconoscibile innanzitutto come persona e poi come aspirante scrittrice. Le mie cose importanti sono l’amore, le relazioni in genere, la libertà di espressione, le capacità intuitive, lo spirito creativo, la famiglia, l’indagine interiore, le amicizie, il lato oscuro e nero che ognuno tende a celare perfino a se stesso e quella fantasia dell’anima che unita al coraggio può cambiare le carte in tavola di una vita da un minuto all’altro. Dar voce alle piccole cose che penso su questi grandi ambiti dell’esistenza, attraverso i miei protagonisti e le loro vicende mi alleggerisce di un peso e, al contempo, mi rallegra.
Dando per assodato che io non sono Raymond Carver e, ahimè nemmeno Alice Munro o Nadine Gordimer, in questa rubrica Raccontami che ti racconto, per la cui possibilità ringrazio infinitamente Prime dieci pagine, non farò altro che raccontare, a modo mio, storie. Alcune più lunghe e altre più brevi, alcune risolte e altre sospese, alcune pervase da magia e altre da brutale realtà ma in tutte sarà ben visibile uno scorcio di verità dietro ad una prospettiva di finzione. Vorrei trascorrere le mie giornate a conoscere ed ascoltare persone che hanno dentro “quelle cose da dire”, proprio quelle che potrebbero fare la differenza per la loro vita ma purtroppo non posso farlo, o almeno non quanto vorrei, e allora ho affinato il mio apparato uditivo in modo da ascoltare là dove c’è da udire, ho allenato la mia vista ad osservare ogni particolare e sollecito continuamente la mia memoria a ricordare fatti, anche insignificanti, ma che potrebbero tornarmi utili nella descrizione di una scena o nella risoluzione di una vicenda. In ogni parola, detta o non detta, si nascondono storie piccole che, condite con i particolari della vita di ogni giorno e accompagnate da sensibilità e un pizzico di intuizione, possono trasformarsi in racconti e scorci di vita in cui il lettore può decidere la propria personale collocazione rispetto alla storia stessa o al personaggio. Sì insomma, tu lettore, se sei donna e stai soffrendo per amore, ti riconoscerai con più immediatezza nei panni di una protagonista femminile alle prese con figure maschili e troverai una sorta di identificazione consolatrice con la protagonista di quel racconto o invece la odierai a tal punto, proprio perché l’immedesimazione ti sarà insostenibile e l’unica modalità di leggerla sarà deriderla e sbeffeggiarla allontanandoti da lei (e da te). L’importante è espandersi in un senso o nell’altro, non rimanere fermi a ciò che ci accade ma cercare in altro da noi modalità diverse di vedere le cose. Infondo il protagonista di una storia, sia essa un romanzo o un semplice racconto, è qualcuno che entra nelle nostra vita in un certo giorno e in un dato momento storico della nostra esistenza in cui chissà cosa stiamo vivendo e non è affatto scontato che la sua presenza sia per noi piacevole e gradita. La magia accade invece quando crediamo che quel personaggio non abbia nulla da dirci e, al contrario, un suo gesto, un frammento di pensiero o il suo particolare modo di indossare quell’indumento spalancano un universo inaspettato e ricco di spunti. Credo fortemente che la vita e le letture vadano a braccetto, un po’ come accade con la musica, e che possano sostenersi a vicenda come, invece, sfidarsi. L’importante è che smuovano, rimescolino il sangue e le carte del nostro essere perché rimanere fermi penso sia l’errore più grave che si possa commettere.
E allora fatti avanti vita: Raccontami che ti racconto!

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