Prime dieci pagine
Ombretta Brondino

Nessuno mi crede.
Ho un male che mi martella costantemente, giorno e notte, la parte bassa della schiena. Un dolore sordo che mi divora e mi toglie il respiro. Sono vecchia, è vero, ma l’età non può giustificare questa lama conficcata dietro. Valerio è adorabile. Passa ogni giorno da qui, si prende cura di me e sbriga tutte le mie faccende ma non fa l’unica cosa che desidero veramente: non mi libera da questo dolore immenso. Potessi non sentire la sua dannata presenza per almeno per cinque minuti! Continuerei la mia vita di sempre senza arrecare disturbo e preoccupazione a tutti. Se nemmeno Valerio ci riesce, lui che quando qualcosa non va non si arrende e cerca incessantemente finché non trova una soluzione, deve essere davvero qualcosa di grave. Lo so con certezza ormai. Questo dolore osseo persistente e acuto mi induce a pensare, per la prima volta all’età di ottantacinque anni suonati, che la mia vita potrebbe essere agli sgoccioli e una malinconia indicibile mi attraversa da capo a piedi come un’ombra che, da qualunque parte ti sposti, non ti abbandona mai. Lo dicevo proprio ieri ad Arianna, mia unica e adorata nipote. «Mi è presa una malinconia, tesoro, che non so come spiegare. Sarà mica che devo morire?».
«Ma che dici nonna? Tu hai le stesse probabilità di morire che abbiamo tutti noi» sentenzia lei con la legittima velleità di chi desidera consolare e infondere coraggio ma è evidente che la sua convinzione vacilla. Che poteva dirmi? «Arianna ho male. Sai che sono una che non si lamenta ma questa volta è diverso. Desidero incontrare Don Mario. Lo chiameresti tu per me?»
Questo è il preludio della fine, della mia, e non ho bisogno che siano i medici a dirmelo. Non mi interessano le diagnosi, le cure, gli esami e tutto quel genere di artifici che ti tengono attaccato agli ultimi scampoli di vita. La sola cosa che chiedo è la sospensione immediata di questo male fisico. Il resto è già scritto.
Arianna mi comprende. Tra noi è sempre stato così sin dai primi anni della sua vita. Io e lei siamo cresciute insieme e ci siamo regalate a vicenda, nella prima e importantissima parte della sua esistenza e del mio ingresso nell’età matura, la compagnia più dolce che esista. «Va bene nonna, se è questo che vuoi, lo chiamerò io per te» conferma lei con dolce prontezza, riuscendo a rassicurarmi.
Aveva appena tre mesi quando ho iniziato ad occuparmene perché mia nuora riprendeva il lavoro in ufficio dopo il parto ed era costretta a stare fuori casa quasi tutto il giorno. Io vivevo con Valerio e la sua famiglia a quei tempi ma, qualche anno più tardi, per il bene di tutti, è stato necessario farmi da parte e trovarmi una sistemazione per conto mio. Le giornate con Arianna erano scandite dai suoi ritmi di neonata prima e, più tardi, dai suoi impegni di bambina: andavo a prenderla all’uscita di scuola, mangiavamo insieme e, dopo i compiti, la accompagnavo alle varie attività sportive o al parco. Essere con lei durante la sua crescita e assistere alla sua fioritura, giorno dopo giorno e anno dopo anno, è stato un dono ineguagliabile e meraviglioso che ha dato al mio esistere il senso che cercavo. In quanto madre di due maschi, partecipare così da vicino alla crescita di una nipote femmina, è stata un’esperienza nuova per me, senza contare che occuparsi di un nipote è tutta un’altra cosa rispetto all’essere madre. È più semplice, sei libero dalle responsabilità materiali e puoi dedicarti completamente al “dare” sia a livello affettivo che morale, senza dover mai “scegliere”. Lo so il mio ragionamento odora di viltà ma non è propriamente così; invecchiare con Arianna accanto ha significato ritagliarmi un tempo di qualità in cui espandermi ed ampliare la mente e le conoscenze oltre alla mia innata capacità di dare amore. Accanto a lei sono rimasta giovane nell’anima e nel corpo. «Ricordi nonna quando eravamo in campagna d’estate e la sera, nel lettone, mi leggevi storie o parabole del Vangelo trasformandole in piccoli avvincenti racconti?» Arianna cerca di distogliermi dall’ossessione del male fisico «Certo tesoro che me lo ricordo. E quanti segreti che mi raccontavi in quelle sere!» aggiungo io «Sai che sono sempre rimasti nostri vero?». «Sì nonna, lo so». Le confidenze così come le risate che ha condiviso con me o i pianti disperati quando non era possibile sfogarli con mamma e papà. «Sono di parte Arianna, lo sai, ma in te ho sempre visto una stella splendente, una bambina buona, una ragazza capace» ma castrata, e questo non lo dico a voce alta, da un maledetto desiderio di piacere sempre a tutti. Oggi percepisco in lei una donna forte e una madre attenta, anche se, e accade sempre più spesso nell’ultimo periodo, quel suo piglio esageratamente severo nasconde ancora una dannata insicurezza che la porta a voler vestire i panni del genitore perfetto. Rivedo me stessa alla sua età: quando si è genitori, tutto è più difficile, ci si gioca la faccia (e non solo) in prima persona perché i figli rinfacceranno a te, chiederanno il conto a te o ripagheranno te e solo te del tuo operato, nel bene e nel male, mentre ai nonni, lo riconosco, viene riservata la parte più bella e facile dell’intero gioco. I nonni viziano, consolano, ascoltano e vengono ripagati con affetto e gratitudine. Ricordo quando, non più tardi di due anni fa, venne a casa mia una domenica all’ora di pranzo per parlarmi. «Nonna devo dirti una cosa che mai avrei pensato di doverti comunicare: io e Giorgio ci stiamo separando» e in un istante la rividi fragile e indifesa come quando, da bambina, non sapeva come dire a sua madre che aveva preso un brutto voto a scuola o una nota sul diario. «Oh tesoro mi dispiace, devi stare malissimo», la mia reazione accogliente la fece sciogliere in un mare di lacrime ma almeno vuotò il sacco proprio come faceva allora «Sì, per me è la fine di un sogno, tu lo sai, un progetto in cui ho creduto con tutta me stessa. Credevo fossimo in due e invece…» queste furono le sole parole che riuscì a pronunciare «non combattere questo dolore, lascia che scavi solchi profondi dentro di te, questo è il solo modo per poterti un giorno rialzare. E mangia per favore Arianna, sei magra peggio di un chiodo! Non posso vederti in questo stato» poi aggiunsi «Non più tardi di cinquant’anni fa, avevo un paio d’anni in meno di te, la vita mi portava via il mio Marcello» mi guardò fissa negli occhi «Il nonno era gravemente malato come ben sai ma la sostanza non cambia, tesoro mio: si rimane sole, questo sì, ma si resta in piedi comunque. Convinciti di questa verità come quella inequivocabile secondo cui, in questo momento, la terra sta girando intorno al sole. Devi esserne certa, questa è l’unica realtà su cui devi concentrare le tue forze. Il resto verrà da sé». Le dissi queste parole credendoci e misi una tale forza e convinzione in esse che le sue lacrime cessarono di colpo così come finisce un temporale estivo e il sole torna improvvisamente a splendere. Si era resa conto che in quel momento non poteva permettersi di disperdere energie preziose e che le poche che le erano rimaste avrebbe dovuto convogliarle dentro sé con l’unico intento di riuscire a stare bene innanzitutto con se stessa e poi con i suoi bambini. Anche io rimasi sola con due figli poco più che adolescenti, i suoi sono più giovani, e ricordo il preciso istante in cui realizzai che quel mio stato di solitudine non sarebbe stato passeggero bensì definitivo. Io, a differenza sua, decisi, dopo la morte di Marcello, di restare sola. Lei no, non lo farà, è diversa da me e ringrazio Dio per questo. «Vedi Arianna» le dissi durante uno dei tanti nostri incontri che seguirono e durante cui mi chiese, con una certa voracità, di raccontarle i miei anni senza mio marito accanto. «Sarai stata corteggiata, eri una donna bellissima tu» incalzava incuriosita ma io continuai a battere sempre sullo stesso tasto «La vita da sole è dura. La solitudine è una condizione innaturale per chiunque e, per quanto in certi frangenti possa apparire liberante, in realtà ti imprigiona giorno dopo giorno nelle trame “dell’autoreferenzialità” e rischi di divenire arrogante ed egoista contro ogni tuo volere». Arianna sorride «intendi una zitella acida e antipatica?» «Ecco diciamo che il rischio c’è ma non è un destino preordinato. Basta avere amici, interessi e passioni che ti facciano dimenticare la parte difficile e faticosa di tutta la questione. A me ci sono volute decine di anni, letture intelligenti e tante, tante preghiere per accettare la mia condizione di donna sola ma per quanto mi sia rafforzata non credo di essermi mai inacidita. O mi sbaglio?» Arianna mi accarezza con dolcezza «No nonna, tanto si può dire di te ma non che tu sia stata quel genere di donna arrabbiata con il mondo e frustrata a causa della mancanza di un uomo». E scoppiammo in una fragorosa e intima risata, una delle nostre.
Per Arianna desidero un destino meno duro e aggiungo, «Per te, vedo ancora l’amore, la felicità. Non ho nemmeno bisogno di sperarlo perché so che sarà così Arianna» le dissi quella sera con il fermo intento di rassicurarla e alleggerirla dai suoi pesanti e ingombranti pensieri.
Non mi dà tregua questa maledetta fitta alla schiena. Trascorro su questa sedia, le mie giornate prima della morte, perché so che morirò. Non manca molto. Ci sono giorni in cui prego che avvenga all’istante e altri in cui, al solo pensiero, mi sento travolgere dalla paura e dal terrore. Non riesco più a leggere i miei romanzi e nemmeno a recitare le mie preghiere, tranne una. In questi giorni, non faccio che ripeterla come un mantra:
Se mi ami non piangere! Se tu conoscessi il mistero immenso del cielo dove ora vivo, se tu potessi vedere e sentire quello che io vedo e sento in questi orizzonti senza fine, e in questa luce che tutto investe e penetra, tu non piangeresti se mi ami.
Ecco, oggi queste parole di Sant’Agostino mi rimbombano in testa come un martello pneumatico. Non mi confortano affatto, è come se, tutto d’un tratto, la mia fede si fosse dissolta, annullata. Cosa sarà di me? Quale eredità morale lascerò a chi resta? Quali nodi ho ancora da sciogliere? D’un tratto non ho più certezze e le scelte fatte in nome di un bene più alto ora odorano di vecchio e stantio. Piombo continuamente in un pigro letargo fatto di ricordi e sogni in questi giorni che precedono la mia fine.
Valerio mi ha fatta ricoverare. Lui, dopo essersi confrontato con suo fratello attualmente dall’altra parte del mondo per lavoro e impossibilitato a raggiungerci in tempi brevi, ha deciso per tutti. I medici stanno indagando ed io mi preparo lucidamente ad andarmene. Morirò tra pochi giorni e questo è un dato di fatto oltre che una cosa semplice. Il dolore viene tenuto a bada dai calmanti e alterno momenti di grande lucidità ad altri in cui non comprendo bene se ciò che vedo e ascolto sia reale o frutto della mia ancora fervida fantasia:
«Nonna! Ti ho sognata stanotte, eri giovane e bellissima come appari in quella foto appesa nella tua camera da letto “tutta bella impellicciata”, come scriveva il nonno nei suoi diari che io e papà abbiamo ritrovato un po’ per caso nella soffitta della casa di campagna, proprio in questi giorni in cui tu sei qui in ospedale. Papà li ha cercati per molto tempo come ben sai e, credendo che fossero andati perduti in uno dei vostri innumerevoli traslochi, aveva ormai perso le speranze di riappropriarsene ma ecco che oggi, quasi a volerci lasciare qualcosa di sé, il nonno, amo credere sia opera sua, fa sì che ricompaiano nelle nostre vite. Le sue frasi semplici e lapidarie raccontano di te, di lui e del vostro matrimonio tranquillo di cui, a pensarci bene, non mi hai mai raccontato un granché. Non sei nata vedova nonna! Ci volevano le parole del tuo sposo, morto da anni e mai conosciuto, a mostrarmi chi sei stata prima di essere mia nonna? Lui descrive un’altra te, una di cui non so nulla. La giovane donna, la moglie vagamente impacciata di un uomo tanto più avanti con l’età, la madre dolce e affaticata, la lavoratrice instancabile. Perché in tutti gli anni insieme non mi hai mai permesso di prendere contatto con quella te? Il tuo modo di essere moglie mi sconcerta ma in positivo: eri una donna moderna, molto più di quanto potessi immaginare. Leggendo scopro che, di tanto in tanto, lasciavi che il nonno andasse a ballare da solo e a bere qualche bicchiere in più all’osteria vicino casa: mi piace immaginarti in quei momenti prendere fiato da sola, nella tua casa, nel silenzio della sera con i bambini addormentati nella stanza accanto. Pensavi anche tu “quanto è bello starsene un po’ da sole ad assaporare un buon vino o a leggere un bel libro in compagnia del tuo respiro o, più voluttuosamente, di una musica d’atmosfera in sottofondo.” Immagino ti attraversassero gli stessi pensieri miei, quando finalmente sopraggiunge la sera e un tempo solo tuo ha inizio, un tempo in cui assaporare il sottile piacere della solitudine. Lo pensavi, fiera, priva dei sensi di colpa che il tuo tempo imponeva alle donne. Non a caso la fierezza l’ho avuta in dono da te mentre la dignità è una dura conquista a cui perverrò con le mie sole forze.(Continua)

Leave a reply

Rubrica rampante

Qual è la vera giungla?

22 Gennaio 2020

MEMORIE di una vecchietta perbene

Lungo petalo di mare

8 Gennaio 2020

Tra Colonne di Libri

La carriera del LEONE nella letteratura e nell’arte

3 Gennaio 2020

Scarabocchi di scuola

IO NON SO L’INGLESE di Carla Ponzio

27 Dicembre 2019

NOTE dalla provincia

In autunno le donne leggono storie di donne.

16 Dicembre 2019

MEMORIE di una vecchietta perbene

Parasite

6 Dicembre 2019