Prime dieci pagine
Ombretta Brondino

«Arianna, tesoro, prendi la mia mano».
Non credo di essere in grado di guardare a te che vai. Penso che vorrei fuggire, celare l’inclemenza di questo istante, non vedere. Questa smania di nascondere il vero mi assale ancora come una febbre improvvisa e non credo di poter tenere la tua mano per l’ultima volta. È calda e accenna a verità che andrebbero scaldate con il fuoco che tutto distrugge e purifica. La tua mano scotta nella mia così come i tuoi occhi affondano nei miei in cerca di un cielo comune. Da quei diari, nonna, e dal tuo sguardo intuisco l’esistenza di “non detti” ma mi fido di te. Come ho sempre fatto.
«Apri l’armadietto Arianna» ordini in un istante di lucidità. Non ti chiedo nulla ed eseguo. So che vuoi condurmi da qualche parte, una mosca cieca in cui io sono la pedina bendata e tu la voce guida. Una non vedente nelle mani di una donna stretta alla morte «Apri la mia borsa. Nella piccola cerniera che trovi sulla destra…». Le tue ultime parole.
Ne estraggo un biglietto ingiallito, scritto a mano, che mi chiedi di tenere con me.
Quello il tuo ultimo gesto consapevole, nonna. Dove sei caduta dopo quella stretta? In quale torpore senza fine sei scivolata? La mia mano resta lì. La tua presa, già flebile, perde di vigore. Non mi senti, non ricambi la mia forza, hai abbandonato il contatto. Ti ho persa.
Guardo mio padre e vedo un figlio angosciato e afflitto. Siamo io e lui al centro del dolore, anzi, di due dolori diversi perché perdere una madre non è paragonabile al distacco da una nonna benché tu sia stata molto altro per me. Piango, per la prima volta, insieme a lui. La morte è lì con noi, ora è lei a tenerci uniti. Il nonno è lì con noi, ne percepisco l’imponente presenza come se fosse venuto a riprendere, dopo innumerevoli anni di privazione, qualcosa che era stato suo. Mi si palesa davanti in tutta la sua grazia angelica, il suo è uno sguardo che riappare inaspettato, che inquieta e magnetizza al tempo stesso. Occhi piccoli ma intensi, scompensati da un sorriso largo e avvolgente, occhi che puntano e lasciano addosso un segno. Il segno dell’angelo. Non ha parole per noi ma solo sguardi. I suoi movimenti sono lievi e danzanti in una penombra che lascia appena intravedere i contorni della sua sagoma. Un mistero pervade la stanza in quel momento, un enigma arcano e incomprensibile lo pone al centro della mia attenzione interrogandomi sulle motivazioni per cui la sua figura riemerga, dopo anni e anni di oblio, in quel preciso istante. Incarna una missiva che viene da lontano, un mondo che sta oltre ed è abitato da coloro che si sono spogliati, per casualità, imposizione o desiderio, dell’inutile fardello della contingenza.
La sua presenza ci pervade totalmente. Mio padre è scivolato in un totale stato di trance e la sottoscritta, guidata da un’insondabile forza, trova l’energia di aprire il foglietto che mi hai elargito l’istante prima di andartene. Leggo a voce alta ignara delle conseguenze di questa lettura. Dalle prime battute non riesco a comprendere se la lettera sia stata scritta da una mano maschile o femminile ma procedo:
“C’è stata una sera in cui, in quella casa costruita con faticoso accanimento, il fuoco ha iniziato a scaldarne il cuore. In quella sera, ogni angolo della casa si è animato di una luce nuova dando vita ad un luogo di mistica e intensa verità: lì, da quel momento, accadono miracoli e prodigi. L’uomo si spoglia dell’inutile e giunge alla dimensione dell’autentico. Lì non esiste il timore di guardare in faccia il dolore e restare in lui per vincerlo e procedere oltre. E’ trascorso il tempo dei travestimenti e ci si affaccia a quello della rivelazione: ogni istante inizia ad essere scandito da ritmi vitali e l’aria profuma di legno e fiori, di scorza d’arancia gettata a terra e sostanza palpitante di vita. Solo in quel luogo della casa il fluire delle parole e delle emozioni si concretizza in momenti di pienezza assoluta vissuti con la sapiente lentezza di chi resta e gusta. Da quel luogo si parte per altre dimensioni da cui non pare esserci ritorno: quando arrivi in territori così celesti difficilmente si delibera di fare un passo indietro. Le anime che hanno l’ardire di partire per un tale viaggio si riconoscono dall’odore e si scrutano vicendevolmente alla ricerca di un segreto che sa di buono e sorprendentemente semplice: ogni anima ha un nome per quel segreto e lo custodisce come il più prezioso dei tesori.”
Comprendo istintivamente che è una donna a scrivere e per giunta molto abile con le parole. Non si tratta della calligrafia della nonna. La magia del momento si spezza perché nel frattempo sopraggiungono i medici che, per poter espletare tutte le loro operazioni di routine, ci invitano dolcemente a lasciare la camera. Io e mio padre ci accomodiamo, in totale stato di confusione e stordimento, nello stanzino lì accanto in attesa che l’ora di default, per la constatazione dell’avvenuto decesso, trascorra. Muti e attoniti ci sediamo l’uno accanto all’altra e leggiamo silenziosamente insieme ciò che rimane di quel foglietto ingiallito:
“Ho usato queste parole belle e poetiche, mamma, perché volevo che il mio secondo ingresso nella tua vita fosse lieve e soave più di quanto non fosse stata il primo. Mi riferisco a quella sera estiva di sessantaquattro anni fa quando mi mettesti al mondo nell’angolo buio e oscuro di un cortile di campagna, accudita da una levatrice che incontrasti per caso quel pomeriggio stesso. Ti mise un asciugamano tra i denti affinché le urla non fossero udibili dal vicinato ed io, venni al mondo in nemmeno quattro ore di travaglio. Mio padre si è preso cura di me, quell’uomo che ogni lunedì della tua vita, dopo la mia nascita, ha fatto in modo che ti venisse recapitata una lettera in cui ti teneva informata sulla mia salute, la crescita e tutte quelle cose che interessano alle madri. Non sono cresciuta con un’altra donna, come ben sai, ma con un padre che ha tentato di vestire tutti i ruoli e l’ha fatto in modo ineccepibile. Sabato scorso quell’uomo, lo stesso che ti ha amata con grazia e rispetto per una vita intera, ha avuto un malore mentre era in giardino a potare le sue rose bianche ed ora non è più con me. Ti scrivo queste poche righe per spezzare il silenzio tra te e me e rivelare un segreto che ha reso le nostre vite delle esistenze a metà. Forse un giorno avrai il coraggio di raccontare tutto ai tuoi figli o a tua nipote e, se quel giorno non dovesse arrivare non importa, ho imparato molto di te dalle parole di mio padre e quello che so mi basta ma almeno sarò in pace perché qualcuno, mamma, doveva dirtelo il perché non ti arriveranno più le lettere del lunedì”.
Io e mio padre non possiamo fare altro che prenderci per mano e iniziare una nuova vita consapevoli che le verità sono sempre molteplici come i volti di chi vive e passa oltre.

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