Prime dieci pagine
Margherita Candellero

Ho letto DAMASCO, edito da Feltrinelli, dopo aver visto Suad Amiry ospite della trasmissione televisiva condotta  da  Concita De Gregorio: IL PANE QUOTIDIANO.
Sono stata attratta da questa scrittrice, architetta palestinese, fondatrice e direttrice del Riwaq Center for Architectural Conservation a Ramallah dove risiede. Di padre palestinese e di madre siriana, ricostruisce in questo suo libro la storia della sua famiglia a partire dal 1896, anno di matrimonio dei suoi nonni, Teta e Jiddo, nati nella seconda metà del secolo diciannovesimo e vissuti nella magnifica casa di Damasco, che ha un ruolo centrale nella vita di tutti i numerosi personaggi che si andranno a conoscere nel lungo racconto, fino al 1970.
In un momento in cui la Siria è al centro dell’attenzione del mondo per la guerra che la sconvolge e le sofferenze inenarrabili che sta vivendo, da cui la gente continua a fuggire perché non ha dove tornare, perché “nessuno lascia la propria casa a meno che non sia costretto a farlo”, come dice la scrittrice parlando della sua terra, è sorprendente scoprire un libro che rivela la cultura straordinaria, la bellezza eccezionale, la vita agiata e felice che ha forgiato Damasco, città da Mille e una notte, fino a pochi anni fa.
Nel cuore del romanzo sta la casa di famiglia, il settecentesco palazzo ottomano Baroudi  che sorgeva nel centro della vecchia città da cui lo separava  un “immenso portone di legno di cedro, così alto che ci potrebbe passare un cavaliere a cavallo e così largo che ci potrebbe passare un cammello carico di mercanzie”, secondo la descrizione di nonno Jiddo. “Il portone doveva salvaguardare le vicende, gli accordi commerciali, i segreti e gli scandali che avevano avuto luogo nei numerosi angoli di quella casa, negli spazi aperti e in quelli al chiuso: nelle vaste aree in cui si accoglievano gli ospiti attorno alla corte, nella corte stessa e nel semiaperto liwan, nelle zone destinate a ricevere gli uomini (la piazza esterna), nelle zone destinate alle donne (la piazza interna), nei saloni in cui si dava accoglienza a ospiti di entrambi i sessi, nelle numerose ali e camere da letto private, e negli alloggi dei padroni e della servitù di quello splendido palazzo.”
In questa magnifica casa di ventiquattro stanze e suite di dimensioni e caratteristiche diverse (saloni, sale da pranzo, locali di servizio), la corte rappresenta la vita privata della famiglia che cresce con i suoi intrecci e i suoi segreti, governati da una miriade di donne che la custodiscono come un tesoro. Il portone è il confine tra gli spazi privati in cui si anima un mondo recondito e gli spazi pubblici, esterni, luoghi di mercati e di traffici, propri degli uomini. La casa, simbolo della famiglia, offre rifugio e protezione, ma è anche fonte di problemi e di ansie. Le parole scritte sul retro di copertina del libro racchiudono il pensiero della scrittrice a questo proposito: “Oh Dio, famiglie! Nessuno avrebbe potuto darmi più sicurezza della mia famiglia. E, se è per questo, neanche più insicurezza e fragilità”.
Sembra di sentire riecheggiare le parole dell’incipit di Anna Karenina “Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.”
E’ il concetto stesso di famiglia che prende forma nelle sue straordinarie e stravaganti passioni e complicazioni a dominare tutte le pagine di questo incantevole romanzo.
Romanzo che inizia con un tradimento, il tradimento del nonno che avviene durante l’assenza di Teta che torna per due mesi al suo villaggio dopo trent’anni di assenza per la morte della madre. Da quell’adulterio consumato tra le mura domestiche si rompe l’equilibrio di riti e consuetudini della vita familiare. Teta arriverà a perdonare, ma non a dimenticare, rifugiandosi in un riserbo e in un silenzio che segneranno la sua vita.
Si racconta di tre generazioni che si avvicendano. I maschi, attesi e osannati, crescono viziati e pigri. La storia è condotta dalle donne: molte, dalle forti personalità, strette nei loro segreti in legami intimi e profondi. Nella parte centrale del libro assume il ruolo di protagonista la mamma di Suad: Samia, ultima di 9 figli, madre non affettuosa, soprattutto se confrontata con il rapporto meraviglioso che caratterizza la relazione tra la zia Karimeh e la figlia adottata Norma.
Stupefacente e sconcertante la capacità di questa casa di accogliere bambini nati in situazioni molto diverse che però trovano in questa grande famiglia il loro posto e la protezione necessaria per crescere.
Forse proprio la famiglia allargata, chiusa verso l’esterno, ma intrecciata in misteriosi e inaccessibili mondi, sapeva offrire più accoglienza e disponibilità, rispetto alle famiglie mononucleari che caratterizzano il nostro occidente.
Notevoli le figure delle zie presenti come numi tutelari ad accogliere e ad orientare i più piccoli, nascondendo a loro volta segreti inimmaginabili, come quello che lega l’affettuosa Karimeh alla sorella maggiore  Laila.
Singolare il rapporto tra le donne di casa e le domestiche, in particolare tra Teta e Sajeda, la serva che rimane incinta di suo marito Jiddo. Tra di loro c’è un’affinità che consente complicità inaspettate.
Lo sfondo amalgamato all’intreccio del romanzo è la bellezza che trasuda da ogni pagina. Spettacolari sono i fastosi pranzi dei venerdì che riuniscono nella Grande Bouffe la numerosissima famiglia, preceduti dal rituale del bagno collettivo in sette fasi, a cui tutti partecipavano rigorosamente suddivisi in gruppi nel cortiletto “denudati e obbligati a indossare gli speciali zoccoli di legno detti ubaab” in attesa del loro turno ad accedere allo splendido bagno di Beit Jiddo (la casa del nonno), simile agli antichi bagni turchi.
Questa Damasco magica e favolosa che Suad Amiry ci fa assaporare attraverso i racconti della sua famiglia è anche lo scenario in cui l’autrice ci guida ad una riflessione sul senso di maternità e sul silenzio come estremo atto di amore.
Romanzo che si presenta come una saga appassionante, DAMASCO incanta per la  poetica bellezza di un raffinato mondo che non c’è più perché spazzato via dalla guerra devastante e al contempo trasporta il lettore nelle profondità delle relazioni umane che si rivelano sempre sorprendenti. I personaggi con le loro intriganti personalità diventano memorabili protagonisti di una “storia vera” basata su realtà e immaginazione, indistinguibili, per ammissione della stessa autrice.
Il risultato è una gustosissima storia che dall’Impero Ottomano ci porta fino alla soglia di questo oggi che vede il Medio Oriente ferito e dolorante.
Attraverso le pagine di questo libro si respira il valore dell’antica bellezza e di un sapere così ricco e fecondo  che non può che aprire le menti e portare all’accettazione di qualsiasi cultura.

 

 

 

 

 

 

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