Prime dieci pagine
Samuele Marabotto

L’imputato Libri Consigliati si alzi in piedi.
Nell’aula del tribunale si poteva percepire l’elettricità dell’aria tesa e carica di aspettative che tutti i presenti nutrivano nei confronti di quel verdetto. Si dividevano in due gruppi. Quelli che desideravano una definitiva sentenza di colpevolezza e quelli che la pensavano nella maniera opposta.
Per Libri Consigliati era esattamente la stessa cosa. In quel momento, proprio pochi secondi prima che il giudice pronunciasse le parole che avrebbero avuto il potere di cambiare la sua esistenza, Libri Consigliati pensava all’eventualità di una condanna. Vivere per un po’ di anni in un carcere separato dal mondo poteva essere un’esperienza interessante anche se piena di pericoli e cose a dir poco spiacevoli. Ma sia fuori, libero di camminare nel mondo, che dentro, in un carcere che lo avrebbe costretto alla segregazione, sarebbe stata la stessa cosa. Almeno dal suo punto di vista.
“Considerate tutte le circostanze, la ripetuta e recidiva condotta criminale, la condizione di individuo totalmente alieno alle regole della società in cui vive, tenendo conto della completa indisponibilità a collaborare con la giustizia, della mancanza di volontà a intraprendere la strada luminosa e salvifica del pentimento, della inspiegabile incomprensione da parte dell’imputato sulla plateale gravità dei crimini ripetutamente commessi negli ultimi dieci anni…”
Dieci anni. Era così tanto tempo che Libri consigliati faceva quello strano mestiere?
Aveva una distorta percezione del tempo se gli parevano poche settimane dacché quell’uomo conosciuto al circo gli aveva spiegato come si faceva e gli aveva detto quelle strane parole. Dieci anni? Accidenti come passa il tempo!
“…Per tutte queste ragioni, tenuto conto delle innumerevoli testimonianze e riconoscimenti a carico dell’imputato Libri Consigliati e soprattutto per salvare il nostro mondo civile, caritatevole, democratico e giusto, è con la tristezza nel cuore, ma anche con la ferma convinzione di essere indiscutibilmente nel giusto che condanno…”
E qui tutti i presenti in sala trattennero il respiro…
“…L’imputato Libri Consigliati a dieci anni di detenzione nel carcere di massima sicurezza di Tampa, alla pena pecuniaria di euro centoquattro virgola venticinque più quattro euro e cinquanta di bolli amministrativi. La seduta è tolta.”
Centinaia di flash esplosero sulla faccia impassibile di Libri Consigliati. Alcune donne svennero per l’emozione, altri sorrisero soddisfatti. I giornalisti si piazzarono davanti alle telecamere per registrare il servizio per il telegiornale della sera. Il giudice Alfio Figlio di Puttana (lo so, ma si chiamava proprio così) si ritirò nel suo comodo ufficio sul retro per togliersi la toga. Aveva in animo di andare a prendere l’aperitivo delle cinque nella piazza principale e più elegante della città per godersi il momento di notorietà con sua moglie. Con quella sentenza aveva chiuso un caso giudiziario che lo aveva tormentato per tre anni cioè da quando aveva avuto la certezza che quel tizio con quello strano nome, Libri Consigliati, fosse colpevole e soprattutto, cosa che lo mandava in bestia, convinto di aver agito per il bene della società. Adesso era colpevole e condannato e sarebbe stato rinchiuso a doppia mandata per dieci anni in una delle carceri più dure del paese. Là dentro lo avrebbero raddrizzato e, soprattutto, gli avrebbero cancellato quell’aria da saputello che si metteva in faccia ogni volta che veniva interrogato.
Libri consigliati era considerato uno degli uomini più sexy e belli del momento. In quelle parti di mondo dove queste caratteristiche contano parecchio, le riviste e le televisioni avevano trasformato questo sconosciuto genio del crimine in una star che metteva in ombra tutti i divi del cinema.
Non deve così stupire se all’arrivo di Libri Consigliati alla porta principale del carcere ci fosse una folla più che altro femminile trattenuta da un cordone di poliziotti i quali, come si seppe successivamente, avevano tutti l’uccello sull’attenti. Sì, avete letto bene. Tutte le guardie che si trovavano davanti al portone di ferro del penitenziario si ritrovarono un’erezione fastidiosa nei pantaloni.
Il sessuologo Filiberto Marrocu ebbe anche lui il suo momento di notorietà azzeccando una spiegazione più o meno scientifica ma che sembrò abbastanza ragionevole per tutti.
…”Ma è ovvio. Pensate all’isteria collettiva che si è materializzata in quel momento. Là fuori c’erano centinaia di femmine arrapate da un sogno, da un’idea erotica fissa, da un prurito sessuale alimentato dai media. Quelle donne avevano tutte, e tutte insieme, il desiderio di congiungersi carnalmente con il signor Libri Consigliati. Quelle donne hanno sprigionato tonnellate di ormoni che i poliziotti hanno inalato inconsapevolmente. Ecco perché si sono materializzate tutte quelle erezioni.”
Libri Consigliati scese dalla camionetta blindata e si guardò in torno. Tutte quelle donne che lo guardavano e che cercavano di toccarlo lo rendevano nervoso. Certamente si sentiva lusingato, ma le femmine troppo facili non gli erano mai interessate, perciò camminò svelto fuori dai riflettori delle televisioni in direzione del grande ingresso del carcere.
“Ma che minchia di nome è Libri Consigliati?” gli chiese il secondino che gli aveva passato la divisa da carcerato, un pezzo di sapone e un pieghevole che illustrava tutti i sevizi del penitenziario.
“E’ il mio nome, Libri Consigliati. Il primo è il nome e il secondo…, indovina un po’?”
“Non fare lo spiritoso.”
“Non faccio lo spiritoso. Se provi a sostituire il mio nome con uno qualunque, tipo Alberto, verrebbe fuori una cosa del genere ‘Alberto Consigliati, medico chirurgo’. Ti sembra strano così?
“No, ma io non lo conosco questo Alberto consigliati medico chirurgo.”
“Era solo per fare un esempio, tanto per dire. Comunque abbiamo appurato che Consigliati è ok, giusto?”
“Sì.”
“E allora ti resta soltanto di abituarti ai libri.”
“Ma i libri sono un’altra cosa.”
“Tu sei uno che legge?”
“Non molto. Qualche volta mi capita di dare un’occhiata alla settimana enigmistica, ma non è una lettura che ti prende.”
“Indubbiamente. Altro?”
Il secondino diede l’impressione di pensarci su, ma in realtà aveva in mente qualcos’altro.
“Ti decidi a indossare quella divisa? Non ti sei accorto che sei nudo come un verme?”
“Ah, certo, scusami. Immagino che adesso mi porterai nella mia cella e prima di andartene controllerai se ho nascosto una lima da ferro sotto il cuscino.”
“Negativo. Ti aspetta il direttore.”
“Quale onore!”
“Non è un onore, è la prassi.”
Il carcere di Tampa dove avevano rinchiuso Libri Consigliati si trovava nel vercellese. Era circondato da distese infinite di risaie e da un’umidità sempiterna. Perciò il raffreddore cronico del direttore, che veniva dalla Sicilia, non poteva essere curato.
“Se il direttore starnutisce non dirgli “salutue!” perché s’incazza. Fai finta di niente e rispondi semplicemente alle sue domande, capito?”
“Capito.”
“Andiamo che intanto ti spiego come funziona qua dentro.”
Là dentro era tutto di metallo arrugginito. La struttura portante dell’edificio era un’immensa rete robusta e metallica.
“Secondo me l’architetto che ha progettato questo posto di merda aveva il senso dell’umorismo” cominciò il secondino.
“Perché?”
“Ma perché questo carcere non è nient’altro che una gigantesca gabbia, una gabbia per animali pericolosi. E poi se la guardi bene ricorda molto un’uccelliera e voi detenuti non siete altro che uccelli chiusi in gabbia.”
“Beh, mi pare un’immagine poetica e triste.”
“No… intendevo dire che fra le gambe avete l’uccello e quindi siete tanti uccelli chiusi in un’uccelliera. Non ti fa ridere?”
“Da morire.”
“Comunque qui le regole sono semplici. Un’ora di aria al giorno, sveglia alle sei meno un quarto e coprifuoco alle venti. Dopo quest’ora è obbligatorio il silenzio.”
“E cosa fa tutto il giorno il detenuto tipo?”
“Niente.”
“Niente?”
“Se vuole fare qualcosa deve pagare. Se paga può lavorare, leggere riviste o libri, fumare, andare in palestra e vedere la televisione. Le visite sono ridotte a una al mese.”
“C’è per caso il wifi?”
“Il secondino ignorò la domanda.”
Il direttore del carcere si chiamava Calogero Staminchia (lo so, ma si chiamava davvero così) e quando Libri Consigliati entrò nel suo ufficio stava sfogliando il rapporto di polizia con allegata la sentenza del tribunale.

“Buona sera.”
“Si sieda”, disse il direttore senza alzare lo sguardo.
“Libri Consigliati è un nome d’arte?”
“In che senso?”
Il direttore alzò finalmente la testa e fulminò Libri Consigliati con uno sguardo tipicamente siculo (immagino che tutti sappiano di cosa sto parlando).
“Non sopporto quelli che rispondono a una domanda con un’altra domanda. In ogni caso l’unico che in questa stanza può fare domande sono io, chiaro?”
“Benissimo.”
Il direttore sospirò.
“Lei ha fatto il militare?”
“No direttore, ma non vedo come la cosa possa…”
“Silenzio!”
“Il nome Libri Consigliati è a mio avviso un nome strano. Quindi le domando, si tratta di un nome d’arte?”
Libri Consigliati rimase per qualche secondo in silenzio e poi rispose.
“Perché secondo lei Calogero Staminchia dove lo vogliamo collocare, fra i nomi comuni?”
Il direttore si alzò di scatto in piedi. Era diventato rosso in viso e la rabbia, una rabbia furibonda lo stava assalendo stravolgendogli i lineamenti. Strillò in farsetto un nome.
“Di Sabato!”
Di Sabato era il nome del secondino che entrò nell’ufficio dopo due secondi.
“In isolamento per due settimane.”
Di Sabato guardò Libri Consigliato scrollando la testa e lo afferrò per un braccio per portarlo fuori da quella stanza.
“Mi sa che lo hai fatto incazzare di brutto. Ma che gli hai detto?”
“Io? Niente! Abbiamo parlato di nomi strani, nomi d’arte e di quelli come me che non hanno fatto il militare.”
Due settimane di isolamento crearono parecchio scompiglio. Dal giorno dopo in cui Libri Consigliati era stato rinchiuso, decine di donne si recarono al penitenziario per chiedere un incontro con il condannato. Era del tutto inutile spiegare a quelle innamorate di Libri Consigliati che non era possibile, che il galeotto poteva incontrare una sola persona alla volta soltanto una volta al mese. Quelle donne alzavano le spalle, buttavano gli occhi al cielo e ritentavano il giorno dopo. Inutile dire che tutta quella faccenda si trasformò in una notizia che i giornali e le televisioni cavalcarono alla grande. Per non parlare della rete. Su internet vennero creati numerosi blog dedicati a Libri Consigliati. Nei forum si discuteva su di lui come uomo, come amante e come fuorilegge. In quelle due settimane di isolamento Libri Consigliati si trasformò in un caso nazionale a diversi livelli. Era diventato un argomento politico, etico e di costume.
Quando Libri Consigliati uscì dalla cella d’isolamento gli sembrò di essersi svegliato da un lunghissimo incubo. Stentava a riconoscere dove si trovava perché aveva temporaneamente cancellato il fatto di trovarsi in una prigione. Gli sembrò di essere in una immensa gabbia per uccelli. Era dimagrito e gli bruciavano gli occhi. Di Sabato lo sorreggeva mentre lo accompagnava a farsi la doccia.
“Sei un tipo che va giù pesante eh? Appena arrivato e ti fai subito due settimane d’isolamento, bum! Beh, così ti sei tolto la paura. Hai fame?”
“Sì.”
“E allora fatti la doccia che poi ti accompagno nella tua bella cella comoda completa di finestrino e branda con materasso e coperta. Lì ti aspetta qualcosa da mangiare.”
“Grazie.”
“E di che? Faccio il mio mestiere.”
Per i corridoi del carcere si rincorrevano decine di leggende su Libri Consigliati. Centinaia di detenuti aspettavano di vederlo in faccia. Non era mai successo prima che un tizio arrivasse a Tampa e nessuno, per più di due settimane, lo avesse mai visto in faccia. Naturalmente la cronaca dell’incontro col direttore era stata accuratamente gonfiata man mano che veniva raccontata. Così Libri Consigliati che era un uomo mite, quasi schivo e fisicamente inerme, specialmente adesso che si era fatto due settimane di isolamento, veniva raffigurato nell’immaginario dei carcerati come una specie di Achille astuto, muscoloso e scaltro. Perciò il sentimento che si materializzò nell’animo di tutti fu la delusione, quando lo videro comparire in testa al corridoio del braccio E.
Dopo la cella d’isolamento quella che gli assegnarono sembrava una suite completa di tutti i comfort. Si sdraiò sulla branda e gli sembrò di sprofondare nel letto più comodo del mondo. A trenta centimetri dal suo naso, dall’altra parte della cella, appoggiato sul ripiano che fungeva anche da scrittoio, scolapiatti, porta carta igienica, Libri Consigliati sentì odore di cibo. Era una minestra grigia e fredda con un cucchiaio di latta immerso per tre quarti. Dentro il brodo una mosca galleggiava morta. Dopo un attimo di esitazione Libri Consigliati chiuse gli occhi, tirò su un bel respiro e si portò alla bocca la prima cucchiaiata. Era deciso per la sopravvivenza, determinato a trasformare quella decina d’anni in un soggiorno invidiabile, ricco di avventure, suspance e arricchimento spirituale. Mentre mangiava cominciò a stilare mentalmente un elenco di abitudini da inserire nella routine quotidiana. Al mattino esercizio fisico con trazioni, addominali e saltelli sul posto poi dritto in sala mensa dove avrebbe consumato interamente la sua colazione. Ritornato in cella avrebbe meditato a lungo per rafforzare lo spirito e il buon umore.
Quotidianamente decine di richieste di incontro all’indirizzo di Libri Consigliati venivano respinte dal reparto amministrativo del carcere. Il direttore Staminchia erano tre settimane che viveva al di sopra della sua abituale tranquillità leggendaria. Solitamente era un uomo posato, taciturno e di una freddezza indistruttibile. Nulla lo turbava, nessuno riusciva a farlo incazzare veramente, prima di Libri Consigliati. Meditava di farselo portare di nuovo in ufficio per avere una scusa per ricacciarlo in isolamento. Ma si trattenne. Aveva capito che quel tizio attirava l’attenzione dei media che non vedevano l’ora di poterlo intervistare dopo quelle prime settimane di reclusione.
“Ma si può sapere cosa diavolo ha combinato ‘sto Libri Consigliati?” Chiese il secondino Maritano a Di Sabato mentre erano in mensa uno di fronte all’altro. Di Sabato sospirò.
“Non si può dire.”
“E perché?”
“Perché è pericoloso. Potrebbe agitare gli animi.”
“E dài che non lo dico a nessuno…”
“Non posso… E poi, può essere che non lo so.”
“Come! O lo sai o non lo sai…”
“E allora non lo so, va bene?”
“Anche tu però, lo sai che ti puoi fidare.”
“Finiscila.”
“Ma se sei quello che ci ha passato più tempo insieme. Lo hai scortato il primo giorno e anche quando è uscito dal buco.”
“E allora?”
“Non ci hai chiesto niente?”
“No.”
“Lo sai che ha migliaia di femmine che lo aspettano fuori? Sono tutte là, giorno e notte, che se lo sognano. Ma che ci avrà mai!”
“È un tipo che piace.”
“Beh, anch’io sono un tipo che piace, non ho mai avuto problemi a trovarne per divertirmi, ma…”
“Tu al confronto, sei un cesso.”
“Sì, ha parlato Giorg Clunei.”
“Guarda che Giorg Clunei non si scrive così.”
“E chissenefrega!”
Quella sera Di Sabato andò a fumarsi una sigaretta sul piccolo balcone che si trovava sopra il grande portone di ferro del carcere. Da lassù c’era una bella vista ma non era quello il motivo che lo aveva spinto là fuori. Erano tutte quelle donne di cui aveva parlato Maritano. Le donne. Già, le donne. Lui le donne le amava, tutte. Ma non ne aveva mai avuta nessuna. L’argomento era delicato. Si era trasformato in una specie di problema. Era una timidezza mentale che lo aveva sempre bloccato e trasformato nello scapolo più imbranato di tutto il paese e, col tempo, di tutta la regione. E quell’etichetta se l’era portata dietro come una medaglia che lo distingueva, che lo aveva fatto diventare quello che con le donne non ci va, come un prete. Solo che i preti hanno un motivo ben preciso, e Di Sabato? Che motivo aveva? Perciò erano cominciate a girare certe voci (mai confermate). Anche perché Di Sabato era un bell’uomo, alto, un bel portamento… e la divisa gli donava davvero! Ma a lui le donne piacevano e dopo quarantacinque anni di astinenza dal sesso e dall’amore (ok, tolti i primi diciotto anni di esistenza diventano ventotto) era deciso a trovare una soluzione.

La passione può fare brutti scherzi. Può farti costruire una specie di accampamento alle porte di un carcere in attesa di un incontro che non avverrà mai. Tutte quelle donne facevano esattamente questo, aspettavano. Erano le più sfegatate, esagerate, irriducibili amanti latenti di Libri Consigliati ed erano state le prime a recarsi al penitenziario per chiedere di vedere il detenuto.
“Ma come ve lo dobbiamo dire? Non si può! È il regolamento.”
“Sai dove te lo puoi ficcare il tuo regolamento?”
“Ehi, cerchiamo di non scaldarci, va bene? Tornate domani che magari parlerete col direttore.”
Ma il direttore non aveva nessuna intenzione di parlare con loro.
Libri Consigliati non aveva denaro. Perlomeno non ne aveva con sé perché al momento dell’arresto lo avevano perquisito e quel poco che possedeva gli era stato “sequestrato”. Si ricordava con precisione tutto ciò che aveva in tasca: un coltellino molto affilato sulla cui lama era inciso il suo nome (Libri Consigliati), una scatoletta di latta per i sigari olandesi di piccola taglia, uno Zippo appena caricato anch’esso personalizzato col suo nome (Libri Consigliati), un porta documenti di plastica che poi era una bustina dozzinale recuperata da un tabaccaio che non aveva il resto da dargli e gli aveva offerto quel piccolo cambio merce. Sui documenti compariva sempre il suo nome, Libri Consigliati, con tanto di foto e firma per esteso. In fatto di cose Libri consigliati era estremamente puntiglioso e teneva molto ai suoi oggetti. Perciò si sentiva a disagio in quella cella dove non c’era nulla che gli appartenesse. Doveva assolutamente creare un contesto più personalizzato procurandosi libri, oggetti vari, fotografie da appendere alle pareti e altre cose del genere.
“Vorrei fumare un sigaro e sorseggiare un Calvados”, disse Libri Consigliati vedendo passare Di Sabato davanti alla sua cella. Di Sabato, che era un uomo gentile e di animo buono, si soffermò un attimo e si girò verso la cella.
“Io invece, vorrei avere successo con le donne e portarne a cena una diversa ogni sera per un mese di fila. Ma per le cose impossibili, qui al carcere, non siamo ancora attrezzati.”
“Hai detto che basta pagare!”
“Per il tuo desiderio sì, per il mio no.”
“Allora tu fai finta che io sia una specie di genio della lampada che al momento può esaudire due desideri, il mio e il tuo.”
Di Sabato si avvicinò a Libri Consigliati e rimase per qualche secondo a osservarlo. Era effettivamente un uomo molto bello ma in più aveva quel non so che… Ti attirava come una calamita. In quell’aspetto e in quel fascino doveva nascondersi qualcosa di inaspettato.
“Sentiamo cos’hai da proporre.”
“Bene. Se io riesco a farti uscire con una donna di tua scelta, tutte le sere di qui a un mese, tu mi procurerai tutto ciò che ti segnerò su un foglietto.”
“Ti procurerò tutto ciò che posso trovare e che posso permettermi.”
“Non sono cose che costano molti soldi.”
“D’accordo. Tu prepara la lista e io andrò all’accampamento qua sotto a scegliere le candidate.”
“Non ho ne carta ne penna.”
Di Sabato gli passò fra le sbarre un taccuino e una nuovissima penna a biro nera.
“Grazie.”
“Aspetta prima di ringraziarmi. Dobbiamo ancora stabilire i dettagli.”
“Di che tipo?”
“La progressione dello scambio.”
“Spiegami.”
“È molto semplice. Siamo a maggio che ha trentun giorni. Significa trentun donne e trentuno cose che puoi segnare nella tua lista. Una donna per ogni tuo desiderio.”
Libri Consigliati sorrise. Gli sembrava un buon accordo.
“Ci sto. Quando cominciamo.”
“Domani. Domani mi piacerebbe uscire con la prima ragazza.”
“E ci uscirai, te lo prometto.”
Di Sabato sembrava improvvisamente indeciso e spaventato. Si era reso conto che nel giro di meno di ventiquattro ore si sarebbe trovato da solo con una donna.
“Che succede?”
“Domani non sono pronto.”
“Non sei che?”
“Pronto.”
Libri consigliati fece una smorfia più per se stesso che per Di Sabato.
“Vero. Non sarai pronto.”
“E allora, mi spiace per te ma per il nostro accordo non se ne fa niente.”
Di Sabato sembrava sollevato. Ancora una volta era riuscito a sfuggire al destino di tutti gli uomini. Quello di incontrare una donna, innamorarsene, sposarla e doverla soddisfare sessualmente.
“Non si è mai pronti.”
“Eh?”
“Fa parte del gioco ed è anche la parte più divertente.”
Di Sabato sentiva che tutta la faccenda stava per essere rimessa in gioco.
“Divertente?”
“Sì, flirtare con una donna che non conosci, farla sorridere, socchiudere la porta del nostro cuore per farle intravvedere la nostra dolcezza e le nostre ferite, incuriosirla con un po’ di mistero sulla vita e sulla nostra capacità di misurare il mondo e poi baciarla prima con gli occhi, poi con le labbra e infine col cuore.”
Di Sabato aveva la bocca semi aperta e lo sguardo ammirato.
“Ma come fai?”
“A far che?”
“Quello che hai… detto adesso… Le cose che mi hai raccontato!”
“È il mio mestiere.”
“Il tuo mestiere? E che mestiere fai?”
“Lavoro con le parole. Le prendo e le peso poi le mescolo, le scelgo e le dispongo.”
“E ti hanno dato dieci anni per questo mestiere?”
“Più o meno.”

Giù all’accampamento si erano organizzate. Le donne che si erano fermate in pianta stabile davanti all’ingresso del carcere erano circa un centinaio. Le aveva censite Di Sabato sotto richiesta imperativa da parte del direttore Staminchia. Si trattava di un accampamento organizzato, pulito e molto vivace. Le tende a igloo erano state disposte a raggiera per simboleggiare un grande sole che illuminava perennemente Libri Consigliati nell’oscurità di quel luogo che lo teneva rinchiuso ingiustamente. In modo ordinato, ma molto evidente, erano stati esposti grandi striscioni che recitavano frasi del tipo: “Giudice Figlio di Puttana, lo sei di nome e di fatto!” Oppure “direttore Staminchia, ti salutano Grazia, Graziella e Grazie al Cazzo (che ti ha fatto cornuto)” che non si capiva bene che volesse dire, ma dare del cornuto a un siculo funziona sempre. Avevano montato una grande tenda che fungeva da cucina collettiva, un refettorio, delle tende per le docce e per i servizi. Era un piccolo villaggio femminile devoto non alla Madonna, non al buon Gesù, ma a Libri Consigliati.

Era assolutamente vietato, ma l’ora d’aria quotidiana che cadeva esattamente a mezzogiorno, prima del pranzo, rappresentava un’occasione di mercato. I detenuti potevano parlare fra loro e scambiarsi ogni sorta di mercanzia. Le sigarette rappresentavano la forma di denaro più comune così finiva che quei pochi che avevano cominciato a scontare la loro pena da non fumatori finivano per cominciare con quel vizio. Ma l’ironia di quel meccanismo era che i loro risparmi spesso finivano letteralmente in fumo. Libri Consigliati non possedeva nulla da scambiare o vendere o almeno così credevano i suoi compagni di sventura. Dopo le famose due settimane di isolamento lo avevano dato tutti per finito e la sua aurea di uomo eccezionale e al di fuori del comune era sfumata come tutte le sigarette. Ma non era così. Giorno dopo giorno Libri Consigliati ritornava se stesso, in silenzio. Se ne stava da parte e l’inizio di quella amicizia con Di Sabato lo aveva salvato dai maltrattamenti.
Come tutte le carceri che si rispettano, anche quella di Tampa (nel vercellese) aveva due leader che si contendevano il territorio. Uno era un energumeno grosso e lento anche di cervello ma era talmente cattivo e forte che si era guadagnato il terrore di tutti quelli che avevano deciso di stare con lui. L’altro era giovane, sfrontato, atletico, astuto e subdolo e sopratutto era nato senza paura. Quest’ultima caratteristica lo aveva portato a fare cose nel mondo della criminalità e poi in quel carcere, al limite della follia, ma una enorme dose di fortuna (leggi culo) lo aveva salvato quasi sempre. Se non si conta un solo occhio rimasto, tre dita mancanti all’appello nella destra e una calotta d’acciaio dove naturalmente era calvo sul lato sinistro del cranio, era ancora abbastanza in forma e salute.
Libri Consigliati aveva seguito le loro imprese per tre settimane e aveva pianificato il suo intervento il giorno in cui quei due avevano deciso di affrontarsi per definire una volta per tutte chi fosse il vero capo e cattivo di quel penitenziario.
Immaginatevi la scena. Durante l’ora d’aria (naturalmente) il gruppo dell’energumeno era in combutta da una parte mentre quello del giovane astuto e subdolo pianificava dall’altra. All’improvviso gli animi si agitarono e un’onda di mani che si muovevano veloci e di nascosto si passarono l’una con l’altra due coltellacci rudimentali che arrivarono a destinazione simultaneamente. I gruppi si separarono e, al centro, a quattro o cinque metri di distanza, si fronteggiarono i due contendenti. Si guardarono. Uno dei due sorrise. Era il ragazzo senza paura. L’altro sembrava atterrito ma i suoi compari lo sostenevano.
“Ehi Tom Gros… Quello te lo fai in due secondi…”
“Già, neanche il tempo di cominciare…”
“Forza Tom! Pisciagli in testa…”
Dall’altra parte parlò il diretto interessato.
“Ehi ragazzi, come volete che ve lo cucini il maiale…?”
Insomma, una classica situazione tesa dove lo spettacolo era assicurato e l’infermeria avrebbe dovuto fare gli straordinari. E le guardie? Dov’erano finite tutte le guardie che avrebbero dovuto vigilare e interrompere immediatamente la rissa? Di Sabato si stava cucendo un bottone della giacca. A lui le botte, il sangue e tutto il resto non interessavano. Si era messo in disparte, vicino alla porta che conduceva alla dispensa. Tutti gli altri secondini erano nella stanza attigua a quella del direttore che garantiva un’ottima visuale. Speravano di godersi lo spettacolo e che uno dei due ci lasciasse le penne. Avrebbe diminuito di molto le grane che tutti i giorni quelle due teste calde provocavano.
“Ok ciccione, fatti sotto e vediamo se hai le palle.”
Il ciccione, Tom Gross, alzò lo sguardo. Aveva gli occhi piccoli piccoli con una luce sinistra nello sguardo. Sembrò a tutti un toro drogato dal veleno delle banderillas che il torero infligge al toro durante la corrida, mentre si decideva caricare. Partì lento ma deciso a testa bassa verso il suo avversario. Il ragazzo rimase immobile ad attenderlo. Ma l’imprevisto si frappose fra i due. E l’imprevisto si chiamava Libri Consigliati. Veloce come un gatto, balzò dalla folla che osservava e si parò davanti a Tom Gross. Quello fu talmente sorpreso e stupito di vederlo che si sgonfiò di colpo frenando e scivolando a terra. Se fosse finito addosso a Libri Consigliati lo avrebbe ucciso. Ma per ottenere certe cose qualche rischio bisogna correrlo e, anche se non proprio calcolato, quel rischio Libri Consigliati lo aveva messo in conto.
“Togliti stronzetto” disse il ragazzo-senza-paura.
Tom Gross era talmente confuso che stette zitto.
“Soltanto due parole, posso?” Rispose Libri Consigliati al ragazzo-senza-paura.
Quando Di Sabato sentì la voce di Libri Consigliati si punse un dito con l’ago. Molló la giacca a terra e si fece largo fra la folla.
“No… e levati in fretta.”
“Ho rischiato l’osso del collo per essere qui fra voi due, pensaci. Forse sarai curioso di conoscerne il motivo.”
“Ma che cazzo…” Il ragazzo-senza-paura si guardò intorno con un sorriso idiota.
“Sentiamo.”
“No, è una cosa che dirò soltanto a te e poi a Tom, posso?”
Libri Consigliati si avvicinò al ragazzo e gli fece cenno di avvicinare l’orecchio.
Quello era talmente incredulo di ciò che gli stava accadendo che stette al gioco e si avvicinò. Libri Consigliati gli parlò per una quindicina di secondi, non di più. Quando smise il ragazzo lo guardava in maniera diversa come se con gli occhi stesse chiedendo il suo perdono.
Libri Consigliati si spostò verso Tom Gross, si protese verso di lui e gli bisbigliò all’orecchio come aveva appena fatto con il ragazzo. Ottenne lo stesso risultato con la differenza che l’energumeno lasciò andare il coltellaccio e si mise a piangere.
“Da questo momento,” proclamò Libri Consigliati, “il capo sono io. E se qualcuno ha qualcosa in contrario dovrà vedersela con i miei uomini di fiducia” concluse indicando Tom Gross e il ragazzo-senza-paura.
Di Sabato rimase basito.
Che cosa era accaduto? Quale magia aveva messo in atto Libri Consigliati per sottomettere al suo volere quelle due belve arrabbiate?
“Che cazzo gli ha detto?” si sentì bisbigliare tutt’intorno.
“Quello c’ha il demonio in bocca!”
“Incredibile!”
“Pazzesco!”
“Forte!”
La folla dei detenuti si divise religiosamente per far passare Libri Consigliati che avanzava con le mani in tasca e un’espressione vittoriosa dipinta sul volto. Il ragazzo-senza-paura e Tom Gross lo seguivano da dietro guardandosi intorno con aria di sfida.
Le guardie non riuscivano a crederci, ma quello che ci credeva ancora di meno era il direttore Staminchia che cominciava ad avere un Tic nervoso all’occhio sinistro ogni volta che vedeva o pensava a Libri Consigliati.
Da quel giorno Libri Consigliati divenne la luce, il punto di riferimento, l’ideale di tutti i disgraziati che erano rinchiusi là dentro. Tutti gli volevano parlare, volevano toccarlo e ricevere da lui anche solo un sorriso. E lui si prodigava cercando di non scontentare nessuno. I suoi due nuovi angeli custodi divennero delle specie di segretari che organizzavano gli appuntamenti durante l’ora d’aria e gestivano i posti a tavola nel refettorio per fare in modo che almeno una volta tutti quanti avessero la possibilità di pranzare o cenare al tavolo di Libri Consigliati.
La vita di Libri Consigliati migliorò sensibilmente. Improvvisamente si ritrovò un capitale in sigarette e con quelle riuscì a comperarsi tutto ciò che desiderava o almeno quello che si poteva recuperare all’interno di un penitenziario.
Di Sabato non si era più fatto vedere. Dopo quel capovolgimento incredibile creato da Libri Consigliati aveva pensato che il loro accordo non fosse più valido e così aveva di nuovo rinunciato alla possibilità di incontrare le donne dell’accampamento.
Ma Libri Consigliati non se n’era dimenticato e lo fece chiamare da Tom Gross.
“Che succede?”
“Forse io dovrei farti questa domanda.”
“Beh, lasciamo perdere le domande e veniamo al sodo. Io la lista l’ho preparata. Mi aspettavo di vederti per organizzare il primo incontro…”
“Non hai più bisogno della lista, mi pare che qui dentro ci sia tutto ciò di cui hai bisogno.”
“Tu non puoi sapere quello che desidero.”
“Vero.”
“E comunque la lista non è per me, è per te.”
Di Sabato non capì al volo quello che Libri Consigliati gli voleva dire e possiamo dire che anche gli intelligentoni in un caso come questo avrebbero fatto la figura dei fessi.
“Qui dentro c’è una lista speciale. Prendila, è il tuo passaporto per il mondo femminile.”
“Mi vuoi prendere per il culo?”
“No, ti voglio dare una mano.”
“Con quella? E che ci faccio?”
“Te la metri in tasca, per cominciare.”
Di Sabato la prese e fece per spiegare il foglio.
“No, non la devi leggere.”
“Senti, ma si può sapere…”
“È una cosa che funziona così. Ciò che c’è scritto in quel foglio è destinato alla prima donna che deciderai di invitare a cena. È scritto per lei e soltanto per lei.”
“Ma se non sai nemmeno chi sarà!”
“Confido nella fortuna.”
“Tu confidi nella fortuna ma la figura di merda la rischio io. Come faccio ad andare da una donna che non conosco e convincerla a leggere questo biglietto.”
“Ti basterà dire che si tratta di un mio messaggio.”
Di Sabato ci pensò su e scoprì che Libri Consigliati aveva ragione. Tutte quelle donne all’accampamento erano lì soltanto per lui, figuriamoci cosa sarebbe accaduto se fosse girata la voce che circolavano biglietti scritti di suo pugno, sarebbero letteralmente sbiellate nella speranza di riceverne uno.
“Lo sai che sei proprio un grandissimo figlio di puttana?” Gli disse Di Sabato sorridendo.
“No, quello lo è il giudice che mi ha condannato.”
“Ah già, è vero.”
Si accesero una sigaretta e rimasero in silenzio, immersi nei propri pensieri mentre si godevano la reciproca presenza.
“Senti”, disse Di Sabato rompendo quel piccolo incantesimo.
“Sì?”
“È da quando sei arrivato che tutti, me compreso, si domandano la natura del tuo reato.”
“La natura del mio reato?”
“Sì.”
“Sembra una cosa seria.”
“Non so cosa sembra ma sicuramente stuzzica l’immaginazione.”
“E tu lo vuoi sapere.”
“Ci puoi scommettere le palle.”
“Ma se te lo dico non funziona più!”
“Che cosa?”
“Il meccanismo del mistero, la religiosa ammirazione di tutti e anche l’esaurimento nervoso del direttore Staminchia.”
“Perché, neanche lui sa?”
“Neanche lui.”
“Ah…. Ecco perché…. Ma com’è possibile?”
“Si vede che non si fidano.”
“Chi?”
“Quelli che gli stanno sopra.”
“Comunque non mi hai risposto.”
“Ci sto provando… intendo a non risponderti.”
Libri Consigliati guardò il suo amico.
“D’accordo. A te lo posso dire. Sei pronto?”
“Spara!”
“È per via di quei foglietti.”
Di Sabato pensava di non aver capito bene.
“Quali, cioè… Tipo quello che mi hai dato?”
“Sì.”
“Fammi capire… Vuoi farmi credere che ti hanno condannato a dieci anni di reclusione per spaccio di foglietti come questo?” Nella foga della domanda aveva messo la mano in tasca e aveva tirato fuori il suo foglietto.
“Sì.”
“Ma vedi un po’ di andartene affanculo!”

L’ufficio del direttore Staminchia puzzava di solvente. Era un odore dolciastro che ti prendeva alle tempie e ti faceva bruciare le narici. Su un tavolo quadrato al centro della stanza c’era un plastico del carcere. Lo aveva costruito Staminchia. Lo faceva sentire più padrone della situazione e anche un po’ più direttore. Era una copia estremamente dettagliata che si poteva smontare a blocchi per poter vedere l’interno. Staminchia si era procurato dei piccoli soldatini di piombo e li aveva modificati per trasformarli nei suoi detenuti. Nel momento in cui Libri Consigliati entrò nell’ufficio il direttore aveva la punta delle dita tutte rosa. Stava colorando la carnagione dei detenuti in miniatura.
“Le piace?”
Libri Consigliati finse un grande interesse girando attorno al plastico e osservandolo da vicino. Lo trovava orribile. E mentre guardava pensava a come avrebbe fatto attenzione a non farsi fregare come la prima volta. Avrebbe controllato le sue parole al millimetro. Si sarebbe attenuto a risposte brevi e concise (che è poi la stessa cosa ma Libri Consigliati pensò proprio così).
“Allora, che ne dice?”
(Ma da quando in qua ‘sto coglione si preoccupa dell’opinione degli altri?)
“È… Interessante.”
“Solo?”
(Sì, solo, perché se potessi esprimerti la mia opinione ti direi che è una merda e che tu sei uno psicopatico patetico).
“Mi sembra un lavoro finissimo e di grande abilità, ma…a che serve?”
(Frena, lascia perdere, non ti mettere nei casini).
“È un mio piccolo hobby e… Diciamo un’omaggio a questa grande istituzione correttiva.”
(Un piccolo hobby per un piccolo cervello).
“E questi chi sarebbero?” Libri Consigliati fece il gesto di afferrare uno dei soldatini.
“No, non li tocchi, sono ancora freschi. Li ho appena verniciati. Comunque siete voi, i detenuti. Notevole eh?”
(Hai voglia! In confronto Leonardo Stravinci era un imbianchino che dava la tinta ai muri).
“Sono molto, molto impressionato, davvero.”
Staminchia sorrideva strapieno di orgoglio per se stesso.
“E sono lo stesso numero dei detenuti in carne ed ossa. Ci sono proprio tutti.”
“E ci sono anche le guardie?”
“Ma certo… Eccole lì, non le distingue perché non sono ancora finite.”
“Ah… E quindi dovrebbe esserci anche… Lei?”
“Io? No… E che c’entro io? Mica sconto una pena e poi mi farebbe impressione.”
“Ah… Ecco.”
“Comunque. Si sarà domandato perché l’ho fatta chiamare, visto che l’ultima volta non è andata esattamente bene…”
(Potrei prendere quel plastico del cazzo e spaccarglielo sulla testa!)
“Sì… Qualcosa del genere.”
“Cosa?” Staminchia guardò Libri Consigliati con uno sguardo leggermente contrariato.
(Ahia… Passo falso, spia rossa accesa…)
“Volevo dire che ha i suoi legittimi motivi e… Del resto è lei il direttore.”
“Infatti. E i motivi sono che voglio sapere come ha fatto a sedare quel piccolo tafferuglio dell’altro giorno.”
(Anche se te lo dicessi, e non te lo dico, non lo capiresti perché sei un idiota fatto e vestito).
“È stata una fatalità… Tutta colpa di un sasso su cui sono inciampato.”
“Inciampato?”
“Sì, e mi sono trovato a riprendere l’equilibrio proprio fra i due campioni.”
“Ah… Ma mi hanno detto che ha anche parlato con quei due detenuti.”
“Molti credono proprio questo, ma lei, che è il direttore, saprà certamente che non è possibile! Prima che avessi potuto dire anche solo “a…” mi avrebbero tirato giù tutti i denti.”
“Altroché, infatti è proprio così!”
Ma il direttore Staminchia non era convinto.
“E perché non lo hanno fatto!”
“Che cosa?”
“I denti, perché non le hanno tirato giù tutti i denti?”
“Ecco, immagino che non volessero sporcarsi le mani con un uomo insignificante come me.”
“Già, dev’essere così. Bene, allora può andare e cerchi di rigare in squadra.”
Libri Consigliati si voltò e raggiunse la porta.
“Ah… Libri Consigliati…”
“Sì, direttore?”
“Ma perché mi hanno detto che quei due adesso le fanno da guardia spalle?”
“È tutto un bluff direttore, è una copertura e sono sicuro che lei lo aveva già capito, non è vero?”
“Infatti Libri Consigliati, infatti…”
Fuori dall’ufficio del direttore e superata la segreteria, Libri Consigliati incontrò Di Sabato.
“Hai cinque minuti?”
“Devo tornare in cella.”
“Sì ma tanto sono io che ti ci porto.”
“E allora cosa chiedi?”
“Era per non farti perdere l’abitudine ai modi di dire che si usano nel mondo libero.”
“Bella cazzata.”
“Senti, mi dispiace.”
“Di cosa?”
“Di averti mandato affanculo.”
“Beh, come vedi ci sono andato ma sono anche tornato.”
“E mi fa piacere perché vorrei proseguire col nostro progetto.”
“Il biglietto ce l’hai. Devi soltanto usarlo.”
“Sì… Ma come?”
Libri Consigliati lo guardò con tenerezza.
“Non ti devi preoccupare. Con quel biglietto hai la serata assicurata. Ti basta andare all’accampamento ed essere gentile con le donne che incontrerai. Fai un giro e guardati intorno. A un certo punto incontrerai la donna che corrisponde al tuo biglietto.”
“Ma come faccio a saperlo?”
“Beh, è semplice. Sarà quella che ti piace di più.”

Di sabato prese la divisa pulita e la pose sul letto. Doveva mettersi anche il cappello o stare senza? Ma poi cambiò idea. Meglio vestirsi in borghese. Sarebbe passato più inosservato. Già, ma se non fosse stato riconoscibile come una guardia del carcere chi avrebbe creduto che il suo biglietto era scritto da Libri Consigliati?
Accidenti quante complicazioni. E vada per la divisa allora. Basta che la facciamo finita!

Poco prima del crepuscolo l’accampamento sembrava deserto. Fra le tende non c’era nessuno e uno strano silenzio si incollava all’agitazione di Di Sabato.
Fece il giro due volte dall’esterno poi si addentrò fra le tende. Vide un tavolo che doveva essere in comune, dove probabilmente le ragazze mangiavano, con un grande mazzo di fiori che malgrado l’oscurità regalava ancora colori sgargianti. Una tenda fatta a veranda ospitava una piccola biblioteca zeppa di libri e a fianco un porta abiti da camerino aveva le grucce tutte impegnate da vari tipi di abiti. Di Sabato si avvicinò e ne prese uno con le mani e ci tuffò il viso. Sentì un profumo leggero forse di violetta o di qualcos’altro ma molto gradevole. Una grande tenda circolare attirò la sua attenzione. Era chiusa. Che cosa avrebbe fatto Libri Consigliati? Sarebbe entrato? Di Sabato tolse il picchetto che teneva fermo il lembo di chiusura e si introdusse. In quell’istante si era trasformato in un intruso ed effettivamente si sentiva un ladro nella notte. Non cercava nulla in particolare, voleva soltanto dare un’occhiata. L’interno era intimo e odoroso di creme, lacche e trucchi. Ma che ne sapeva lui di queste cose? Niente, ma gli piaceva pensare così. Una piccola lampada a gas da campeggio era accesa al minimo e distribuiva la sua luce con parsimonia su tutto ciò che creava l’arredamento di quella tenda. C’erano cinque letti. Due erano disfatti. Un grande specchio appoggiato a terra rimandava un’immagine che sembrava dipinta con i colori del riposo e degli sbadigli che quelle cinque donne facevano prima di addormentarsi. Di Sabato pensò ai loro corpi fra le lenzuola mentre si stiracchiano e si addormentano. Stava fantasticando alla grande ed era veramente uno spasso. Ma un insieme di voci e risatine che arrivavano da lontano e che si stavano avvicinando lo scossero da quel fantasticare. Si alzò in piedi perché senza accorgersene si era seduto su un letto. Doveva uscire da quella tenda, subito. Si toccò la faccia, era sudato. “Merda, che cretino.” Fece due passi e col terzo inciampò su un tappeto che aveva il lembo sollevato. Cadde sul morbido e con la faccia si ritrovò immerso in un odore acre, aspro, spiacevole. Si mise sulle ginocchia un po’ stralunato e capì che era atterrato sul cesto della biancheria sporca. Cose che capitano. Come no, pensò, tutti i giorni!
Fuori dalla tenda la notte aveva cacciato il crepuscolo a calci nel sedere. Era buio pesto. Le voci si erano molto avvicinate e Di Sabato scelse la strada del ritorno per allontanandosi.
Mentre camminava rideva di sé, si era divertito! Gli sembrava di aver fatto qualcosa di proibito e prezioso. Un’esperienza del tutto nuova per uno come lui che viveva rincorrendo le regole e facendole rispettare. Era contento e si mise le mani in tasca sorridendo. Improvvisamente si fermò. Tirò fuori le mani e se le guardò. Erano vuote. Le rimise in tasca e frugò in tutti gli angoli ma non ci trovò nulla. Il biglietto! Non c’era più.

Al posto delle briochès c’era una grossa pentola piena di uova sode. Se ne potevano prendere due e accompagnarle con una tazza di caffè molto annacquato. E questo tutte le mattine. Al direttore Stamincha andava bene così ed era inutile lamentarsi.
Il mattino ha l’uovo in bocca, diceva Staminchia e non si capiva se non lo conoscesse o se sbagliasse volutamente il modo di dire.
“Secondo me quello lì c’ha la coglionaggine in bocca” si bisbigliava in refettorio.
“Non ti devi incazzare, pensa se ti chiamassi tu Staminchia!”
“A me le uova piacciano.”
“A te, se non stai attento, ti spacchiamo le corna…”
“A chi?”
“A te.”
“A me?”
“Sì, a te.”
Andava avanti così per tutta la colazione e per tutte le mattine del carcere.
Ma quella mattina fu diverso. Libri Consigliati arrivò, si sedette al suo solito posto e cominciò a parlare.
“Vi ho raccontato di quella volta che ho incontrato quella vecchietta?”
“Quale vecchietta?” Chiese uno dei tanti che si erano ammassati intorno a Libri Consigliati.
“Che te ne frega… stai zitto e ascolta,” rispose un’altro.
“Bene, si chiamava Clotilde. Un bel nome per una vecchietta, no?”
“Mia nonna si chiamava Concetta…”
“Minchia, ma te ne vuoi stare zitto?”
“Clotilde aveva una piccola casa a due piani con un giardinetto tutto intorno. Era una casa semplice ma molto curata. Degli enormi grattacieli la circondavano tutt’intorno, proiettando la loro ombra minacciosa e irriverente ma a Clotilde non importava. Quella era la sua casa, lì era nata ottantatré anni prima e a quei tempi i grattacieli non c’erano e per lei non valevano più degli spaventapasseri che li avevano preceduti. Qualche anno prima Clotilde aveva dovuto rifare il tetto. Un bel costo, capirete.”
“Io una volta ho dovuto rifare la suola delle scarpe!”
Una manona uscì fuori dal gruppo e diede un ceffone a chi aveva parlato.
“Ahi!”
“Così t’impari a stare zitto.”
“Per fare il tetto Clotilde era andata in banca e, facendo un piccolo mutuo sulla stessa casa, aveva ottenuto un prestito per affrontare la spesa. La povera Clotilde viveva col una minuscola pensione che le bastava appena per sé e per qualche gatto che miagolava lì intorno.”
“Io una volta un gatto…”
Patapum, un altro ceffone.
“Ahi!”
“La prossima volta te la stacco quella testa…”
“Dopo circa un anno che pagava con fatica quel mutuo, una lettera della banca convocava Clotilde a recarsi presso i loro uffici.”
“Vede, signora Stollmannstoin…”
“Signorina.”
“Prego?”
“Non mi sono ancora sposata. Il mio nome poi è Stollmannstein, con la ‘e’, che si pronuncia come una ‘a’. Lei non lo sa perché invece di dedicarsi alla letteratura romantica ha studiato ragioneria.”
“Veramente mi sono laureato in economia.”
“Tutte fandonie.”
Il funzionario della banca sospirò spazientito.
“Come vuole signorina Stollmannstain ma, stavo dicendo che le sue condizioni di mutuo sono cambiate.”
“Cosa significa?”
“Come spiegato nella lettera che ha certamente letto…”
“In quella comunicazione, perché le lettere sono quelle d’amore, quelle che si scrivono agli amici o alla mamma e non certo ciò che voi scrivete a macchina a tutte le persone a cui rubate i soldi….”
“Ma i nostri soldi, che non rubiamo, le sono ben serviti per riparare il tetto!”
“Non sia impertinente giovanotto! E comunque ve li sto restituendo con tanto di salati interessi.”
“Signora… volevo dire, signorina, in quella… comunicazione le abbiamo comunicato che le condizioni del suo mutuo sono cambiate.”
“Questo lo ha già detto. Arrivi al punto.”
“Il fatto è che la rata del mutuo è aumentata.”
“Aumentata? E chi l’ha deciso, il padreterno?”
“No, il direttore.”
Il direttore si chiamava Ezio Facciadimmerda ed era uno speculatore che si arrampicava sui listini di borsa. In vita sua non aveva mai prodotto nulla di concreto, ma aveva creato molta infelicità. Era il direttore di banca perfetto, vuoto come una lampadina che si infiamma bruciando energia importata a buon mercato. Era grasso e iperteso con una pancia talmente pronunciata che per vedersi l’uccello era costretto a salire su uno sgabello per specchiarsi sopra il lavandino del bagno.

Di Sabato arrivò a questo punto della storia. Col vassoio, la tazza di caffè e le due uova sode, si avvicinò al tavolo dove Libri Consigliati stava raccontando.
“Sembra che stavolta sputi il rospo, ma l’ha presa alla lontana…” Gli sussurrò Maritano che si era tolto il cappello per mettersi comodo.
Di Sabato si prese una sedia e senza fare il minimo rumore si sedette per ascoltare.

“Questa è la signorina Clotilde, signor direttore”, disse al direttore l’insignificante impiegato che aveva fronteggiato fino a quel momento la situazione.
Facciadimmerda sorrise e cercò di assorbire più ossigeno possibile prima di cominciare a parlare. Restò in piedi, probabilmente per avere un vantaggio emotivo su quella piccola vecchietta che però pareva non volere mollare sulla sua situazione.
“Io mi trovavo in quella banca”, disse Libri Consigliati. Si guardò intorno ed intercettò lo sguardo di Di Sabato per assicurarsi che ci fosse e che stesse ascoltando.
“Ero lì per caso, non ero neppure un correntista, ma fuori faceva caldo, era estate e nelle banche c’è sempre un’aria condizionata esagerata. E notai quell’uomo, il direttore. Del resto sarebbe stato impossibile non notarlo. Era imponente e sprigionava cattiveria e tristezza a più non posso. Fu proprio questo che notai, la tristezza e la cattiveria. E poi mi venne in mente che tanto orrore concentrato tutto insieme in un individuo può esistere soltanto se quell’uomo non ne è consapevole. Se lo fosse, ne morirebbe.”

“Lei, signorina Clotilde, è una donna fortunata.”
“Ma se mi avete appena alzato la rata del mutuo che già facevo fatica a pagare!”
“Appunto, per questo dico che è fortunata.”
A Facciadimmerda brillavano gli occhi e si sfregava le mani per controllare una smania che lo stava assalendo, quella di fare affari fregando il prossimo.
“Per toglierla da questo fastidioso inciampo le vorrei proporre una soluzione vantaggiosa per tutti e due.”
“Non m’interessa, di lei non mi fido.”
“Allora la metterò in un altro modo” Facciadimmerda rivolse un sorriso viscido alla signorina Clotilde “lei non ha scelta mia cara signorina.”

“Mi guardai intorno alla ricerca di una penna e un pezzo di carta. Li trovai su una scrivania dove non c’era nessuno. Mi sedetti. Da quella posizione potevo osservare agevolmente Facciadimmerda. Rimasi ad osservarlo per un paio di minuti. Non sentivo più quello che diceva ma non era importante.”

“Se lei non riesce a pagare il mutuo alla grande banca diventeremo proprietari della sua casa.”
“E che ve ne fate della mia piccola e traballante casa. Per me è tutto, per voi è una catapecchia.”
“Infatti signorina Clotilde, infatti. Noi della grande banca non abbiamo alcun interesse nella sua casa.”
“E allora?”
La signorina Clotilde cominciava a essere agitata e aveva perso un po’ di quella grinta che fino a quel momento aveva sfoderato come unica difesa dalla prepotenza di Facciadimmerda.
“E allora, noi della grande banca le proponiamo di vendere la sua casa.”
“Ma se ha appena detto che non le interessa!”
“Quello che ci interessa o meno non la riguarda. La mia offerta scade fra un minuto esatto, prendere o lasciare.”
La signorina Clotilde si mise a cercare con grande difficoltà un fazzoletto nella borsa.
“E… e io… Dove andrò a finire?”
“Forse con quello che ricaverà dalla vendita, estinto il mutuo, potrà ancora permettersi uno di quegli ospizi tanto pittoreschi.”
“Pittoreschi?”
“Sì, tanto pittoreschi. Mancano venti secondi.”
“Oddio… Sono nata in quella casa e poi ci sono i gatti e tutto il resto…”
“Dieci secondi.”
“Non avevo immaginato che il tetto non avrebbe retto e non potevo…”
“Cinque secondi.”
“Io…io… Mi dia quel foglio.”
Facciadimmerda sventolava un contratto come una bandiera vittoriosa.
Clotilde prese il contratto, recuperò gli occhiali e si mise a leggere.
“Firmando questo contratto si libererà dei suoi debiti, della sua casa e di tutte le sue preoccupazioni.”
Clotilde prese una penna e cercò il punto in cui firmare. Posò la punta della penna sul foglio e gli occhi di Facciadimmerda si dilatarono dall’emozione per essere riuscito a perpetrare l’ennesima fregatura.
“Un momento!”
Ero scattato più veloce che potevo e avevo sfilato la penna dalla mano della signorina Clotilde.
“Ehi giovanotto, che modi sono questi!”
“Perché tanta fretta?” le dissi sorridendo.
Facciadimmerda aveva la faccia contratta fra la sorpresa e lo sbigottimento mescolato a un’incazzatura che stava montando incontrollabile e lo faceva respirare a fatica.
Avevo scritto di getto senza quasi guardare il foglio e tenendo sempre gli occhi incollati a quell’uomo disgustoso. Cosa avevo scritto? Non ve lo so raccontare, ma vi posso dire che doveva avere il sapore, l’odore e l’emozione di tutta la vita di Facciadimmerda.
“Che diavolo sta succedendo?.. Conquest!”
Conquest doveva essere l’impiegato che comparve da dietro un armadio.
“Sì direttore?”
“Chi è questo… questo… Chi è quello?”
“Sì, un attimo direttore.”
Conquest strinse gli occhi per mettermi a fuoco e venne verso di me.
“Mi scusi, lei chi è?”
Non gli risposi ma allungai il foglio indicando il direttore.
Conquest prese il foglio senza fare storie e lo diede a Facciadimmerda.
Quello era talmente allibito, incazzato e incredulo di essere stato interrotto a un millimetro dal fregare la vecchietta che prese il foglio, probabilmente pensando di trovarci qualche spiegazione. Guardò me, poi Conquest e si mise a leggere.
Farfugliava, mentre leggeva farfugliava e si mise perfino ad annuire e a lamentarsi sommessamente. Crollò su una sedia che prontamente Conquest gli infilò sotto il sedere per evitare che cadesse a terra. Rilesse il foglio due volte e poi anche una terza, poi lo lasciò cadere a terra. Dopo essersi stropicciato la faccia e i capelli, alzò lo sguardo verso la signorina Clotilde.
“La prego di accettare le mie scuse… la scongiuro! Fino a qualche minuto fa non ho mai saputo quel che facevo e probabilmente non potrò mai riparare a tutto, ma la prego, accetti le mie scuse.”
La signorina Clotilde lo guardava con un piccolo sorriso e annuiva dolcemente.
“Conquest!”
“Si direttore?”
“Cancelli il mutuo della signorina Clotilde e le versi sul conto centomila euro a titolo di risarcimento.”
“Ma direttore! Sta scherzando direttore?”
Ezio Facciadangelo guardò Conquest dritto negli occhi.
“No, per niente.”

Ezio Facciadangelo, inutile dirlo, fu licenziato e di questo fu molto grato alla grande banca.
La signorina Clotilde prelevò i centomila, su mio consiglio, e si rifiutò di firmare un altro mutuo che molti impiegati cercarono di sottoporle andandola a trovare inutilmente nella sue vecchia, piccola casa.

Libri Consigliati tacque e per alcuni minuti, nessuno disse nulla.
Poi si alzò Di Sabato.
“E…”
“E questo è il motivo per cui mi trovo qui fra voi.”
“Solo per quella volta della vecchietta?”
“No, anche per molte altre. Di cose così ne ho fatte per quasi una decina d’anni.”
“Ma che ci scrivi su quei fogli?”
“Racconto l’anima delle persone, quello che sono davvero, ciò a cui aspirano, il loro amore, la loro passione per la vita, quello che quasi tutti non riescono a essere.”

“Di Sabato!”
Un secondino, Antonio Saltalacorda, era comparso nel refettorio con un foglietto in mano.
“Giù, all’ingresso civile c’è una femmina. Dice di aver trovato questo e che ti appartiene.”
“Come si chiama?”
“Filomena Chiarodilunasottolestelle.”
“Non la conosco.”
“Neanche lei ti conosce. Ma mi ha fatto una descrizione, una specie di identikit, e ho indovinato io che parlava di te. La vuoi vedere?”
Di Sabato prese il biglietto. Era quello che aveva perduto all’accampamento e che gli aveva dato Libri Consigliati.
“Sì.”

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