Prime dieci pagine
Mariel Giolito

Pochi conoscono la storia del colonialismo italiano e grazie a “Timira. Romanzo meticcio” di Wu Ming 2 e Antar Mohamed è stato possibile ripercorrere eventi ormai dimenticati.
Dalla fine del 1800 al 1947 infatti, il regno d’Italia tentò l’espansione in territori quali l’Eritrea, l’Etiopia, la Libia, la Somalia, specialmente sotto il dominio fascista, e l’impero d’oltremare divenne il fiore all’occhiello del regime.
La Somalia, in particolare, rappresenta un tassello fondamentale nella storia del colonialismo italiano, poiché, a seguito della fine della guerra, fu assegnata all’Italia l’amministrazione fiduciaria di tale territorio per un periodo di dieci anni, finito nel 1960.
Proprio in Somalia si svolge una storia insolita: nel 1923 il sottufficiale Giuseppe Marincola diventa padre di Giorgio, e nel 1925 di Isabella, nati entrambi da madre somala, Aschirò Hassan, decide di riconoscere entrambi i figli e mandarli a vivere in Italia, azione che sarà esplicitamente vietata con la legge n. 822 del 13 maggio 1940.
Giorgio viene affidato allo zio, mentre Isabella va vivere con la moglie di Marincola e i fratellastri.
La storia di Isabella Marincola nasce dalle registrazioni che lei ha fatto della sua vita a suo figlio, Antar Mohamed e a Wu Ming 2, da una ampia documentazione storica (la sezione “Titoli di coda” testimonia il grande lavoro di ricerca effettuato), dalle pagine del suo diario scritto nel gennaio-febbraio 1991. Le pagine del romanzo raccolgono anche alcune foto che ritraggono Isabella in differenti momenti della sua vita, dall’infanzia sino alla vecchiaia e contribuiscono a rendere ancora più viva e reale, se mai ce ne fosse bisogno, una figura per molti versi straordinaria.
Un romanzo “meticcio”, lo definisce Wu Ming 2: «L’abbiamo scritto in tre, io Isabella e Antar. Abbiamo realizzato in concreto un esperimento di convivenza, di società multietnica. Che a parole sembra sempre bellissima ma invece è figlia di un duro lavoro, di tanta pazienza e impegno. E così è stato anche per creare questo romanzo. Io pensavo di intervistare Isabella, come per altro ho fatto per 20 ore, e poi di sbobinare il tutto, condirlo con le mie invenzioni stilistiche e via: il libro era pronto. Niente di più sbagliato: lei voleva essere protagonista sino in fondo, aveva voglia di ripercorrere la sua vita e così è stato. Mi consegnava fogli scritti a mano frutto dei suoi ricordi e del diario che aveva tenuto negli anni di Mogadiscio. Poi alla sua morte, una volta che con Antar abbiamo deciso di proseguire, è subentrato lui e ancora una volta abbiamo cambiato modo di procedere. Ci siamo parlati, ci siamo capiti, ci siamo rispettati: quello che serve per unire culture e punti di vista diversi».
Il carattere di Isabella, la prontezza di spirito, la determinazione e le situazioni spesso paradossali che vive rendono la sua esperienza eccezionale, l’infanzia in Italia è segnata da un tormentatissimo rapporto con la moglie del padre, che non accetta questa bambina .
Isabella adora suo fratello, che però non la coinvolge in quelli che sono i suoi progetti e aspirazioni: Giorgio Marincola entrerà nelle file partigiane e in nome di quei valori perderà la vita nel 1945 in val di Fiemme, durante l’ultima strage nazista compiuta su territorio italiano. Con la morte prematura di Giorgio, Isabella rimane sola. La situazione in casa è sempre più tesa, al punto che decide di andarsene, cercando di realizzare le sue velleità di attrice a Roma. La mondina nera che compare nel film “Riso amaro”, di cui è riportata una foto nel romanzo, è lei.
Isabella, con il secondo marito che fa il giornalista, tornerà in Somalia, conoscerà sua madre ma la distanza pare incolmabile, anche a causa dell’assenza di una lingua comune.
In Somalia decide comunque di restare, dove si risposa con l’uomo che diverrà padre del suo unico figlio. La storia di Isabella ritorna ad essere italiana negli anni Novanta, quando in Somalia esplode il conflitto e i cittadini italiani sono rimpatriati.
Una italiana nera non rientra in alcuna categoria e ancora una volta deve arrangiarsi, nonostante gli anni e gli acciacchi. Il figlio, Antar, già in Italia, non è nella condizione più adatta per rappresentare un rifugio sicuro, tutt’altro, visto anche il complicato rapporto con la madre, dal carattere non certo facile.
Isabella ha una identità che esce dagli schemi, burocratici e culturali, dell’Italia degli anni Novanta, ma forse anche di quella degli anni successivi; la sua esperienza di italiana nera lo dimostra, dalle discriminazioni nelle relazioni personali e lavorative, ai luoghi comuni che le vengono rovesciati addosso dai vari uomini che ci provano con lei.
Riesce a far perdere la pazienza anche a suo figlio: “Sentimi bene, razza di fallita: sai perchè come attrice non hai fatto carriera?… Il fatto è che tu pensi di avere un credito col mondo, pretendi di riscuoterlo da chiunque incontri e così ti bruci la terra intorno… Antar è assuefatto all’arrangiarsi… tu invece sei abituata a reclamare, a far valere i tuoi diritti, anche se ormai non è chiaro quali siano davvero…”
Mi pare che Wu Ming 2 sia riuscito a trovare una ricetta che rendesse la scrittura esito di un lavoro collettivo, anche se rispecchia il punto di vista di Isabella, oggetto e soggetto della narrazione che racconta una storia che non poteva rimanere chiusa in un cassetto: «Guardarsi indietro è utile, raccontare i fatti passati aiuta, è una buona palestra per capire la complessità del presente. A condizione che non si facciano sconti: Timira per esempio non è un romanzo comodo, rovescia molti stereotipi, la stessa Isabella emerge con le sue contraddizioni e tutto questo contribuisce a costruire una mappa per orientarsi… perché la narrazione è importante, è un mattone decisivo nella costruzione di una comunità. Bisogna raccontare sempre verità nuove, ridire le stesse cose con parole diverse. E per riuscirci bisogna avere un’etica, una deontologia professionale: arrivare a colpire il cuore della verità narrativa».

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