Prime dieci pagine
Emanuela Zoia

Dentro la bocca ha tutte le vocali
il bambino che canta. La sua gioia
come la giacca azzurra, come i pali
netti del cielo, s’apre all’aria, è il fresco
della faccia che porta. Il 4 è rosso
come i numeri grandi delle navi.

(Alfonso Gatto, Il 4 è rosso)

Da sempre, chissà perché (me ne accorgo adesso, riflettendo sul perché questa poesia mi ha sempre colpito) associo le navi ai bambini..
La nave è forte, grande, conquista il mare, non ha paura, non teme le onde, resiste alle tempeste.
Eppure l’associo ai bambini.
Alla loro ingenuità, alla forza delle loro domande a cui spesso è difficile rispondere, perché vanno a caccia dell’essenziale. Perché? Perché?
Alla bellezza di avere la vita davanti, alla grandezza del sapere che li aspetta.
Alla loro fragilità, che, per chi sta loro accanto, diventa una forza.

Non posso dire di aver scelto di fare l’insegnante. E’ capitato.
Ho fatto le magistrali perché mia mamma non se l’è sentita di farmi fare il liceo (classico, volevano che facessi, i miei insegnanti delle medie) perché non avevamo le possibilità economiche di assicurarmi l’università. Non è stato così per i miei fratelli, ma io ero la prima…
Anche finite le magistrali non sapevo bene cosa avrei fatto, quello che ricordo è che volevo studiare filosofia (mia madre invece non capiva, pensava che avrei dovuto studiare matematica, proprio volendo).
Comunque intanto bisognava cercarsi un lavoro, era scontato, non era in discussione.
Casualmente il concorso all’Inps non mi vide fra i primi e, nel frattempo, ci fu il concorso per insegnanti.
Lo vinsi – perché era scontato che i concorsi si vincevano – e mi trovai a ottobre in una classe di bambini di prima elementare.
L’incontro con i bambini fu folgorante. Ed è sempre rimasto così.
I bambini mi hanno commosso, spesso; e a distanza di anni mi hanno commosso ancora di più i ragazzi, quelli delle medie.
Mi ha commosso la loro capacità di imparare, di cogliere le cose nuove che cercavo di insegnare.
Forse più di ogni altra cosa mi ha colpito il modo in cui imparano a leggere e – quasi più ancora – a scrivere. Come le lettere diventano a un certo punto parte di te e tu le capisci. Le com- prendi, le prendi (quasi le tocchi) e ne fai un gioco.
E il bambino che ha imparato a mettere insieme le lettere e le sillabe, e poi a farne delle parole, è infinitamente felice e infinitamente curioso.
C’è un momento nella vita delle famiglie in cui i bambini leggono qualunque cosa passi loro sotto gli occhi, quasi a voler confermare a se stessi che davvero hanno capito, che il gioco è in mano loro.

Non mi ricordo quando ho imparato a leggere e a scrivere.
Mi ricordo però la sensazione – netta e meravigliosa – quando, alle superiori, fui sicura di aver capito – da sola – un testo di filosofia, senza bisogno di aspettare la spiegazione dell’insegnante.
Ecco, quando succede così, ti sembra che il mondo sia tuo, che nulla ti possa fermare.
Che qualunque tempesta non sovrasterà la tua nave e che essa, accidenti sì, arriverà da qualche parte.

Ci piacerebbe che le persone che hanno trascorso tanto del loro tempo nella scuola provassero a raccontare pezzetti della loro esperienza, ricordi, incontri, riflessioni, tutto ciò che può diventare a sua volta un rimando all’esperienza di altri, a questa lunga storia che è stata la nostra ma anche la storia della scuola italiana negli ultimi quarant’anni. Con ruoli e modalità diverse, le persone della mia generazione e quelle solo poco più “grandi” hanno costruito un’idea di scuola, di insegnamento, di apprendimento, di relazioni, che è stata fondamentale per renderci ciò che siamo.

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