Prime dieci pagine
Ombretta Brondino

«Vado su!»
Questa l’asserzione urlante che ripetevo ogni sera a mia madre dopo cena. La gridavo con puntualità dalla mia stanza sempre intorno alla stessa ora. In tal modo era più facile sottrarmi alla consueta domanda-risposta di lei «Hai finito i compiti? Sei sicura di aver concluso tutto ciò che dovevi fare prima di andar su?» Davanti a un tale interrogativo seguiva un regolare laconico eppure lunghissimo «Si!» con troppe i come se l’estensione di quella vocale potesse occupare spazio e impedire a mia madre di incalzare con ulteriori severi quesiti inquisitori.
Con aria da fuggiasca, mi chiudevo la porta di casa alle spalle cercando di passare inosservata in mezzo a tutti gli altri e iniziavo a respirare. In quegli anni, l’atmosfera in famiglia si era fatta pesante. Eravamo in troppi sotto lo stesso tetto a contenderci l’affetto di una madre e un padre che, per quanto si arrabattassero, non erano mai abbastanza presenti e vicini, almeno per la sottoscritta.
Andare su significava ritagliarmi il mio angolo di affetto e di attenzione, entrare nel mio giardino segreto e lasciarmi cullare da un’atmosfera tutt’altro che dolce e materna ma perlomeno “riservata”. Ero in affannosa ricerca di esclusività e salire da mia zia, alloggiata esattamente nell’appartamento soprastante, mi regalava l’illusione di possedere il monopolio dell’interesse e partecipazione. Ero l’unica, tra tanti, che andava a trovarla con regolarità e questa mia costanza veniva premiata con un ascolto incondizionato che mi rendeva impareggiabile ai suoi occhi e mi donava quella vaga sensazione di unicità che mi alleggeriva il cuore e il respiro.
Lei era un personaggio alquanto singolare. La sua peculiarità non trascendeva da un’anomalia sofferente, un dolore profondo a causa del quale, nel corso degli anni, aveva allontanato tutti. Zia Lili era una donna rimasta sola, una di quelle creature temute da un gran numero di persone in quanto portatrice di un malessere forte e incomprensibile.
«Giulia, sei tu?» urlava non appena mi sentiva bussare alla porta «Sì zia, sono io». Mi veniva incontro rumorosamente sulla sua carrozzina, con una immancabile sigaretta posta tra la mano destra e la bocca rosso fuoco.
«Ah, bene!» diceva rasserenandosi. La mia presenza lì era uno dei pochi collegamenti con il mondo esterno e le rare occasioni in cui, per i motivi più svariati, mancavo all’appuntamento, pagavo non poco pegno durante le serate seguenti.
Zia Lili era sempre stata una donna eccessiva, o meglio, dedita agli eccessi. Da quando ho ricordi autonomi, l’immagine di lei che ho stampata nella mente è quella di una donna bellissima, e per bella intendo un’autentica Venere del fascino femminile ma mai priva di un bicchiere, una sigaretta o un qualche espediente insano tra le mani.
«Mia sorella ha rovinato la vita a se stessa e a tutti noi. Non la sopporto più. Non capisco davvero cosa vai a fare lì tutte le sere» Incalzava di tanto in tanto mia madre. Le sue parole rabbiose mi accompagnarono durante tutti gli anni dell’infanzia e della giovinezza. Espressioni dure le sue, traboccanti di dolore, amarezza e stizza che sottolineavano, oltre il suo potente ed indubbio dolore, un maldestro tentativo di frenare il mio istinto a recarmi da lei. Ma la verità era che nulla e nessuno, soprattutto in quegli anni, avrebbe potuto castrare il mio naturale impulso a correre là su, accomodarmi sul suo lettone ed osservarla mentre girava, inferocita e furiosa, su quella sedia a rotelle ormai sua unica e fedele serva. Nessuno, nemmeno mia madre possedeva la facoltà di farmi desistere da un tale intento. Era più forte di me. Io dovevo andare da lei.
Durante la prima mezz’ora si consumava sempre il solito copione. Arrivavo, mi diceva di accomodarmi e poi, senza nemmeno degnarmi di uno sguardo, iniziava con lo sfogo che aveva i connotati di una vera e propria deflagrazione, con ordine del giorno la giornata in corso che stava per concludersi. Si scagliava contro tutto e tutti indistintamente, non c’era scampo per nessuno. Partiva dal panettiere che le aveva restituito un centesimo in meno di resto per poi passare ai suoi figli che lei giudicava, senza il minimo senso autocritico, come ingrati e irriconoscenti per concludere in bellezza con mia madre, i loro genitori o la sfilza infinita dei suoi ex amanti. Tutti, dal suo punto di vista, erano colpevoli e mancanti nei suoi confronti a tal punto da provocare in lei il desiderio di scartarli a sua volta dalla propria vita. Il suo impeto era talmente furioso e violento da renderla irriconoscibile e quasi sfigurata nell’espressione facciale. In quei frangenti, era l’immagine incarnata della collera più pura ed assistere ad una tale messinscena, ogni sera, costituiva l’antidoto più potente a mia disposizione per non pensare ai buchi e alle carenze della mia vita che in quegli anni percepivo come dei giganti da combattere. Dopo circa una trentina di minuti dal mio arrivo però, qualcosa di magico e misterioso accadeva in lei e l’atmosfera svoltava verso nuovi lidi. Il vino o la vodka, che immancabilmente si versava in un bicchiere al mio arrivo, iniziavano a produrre effetto sulle sue connessioni neurologiche o che so io, e lei si ammorbidiva. Nel giro di quei pochi istanti passava da uno stato altamente infuriato e confuso alla luminosa pace della mansuetudine. Le vene del suo collo smettevano di gonfiarsi, i muscoli del suo corpo abbandonavano l’eccessiva rigidità e tutto il suo volto si distendeva per tornare ad essere bello.
«Ti faccio paura eh?» iniziava «Lo so, lo capisco, ma io non sono cattiva. Devi saperlo questo» ed io che pensavo tutt’altro di lei, la rassicuravo dicendo «Lo so zia che non sei cattiva altrimenti non sarei qui» e lei, a quel punto, perfettamente calma, iniziava «Allora, oggi? Come è andata la scuola?».
Io ero lì per quel momento, quell’istante favoloso in cui si occupava di me in modo semplice e disinteressato. Mi chiedeva di raccontarle la giornata totalmente ignara di concedermi un regalo unico.
A tavola, di sotto, eravamo sempre la metà di mille: i miei genitori, io, le mie due sorelle, mio fratello, mio cugino e mia cugina, figli di zia Lili venuti a vivere da noi in pianta stabile dopo il disastro, e raccontarsi le giornate a vicenda o il semplice comunicare era diventato un momento tutt’altro che naturale. Non c’era mai spazio per tutti ed io, che all’epoca frequentavo le scuole medie e conducevo una vita ben poco interessante, rinunciavo spesse volte a parlare di me stremata dalle attese o dalla prepotenza dei grandi che, per il solo fatto di essere più adulti, si arrogavano maggiori diritti in tutto e tanto più nell’ambito della comunicazione. Insomma a casa mia, la sera a cena, tutti volevano parlare, intervenire, dire la loro: un vero caos.
I miei genitori in quell’anno presero una decisione forte e irreversibile. Mia madre non se l’era sentita di voltare le spalle ai suoi nipoti rimasti tutto d’un tratto privi di un padre che irresponsabilmente aveva preferito andarsene a lavorare all’estero e una madre alcolizzata che, dopo essere stata colpita da un devastante ictus, era rimasta con la parte destra del corpo completamente paralizzata, e quindi, ad un certo punto le cose tra le mie pareti domestiche mutarono irrimediabilmente.
Ricordo che un giorno a pranzo, io avrò avuto sì e no cinque anni, tutto d’un tratto mi venne riferito che la stanza, fino a quel momento condivisa con mia sorella, sarebbe diventata una stanza a tre posti. Un nuovo letto venne sistemato in mezzo ai nostri due già esistenti mentre mio fratello iniziò a condividere la sua camera con Gian, nostro cugino più grande. Tutto d’un tratto la mia già consistente famiglia divenne una vera e propria comune. Ad ognuno di noi vennero affidate incombenze ben precise affinché tutti, dal più grande al più piccino, potessimo contribuire attivamente alla riuscita di quell’arduo compito meglio identificabile con il “portare avanti la baracca”. E, se possibile, senza impazzire. Mi riferisco soprattutto a mia madre che, in accordo con mio padre, decise di abbandonare il lavoro e restare a casa per badare alla tribù che, dopo essersi allargata di botto, sarebbe inevitabilmente cresciuta per età anagrafica dei suoi componenti, esigenze e soprattutto follie proprie dell’età giovanile.
Oggi posso capire la sua rabbia. La sua vita venne stravolta dall’irresponsabilità di una sorella ed un cognato. Ma la mia? Chi accolse e comprese la mia insofferenza o la mia collera? I miei genitori decisero di comune accordo questo enorme cambiamento ma né io né i miei fratelli fummo consultati in merito. Ricordo solo che un giorno passammo dall’essere cinque ad essere in sette più Krilù, il gatto dei miei cugini. Da cinque a sette più un gatto e una miriade di problematiche estranee alla mia famiglia di origine che improvvisamente divennero “nostre”.
Tornando a lei, Zia Lili era sempre stata una bella donna e, in un certo senso, non aveva ancora cessato di esserlo. Parlo di una bellezza atipica che, per essere apprezzata, doveva essere messa a fuoco. La sua figura esile e il suo volto leggermente spigoloso fuoriuscivano dai canoni consueti della bellezza ordinaria ma ciò che la rendeva unica erano lo sguardo cristallino, il sorriso generoso disturbato da una scomoda distanza tra gli incisivi superiori e quel portamento ritto e fiero tipico delle donne di classe. Anni dopo, in seguito ad un mio breve viaggio nella capitale francese, imputai il suo charme a quello delle donne parigine e nella mia testa lei cessò di essere Liliana e divenne Lili. Il suo fisico era dotato di una grazia innaturale ed eterea che faceva a pugni con le sue malsane abitudini e gli abiti le cadevano addosso con la leggerezza e la perfezione di un velo. La dipendenza da alcol e fumo prima e psicofarmaci poi, in seguito alla malattia, non l’avevano inspiegabilmente privata del suo fascino e benché una inevitabile decadenza avesse ingiallito il suo splendore, zia Lili, anche nella sua condizione di semi invalida, era una donna ancora molto corteggiata. Era magra, slanciata e dotata di un seno prorompente che le conferiva quell’aria da femmina verace che un po’ intimidisce ma tanto piace al genere maschile. Quelle serate passate insieme si trasformavano spesso in sedute iniziatiche all’arte della seduzione e il mio viaggio alla scoperta dell’altro sesso avvenne in quei frangenti, in sua compagnia. Senza volerlo, o forse sì, mi introdusse con i suoi aneddoti, racconti coloriti e dettagliate descrizioni della sua vita appassionata, nel mondo della giovinezza e dell’amore e vivere le mie prime esperienze con lei a farmi da contraltare o cassa di risonanza, rese le mie prime esperienze decisamente indimenticabili.
Nonostante crescessi e mi affacciassi a grandi passi nel mondo della giovinezza, la mia dipendenza da quel “Io vado su” serale non accennava a diminuire né in frequenza né in intensità di desiderio tanto che una sera mia cugino Gian, incuriosito dalla mia regolarità caparbia, mi disse «Stasera, Giulia, quando vai su da mamma dimmelo che ti accompagno» «Okay, come vuoi» dissi fingendo una certa noncuranza ma in realtà il pensiero della sua presenza lì con noi non mi aggradava affatto e aggiunsi visibilmente stizzita, «Com’è che improvvisamente ti interessa venire a trovare tua madre?» e lui «Ehi ragazzina ti consiglio di moderare i toni non credo di doverti chiedere il permesso di venire su da lei». «Figurati! È che saranno almeno tre settimane che non ti fai vivo e poi mi chiedevo cosa fosse questa smania di venirci con me». Ad una tale risposta Gian mi guardò fisso negli occhi per poi distoglierli subito dopo «A dopo piccola impertinente».
Questa era una chiosa di discussione tipica di mio cugino. Dalla sera che mise piede in casa il suo gioco delle parti intonava gli accenti della prepotenza e dell’aggressività, sussurrata o urlata, a seconda della presenza o assenza dell’adulto di turno. Ma mentre con mio fratello Alex la convivenza fu difficile sin da subito, con il resto della famiglia e la sottoscritta, Gian riuscì a modulare con una certa maestria la sua indole collerica e arrogante.

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