Prime dieci pagine
Ombretta Brondino

Quella sera però il suo sguardo e la sua volontà intrusiva m’infastidirono oltre ogni limite. Qualcosa dentro mi gridava a gran voce che la sua presenza lassù fosse irritante per me e quantomeno inopportuna. Non potevo fare a meno di percepire la sua volontà come una invasione ma, non riuscendo ad affrontarlo direttamente, quella sera mi inventai una scusa e non andai dalla zia «Tesoro, sei ancora qui con noi» disse mia madre tra lo stupore e la boria del vedermi ancora lì seduta «Sì, stasera ho troppo da studiare mamma. Credo che rimarrò nella mia stanza a finire. Domani ho la versione di latino e non posso rischiare a questo punto dell’anno». Gian mi fulminò con lo sguardo visibilmente indispettito ma non disse nulla. Non mi parlò per giorni, non fece più accenni all’accaduto e tutto sembrava essere rientrato. I nostri rapporti ripresero normalmente tra la reciproca indifferenza e benché talvolta percepissi il suo sguardo insolito posarsi su di me, decisi di non farci caso. Ora so che le prime avvisaglie di un comportamento inconsueto covano spesso una realtà molesta che non andrebbe ignorata ma a quel tempo, complice la mia giovane età, scelsi invece la tattica della negazione del problema.
Le mie incursioni serali a casa di zia Lili ripresero normalmente anche se, crescendo, le mie uscite aumentarono rendendo così meno rigido l’orario di visita. Spesso trascorrevo le ore pomeridiane da lei, mi fermavo a studiare lì dopo le consuete chiacchiere oppure passavo la sera tardi prima di rientrare a casa. Lei faticava a prendere sonno e, a parte le sere in cui si concedeva di bere oltre il suo già stringato limite, il più delle volte la trovavo sveglia a rovistare tra le sue vecchie foto o ad ascoltare qualche vecchio disco in vinile di musica jazz. La zia era stata fidanzata per anni, quando io ero molto piccola, con un noto jazzista, trombettista molto conosciuto in quegli anni, che invase la sua casa di musica, gente di ogni genere e razza, meravigliosi gioielli e molto molto amore. Enrico la adorava, il suo sentimento aveva a che fare con la venerazione. Non conobbi mai più in tutta la mia vita uomo più innamorato e devoto alla sua donna oltre che musa eletta tra tante. Ero una bambina al tempo ma non scorderò mai la sera in cui tre facchini vestiti di rosso si avvicendarono più e più volte su per le scale del palazzo con vasi enormi di rose rosse indirizzate a lei. Credo fossero un centinaio o forse più. Dopo i loro innumerevoli litigi furenti, lui era solito farsi perdonare con gesti splendidi e grandiosi e quello fu uno dei più memorabili soprattutto visto che, appena un paio di giorni dopo, lei gli diede il benservito definitivo dopo cinque anni di appassionato e travagliato amore.
Quella sera rincasai intorno alle undici, decisi di passare da lei e la trovai sveglia. Era stranamente immobile e non indaffarata in una delle sue mille attività, girata di schiena, seduta sulla sedia, affacciata alla finestra che dava sul cortile interno della casa. L’appartamento era avvolto in uno strano silenzio, le luci erano spente tranne una piccola abat-jour che illuminava un piccolo tavolinetto tondo vicino al quale la zia era solita leggere nei rari momenti in cui riusciva a mantenere viva la concentrazione per almeno dieci minuti.
Bussai piano per avvisarla del mio arrivo ma lei non si voltò, fece appena un cenno con la mano per dirmi di avanzare «ciao zia!» dissi io a bassa voce. Lei voltò lo sguardo e puntò i suoi occhi nei miei che, nell’arco di un brevissimo istante, traboccarono di lacrime e rimmel. Il suo volto si stravolse, il corpo ripiegato mollemente su se stesso iniziò a tremare dando sfogo ad un pianto inesauribile. Restai seduta accanto a lei, senza proferire parola e accolsi quella folata di afflizione rendendole, per una volta, il favore. Ero lì con lei per lei. Mi ci volle qualche istante per intuire che quella sera qualcuno, ed erano in molti ad avere il potere di pungerla, era stato lì, turbando in modo irreparabile il già fragile equilibrio di quell’anima contraffatta da un malessere senza parametri e confini. Mi venne in mente l’immagine della scultura del Bartolini, la Ninfa con lo scorpione. Essa ritrae una casta ninfea dolorante, intenta a massaggiarsi un piede che è evidentemente appena stato punto da uno scorpione ancora lì ai suoi piedi. Il dolore di questa donna è silenzioso ed elegante in contrasto con quello disperato della zia ma, per entrambe, la causa prima di quello spasimo straziante è sempre lì presente. «Gian!» Mi sopraggiunse istintivamente la sua immagine. Lei mi guardò e annuì «È stato qui. Era almeno un mese che non veniva a trovarmi. Lui è diverso da sua sorella, lei viene almeno per forma. Lui no. E se non passa per un po’ è perché gli faccio talmente ribrezzo da non poter sopportare nemmeno la mia vista». Le confessai allora la sua bizzarra richiesta di qualche giorno prima «Qualche settimana fa mi ha chiesto di accompagnarmi qui una sera ma io ho inventato una scusa e ho rinunciato a venire da te». «Non me ne avevi parlato Giulia. Hai fatto come ti sentivi» aggiunse lei «Sì ho agito d’istinto zia ma il fatto è che l’istinto non mi ha detto cose belle zia. Qualcosa di potente mi ha tenuta lontana da lui e dall’accompagnarlo qui» Lei mi guardò intensamente «Tu senti le cose ragazza». «Cosa intendi? Io ho solo sentito che non volevo fosse qui con noi!».
La mia visita si chiuse così quella strana sera. La sua dignità, il rispetto per la sottoscritta e l’operato della mia famiglia le impedirono di addentrarsi nella descrizione dei particolari dell’alterco. Dopo essersi tranquillizzata liquidò la faccenda bruscamente, come da copione, asserendo «Non ho più un figlio, anzi, due! Devo solo accettarlo».
Quella sera rientrai nella mia stanza facendo volutamente rumore. Il desiderio che tutti, ma soprattutto lui, sapessero del mio ritorno s’impossessò di me e alla fine raggiunsi il risultato sperato. Gian entrò nella mia stanza ma non in quel preciso momento, lo fece almeno due ore dopo mentre tutti dormivano ed eseguì la sua mossa di soppiatto. Io ero nel mio letto e lui era ben consapevole di violare la mia intimità addentrandosi in quel modo: mi trovò in uno stato di torpore, senza difese, e per quanto l’andamento della serata produsse in me un’adrenalina tale da tardare l’arrivo del sonno, negli istanti precedenti la sua intrusione, mi stavo avvicinando a grandi passi verso il suo raggiungimento. La porta si aprì e si chiuse in una frazione di secondo e, senza che io potessi accorgermene, mi ritrovai con una mano sulla bocca e il suo corpo steso sul mio: le coperte facevano da divisorio tra i nostri corpi e il mio era completamente immobilizzato. Nel silenzio totale in cui era avvolta la stanza riuscivo a percepire nettamente il suo fiato e il battito del suo cuore congruamente adagiato sul mio e proprio quel palpito divenne la colonna sonora degli interminabili istanti in cui Gian, mio cugino, abusò della mia anima. La violenza subdola e ovattata di quel ragazzo, improvvisamente a me estraneo e alieno, non entrò nel mio corpo bensì nella mia mente:
«Finalmente soli, piccola impertinente» sentenziò con accanimento e forza rabbiosa «Ti spiego una cosa ed una soltanto. Quella che tu vai a trovare tutte le sere è una puttana di prim’ordine. Non so cosa abbiate di tanto segreto da condividere tu e lei e nemmeno m’importa ma una cosa devi sapere su di lei, tutti noi e questa fottuta storia di abbandoni che ci ha rovinato la vita. Quella donna lassù non è una vittima e soprattutto non è una madre. Con me ed Anna non lo è mai stata, ci ha sempre voltato le spalle, noi per lei eravamo e siamo tutt’ora un’incombenza. Ha preferito le sue bottiglie e i suoi innumerevoli amanti a noi e a mio padre, sempre e senza esitazioni. Anche lui è fuggito perché una donna come lei ti succhia tutte le energie vitali lasciandoti a terra dissanguato per cui ora “miss so tutto io”, finiscila con quest’assurda opera di santificazione del demone perché non ha motivo di esistere! Alla tua di madre piuttosto non ci pensi? »
Pian piano allentò la presa sulla mia bocca e io riuscii a respirare di nuovo. Ero immobile sotto il suo peso «Cosa le hai fatto stasera?» chiesi adattandomi al suo tono di voce basso ma sostenuto da una collera senza pari e senza minimamente distogliere lo sguardo dal suo. In quel momento mi resi conto che un misto di terrore e di piacere mi attraversarono la schiena ma misi da parte la sensazione e incalzai la risposta «Allora uomo virile e coraggioso che ti intrufoli di notte nella stanza di tua cugina credendo di spaventarla a morte, allora cosa diavolo hai detto a quella donna stasera per ridurla in quel modo?» Le parole uscirono audaci da me misteriosamente e senza indugio «Il minimo che può accadere ad una donna di tal specie, cugina, è che rimanga senza niente e nessuno» sentenziò come fosse un oracolo sceso sulla terra «Lei è già sola. E poi chi sei tu per punirla e tantomeno decidere del suo destino? Non credi abbia già pagato abbastanza per i suoi errori?» Incalzai nell’intento di farlo sentire un verme «Te lo dico un’ultima volta. Smettila di difenderla! Io e mio padre abbiamo fatto in modo, ed è tutto legale non ti agitare, di toglierle ogni cosa. Tutto capisci? Beni mobili e immobili di famiglia, partecipazioni all’azienda del nonno comprese. Tutto! Quella sera, colto da una vaga compassione, avrei voluto usare te come scudo, l’avrei preparata alla notizia con più calma e circospezione ma tu hai preferito defilarti». In quel preciso istante mi sentii colpevole e responsabile di essermi girata dall’altra parte, di aver scelto la strada più facile, di non esserci stata per lei e mi sentii morire. Riuscii a divincolarmi dalla sua brutale presa e lo misi alla porta con tutta la forza muta che avevo in corpo. In quel preciso istante il suo atto vile e violento lasciarono spazio a tutta la mia preoccupazione per quella donna che per la sottoscritta era stata, tra le molte cose, anche una madre.
La mattina seguente mi alzai presto e decisi di andare da lei prima della scuola. Non potevo permettere che una mezza giornata passasse senza sapere come stesse e quali gli effetti di un tale impatto su di lei. Sgattaiolai fuori di casa all’alba sapendo che la mattina presto non era certo il momento migliore per introdurmi nel suo appartamento ma sentii l’esigenza pressante di farmi viva, di esserci, di accogliere la sua angoscia e stare ad ascoltare i suoi sfoghi come innumerevoli volte lei aveva fatto con me. Sentii in quel momento l’imperativo morale di rendere il favore e donarle il mio incondizionato appoggio benché consapevole che sarebbe servito a ben poco.
Inserii lentamente la chiave nella toppa e mi addentrai a piccoli passi in camera da letto. Vedere il suo letto intatto mi spinse a cercarla nell’unica stanza alternativa in cui sarebbe stato possibile trovarla ma nulla. L’appartamento era in perfetto ordine e vuoto della sua presenza ingombrante e rumorosa. Notai la finestra socchiusa del soggiorno e sentii la portiera di un auto sbattere violentemente di sotto. Mi affacciai ed ebbi appena il tempo di vedere un taxi bianco allontanarsi in tutta fretta. Dove scappi? Dove ti portano?
Sul tavolo uno dei suoi dischi jazz abbandonato, una raccolta recente della miglior discografia di Paolo Fresu. Lo presi in mano e girai la confezione di cartoncino ingiallito che lo conteneva e vi trovai scritta sopra una semplice dedica “A Giulia. Per aver visto oltre”.
Saper guardare oltre non bastò. Non rividi mai più quella donna e soprattutto non seppi più nulla di lei per molti anni. Mia madre la cercò incessantemente per circa un anno in tutta la zona battendo ospedali, alberghi, ostelli, case di vecchi amici, conoscenti e persino di qualche ex amore ma non venne a capo di nulla. Io non feci nulla. Conoscevo bene Lili. L’integrità e la determinatezza del suo gesto mi furono immediatamente molto chiare e avendo compreso la sua vergogna, nonostante la mia disperazione per il vuoto lasciato dalla sua assenza, decisi di rispettarne la volontà e non la cercai. Gian lasciò casa nostra e iniziò a lavorare come barista per potersi mantenere un affitto: di lui non volli sapere più nulla.
Della zia invece non seppi più nulla fino a che una mattina di circa due mesi fa accesi la radio e ascoltai casualmente un pezzo di Paolo Fresu che lo speaker, a fine dell’esecuzione, identificò come “Lili” in memoria della sua cara amica da poco tragicamente scomparsa.
Ecco cosa seppi! Che non morì sola.

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