Prime dieci pagine

Con la sua bicicletta rossa, Amy attraversava i canali di Amsterdam con il suo violino in spalla. L’aria che le accarezzava il viso era fresca e da ogni parte le luci della città iniziarono ad accendersi, mentre il sole piano piano tramontava. Guardò l’orologio e pensò: “Meglio sbrigarsi, non voglio fare tardi alla lezione”. Aumentò il passo e sfrecciò tra negozi, canali e turisti alle prese con le loro enormi cartine. Giunse al conservatorio che la lezione era appena iniziata; quando entrò, sentì gli occhi puntati su di sé e le sue guance si colorarono di un tenue rosso. Si sedette al suo posto e con sguardo severo la maestra, una donna alta e austera con un vestito grigio scuro, disse: “Sei in ritardo anche oggi”. Amy abbassò lo sguardo e prese il suo violino. “Bene ora che ci siamo tutti” proseguì la donna impugnando la bacchetta da direttore “Iniziamo dalla prima suonata e mi raccomando cercate di entrare tutti insieme”. Amy si sentiva ancora in colpa per il suo ritardo ma qualsiasi pensiero si dissolse quando sentì le dita fare pressione sulle corde.

Dopo la lezione, la maestra la prese in disparte, Amy già sentiva le lacrime offuscarle la vista, non avrebbe sopportato un altro rimprovero già si sentiva umiliata di essere arrivata tardi anche oggi, “Potrei dirle la verità” pensò, ma il solo pensiero le raggelò il sangue nelle vene.

Amy, tra poco ci sarà il concerto, lo sai?” le domandò. La ragazza tenne la testa bassa e annuì. “Tralasciamo che arrivi in ritardo ogni volta, sei la migliore violinista che al momento abbiamo, e pensavo di farti suonare come primo violino al concerto”. Il cuore, che si fermò dopo aver sentito la prima parte della frase, iniziò a battere più forte e le lacrime le rigarono il volto, ma per una volta erano lacrime di gioia. Con voce incerta disse: “Grazie, non la deluderò, m’impegnerò per essere perfetta”. Scompigliandole i capelli con una mano la maestra si congedò dicendole: “Ne sono sicura”.

La bicicletta sembrava volasse sui ponti della città, un cielo stellato e una falce di luna facevano da cornice a questa città, dove il silenzio regnava. Appena varcò la soglia di casa, iniziò a urlare: “Mamma, mamma”, corse verso la camera per comunicarle la notizia. La donna, però, stava riposando, era in posizione fetale, la testa glabra risplendeva dalla luce che filtrava dalle finestre. Da quando le avevano diagnosticato la malattia, ogni giorno era sempre più debole e magra, decise di non svegliarla, le rimboccò le coperte e accostò la porta.

Il giorno del concerto si avvicinava e Amy aveva allietato le giornate della madre, ormai ridotta a pelle e ossa, con il suono dolce del violino. “Sei bravissima e sai che sono fiera di te” disse con un filo di voce “Amy, grazie per quello che fai per me, forse non te l’ho mai detto, e so che per una ragazzina di sedici anni è un compito difficile quello di accudire la propria madre”. Ebbe una crisi di tosse e dallo sforzo vomitò. Amy le porse un bicchiere d’acqua e si mise a pulire dicendole: “No, mamma no, lo faccio perché è giusto così, tu ti sei sempre presa cura di me ed è giusto che io faccia altrettanto; non mi devi ringraziare, ti voglio bene e so che tu faresti lo stesso per me”. La madre annuendo riprese a parlare: “Sì, da quando papà non c’è più, ci siamo prese sempre cura l’una dell’altra, vorrei tanto stare bene e poter darti l’attenzione che vorrei, ma sto combattendo una battaglia impari e a te non mi arrendo. Mi dispiace che tu abbia dovuto conoscere troppo presto quanto la vita può essere brutta, ma ti dico, la bellezza bisogna sempre cercarla. Prendi ad esempio la tua musica; quando suoni, sento che sei trasportata in un paradiso di note che ti rende serena e felice… ti svelo un segreto: il tuo violino mi fa star meglio di qualsiasi medicina e terapia”. Amy afferrò la mano della madre, che ricambiò con una debole stretta. Rimasero così, immobili.

Attraverso le tende di velluto si sentiva il brusio delle persone che affollavano il teatro. La maestra, mentre sistemava il colletto bianco del primo violino, le disse raggiante: “Ho una buona notizia. Ho trovato un ragazzo che registrerà il concerto, così anche la tua mamma potrà sentirlo a casa”. Sì Amy aveva trovato il coraggio di parlare del tumore della madre alla sua maestra, le aveva raccontato delle notti insonni, le ore passate a lavarla e pulire dove lei sporcava; tutti gli sforzi che faceva per calmare le sue crisi. Come un fiume di parole si liberò di quel peso che da un anno portava da sola, della paura di lasciare la madre sola e quella di tornare e trovarla in pericolo di vita. Le raccontò anche di come la musica le aiutasse a sentirsi meglio. La maestra, con eccezionale sensibilità, aveva capito la situazione e aveva fatto in modo che anche la madre potesse sentire il concerto da casa sua.

Ora erano tutti in posizione, il sipario si stava alzando e il silenzio aleggiava nella sala. Entrò Amy in uno scroscio di applausi e poi il direttore. Erano tutti pronti, la bacchetta diede voce ai fiati, il timpanista percuoteva il suo strumento come il dio vulcano, l’incudine. Sembrava fosse iniziata una battaglia tra gli archi e gli ottoni. Un botta e risposta di suoni. In questo temporale di note, la ragazza imbracciò il suo violino e prese un profondo respiro. Il suono dolce andava a sovrastare tutti gli altri come un eroe su un cavallo bianco che sconfigge i nemici. Il pubblico era rapito dalla bravura di quella ragazza. Le dita danzavano sulle corde e il crine dell’archetto scorreva sulle corde. Quando il sipario si riabbassò Amy, pensò: “Sono stata brava, tutto era perfetto” e sentì il cuore scoppiarle per l’emozione e la soddisfazione.

La madre, sdraiata sul letto, piangeva dalla felicità. La sua piccola donna era stata davvero brava, sentiva di aver trovato forze nuove e iniziò anch’essa ad applaudire. Quasi in trance si alzò dal letto e con passo malfermo andrò alla scrivania e scrisse un biglietto con grafia tremante: “Grazie Amy per farmi sentire di nuovo una persona”. Infatti, come le spiegò quando la sua violinista tornò, il cancro ti riduce ad un involucro vuoto, dove il dolore ti mangia piano piano, ma la sua piccola donna era riuscito a riempire quel vuoto con la sua musica.

Luca Vellani

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