Prime dieci pagine
Emanuela Zoia

Per me era la mamma di D.

Per il paese era la maestra Rosita.

Il fare lo stesso mestiere ci ha permesso sicuramente una qualche forma di familiarità che in realtà non è scontata, perché si può fare la maestra in tanti modi.

Vivere in un paese non so quanto aiuti a “fare bene” l’insegnante. Ho l’impressione – io, che ho sempre vissuto in città e lavorato da insegnante in un paese troppo grande per essere considerato tale – che siano tali e tanti gli intrecci tra le persone, tale la conoscenza che ognuno ha dell’altro, che è difficile accogliere i bambini senza pre-giudizi, senza le incrostazioni che piovono loro addosso nel conoscere la famiglia d’origine, la storia da cui vengono.

Ma la maestra Rosita non era proprio del paese, non c’era nata. Partendo da un altro paese, Bagnasco, al confine con la Liguria, aveva cominciato a insegnare nei primi anni ’50, ragazza ventenne che non aveva paura di affrontare strade lunghe ed impervie per raggiungere posti dove oggi la “scuola elementare” ormai se la sognano e di bambini ce n’è sempre meno.

Alto e Caprauna, posti dai nomi che sembrano da soli una metafora, paesini che ci vuole una bella pazienza, anche oggi, a raggiungerli con la macchina, in quell’entroterra ligure al confine con il Piemonte che a passarci d’estate è meraviglioso, ma l’inverno…

Eppure, proprio lì, tua mamma deve aver vissuto una bella stagione della vita; quando mi ci hai portato mi hai fatto vedere l’albergo dove abitavano, lei e quello che sarebbe diventato tuo papà, incontratisi per caso, lei, la nuova maestra, lui, il nuovo segretario comunale. Sì, sembra, anzi è, una storia d’altri tempi.

Oggi le nostre insegnanti vogliono tornarsene subito a casa e – chissà – forse si perdono delle occasioni importanti di conoscenza, di amicizia, di amore. Oppure non abbiamo più fiducia nel caso, nell’indeterminato, nel “possibile”, e pretendiamo di pre-ordinare tutto, di avere sempre tutte le garanzie, di non andare mai incontro all’incidente, all’imprevisto.

Quando ho cominciato io ad insegnare, nei primi anni ’70, mi capitò, del tutto casualmente, di trovare posto in quel paese non paese che è ancora oggi Nichelino. Per me, ventenne allora, che abitavo in borgata Mirafiori, era un non-luogo, era, nel mio immaginario, il luogo che nelle mappe antiche veniva chiamato “hic sunt leones”. Mi stupisco ancora di come sia cambiata la dimensione del mondo. Oggi apri google maps e vedi cosa c’è esattamente in posti lontanissimi del mondo. Una volta capire dov’era Via Polveriera a Nichelino, bè, ci dovevi andare per capire. E poi forse anche oggi bisogna andarci, nei posti, per capire davvero.

E comunque bisogna andarci a Caprauna per avere una vaga idea di cosa potesse voler dire vivere lì negli anni cinquanta.

Ma tuo papà e tua mamma si sono fatti una bella compagnia.

Lui adorava le Langhe, l’Alta Langa: la scelta di casa e di vita fu Castino, con la “a” sdrucciola. Altro posto che per me, allora, quando vi conobbi, e certo per tanti anche oggi, era uno di quei luoghi dove forse c’erano i leoni.

Ma tua mamma doveva occuparsi di voi, bambine piccole, e per volere di tuo padre smise per un po’ di insegnare. Poi dette di nuovo il concorso, e ricominciò ad insegnare.

Uno sembra che ce l’abbia nel sangue di fare la maestra. O forse è questione di determinazione.

C’è una bella foto in casa, della maestra Rosita seduta alla cattedra, che corregge dei compiti, sorridente, con un paio di grandi occhiali; dietro, due lavagne a quadretti – che senza lavagne la scuola non è scuola.

Nella prima lavagna, quella appesa al muro, c’è la data, scritta in bella grafia “Castino, 10 novembre 1979”.

Riconosco il gesto come se fosse mio. Scrivere la data alla lavagna era il primo rito quotidiano, appena arrivata a scuola. Era come dire a noi stessi e al mondo: “Eccoci, siamo qui. Siamo a questo punto della settimana (vero, io mettevo sempre anche il giorno della settimana). Siamo pronti per capire cosa impariamo insieme oggi”.

E riconosco il modo: scritto in corsivo, bene, perché i bambini imparano per imitazione e ogni cosa, in classe, deve essere possibilmente fatta bene dall’adulto. Non va bene la sciatteria, l’improvvisazione, la poca cura, il fare tanto per fare. Fare magari meno cose, ma farle bene. E’ una lezione che abbiamo imparato dai grandi maestri, Don Milani, certo, e poi Mario Lodi, Bruno Ciari, e poi il vecchio gruppo MCE a Torino.

In questo tua mamma era esemplare, sempre. Non faccio fatica ad immaginarla a scuola.

Non so come, ma ci fu una stagione della scuola italiana che fu preziosa per tutti, che arrivò dappertutto, anche laddove era difficile avere dei gruppi di lavoro fra insegnanti così come accadde negli anni ’70 nelle città. O forse bastava essere intelligenti, attenti, amare il proprio lavoro.

E certamente tua mamma il suo lavoro l’amava. Lo si vede anche in questa foto, in quel sorriso compiaciuto con cui sfoglia i compiti. E’ nell’età forte, come direbbe Simone De Bovoir, l’età in cui hai consapevolezza di te e hai superato le paure della giovinezza, avendone ancora, in parte, l’energia.

Nell’altra lavagna, di quelle mobili, che avevano le righe da una parte e i quadretti nell’altra, c’è scritto “Dettato”. Una cosa molto tradizionale, all’apparenza, così come facevano le maestre di una volta. Ma la vostra casa è ricolma di buoni libri per la scuola. I dieci volumi de “La ruota”, i libri di Rodari, interi scaffali di schede prodotte a mano con il ciclostile, che la maestra Rosita non si decideva a buttare.

Ha tenuto tutto delle cose di scuola, tutto finché il nipote non è diventato grande. Sono sicura che ha pensato che avrebbe dovuto tenere tutto anche un nipotino successivo, il nipote bis insomma. Perché sapeva di saper fare bene scuola, e forse qualcosa poteva servire anche nel futuro di internet, della rete, delle LIM. Non lo disprezzava per niente, questo futuro alle porte. Ne era incuriosita, si faceva raccontare tutto quello che poteva della scuola di oggi, il giornale lo leggeva dall’inizio alla fine, proprio come si faceva una volta.

Sono venuti a salutarti i più zucconi, quelli che ti facevano disperare, quelli che facevi una fatica tremenda a insegnargli qualcosa. Non c’è niente di più grande di un omaggio così.

 

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