Prime dieci pagine
Paola Cereda

Non sono una scrittrice di viaggi. Sono una scrittrice che viaggia. La prima volta avevo appena finito l’università: presi il primo charter a disposizione e mi trovai catapultata nel sud dell’Egitto, un Paese del quale conoscevo poco o niente. Mi ero messa in testa di imparare le coordinate necessarie alla sopravvivenza. Cominciai dalle strade della piccola Luxor che, giorno dopo giorno, divennero un percorso noto. Il mio sguardo, filtrato dalla macchina fotografica, si abituò ai luoghi, mentre la parola giunse in un secondo momento, scomoda e sgraziata. Durante i tre mesi di permanenza in Egitto, conobbi molte donne occidentali, che si erano trasferite laggiù in seguito a matrimoni con giovanissimi egiziani. Le loro storie d’amore sembravano copioni che si ripetevano uguali, dall’incontro inaspettato fino all’acquisto di bazar o licenze di taxi, che sollevava la coppia dal peso della precarietà lavorativa. Lo scambio con la gente del posto cominciò solo dopo alcune settimane. In principio fui accolta da sguardi diffidenti: che cosa ci fa qui una ragazza, occidentale e sola? Mi misi in un angolo per osservare paziente le vite degli altri che mi scorrevano davanti, e sopportai la fatica del non capire. Risposi con gioia ai primi, timidi inviti e mi sedetti a tavole imbandite apposta per me, con spaghetti collosi, impossibili da mangiare. In un cortile zeppo di spazzatura, imparai da una mum egiziana l’arte di impastare il pane e lo misi a cuocere nel forno di argilla e fango. Il pane shams ha la forma di un sole, con cuore circolare e raggi di farina. Per diventare croccante, ha bisogno del tempo necessario all’attesa.

Anche la scrittura è un processo colmo di attesa. All’inizio le parole escono di getto, le idee si sovrappongono e l’autore “si legge scrivere”, con un misto di curiosità e desiderio. È come partire: si ha fame di mondo. In un secondo momento, la pazienza diventa la lima sottile che impone di levare, pulire gli eccessi e creare lo spazio necessario al respiro. Ray Bradbury diceva che nella scrittura, così come nella quotidianità, “oltre alla sostanza serve l’agio, cioè il tempo di pensare e assimilare la vita”. Le parole sono viaggi lenti, e io l’ho capito scrivendo. Quando ero molto giovane, partivo con un biglietto di sola andata e il tempo mi sembrava una misura parziale e flessibile. Crescendo, ho iniziato ad apprezzare l’importanza dei limiti e delle scadenze.

Ci sono viaggi che, più di altri, sono diventati percorsi. Durante uno di essi, ebbi la fortuna di incontrare la traduttrice giapponese di García Márquez che attraversava la regione della Guajira alla ricerca dei sapori e dei colori che riempivano le pagine dei libri di Gabo: “Tradurre è fare”, mi raccontò davanti al Mar dei Caraibi, mentre una vecchia wayúu ci offriva amache per riposare e whisky di contrabbando. A differenza della traduttrice di Márquez, raramente ho ricercato i luoghi conosciuti attraverso i libri. Più spesso ho ritrovato, viaggiando, molte pagine che ho letto e amato. Tutt’oggi il viaggio resta la mia università della vita, la necessità di uscire da ciò che è noto per inoltrarmi, con curiosità, verso ciò che avrò il piacere di conoscere, soprattutto a fatica.

Questa rubrica vuole essere uno spazio per condividere con voi lettori le storie e le suggestioni letterarie accumulate dentro contesti lontani, con l’ausilio delle meravigliose fotografie di Nicola Nurra.

Prepariamoci. Sarà bello, come è bello tutto ciò che ci trasforma.

Foto di Nicola Nurra

  1. Donne dell’Alto Atlante, Marocco
  2. Antelope Point, Arizona, USA
  3. Leggendo i quotidiani, Pechino, Cina

 

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