Prime dieci pagine
Margherita Candellero

Da alcuni giorni ho questo libro della Allende tra le mani.  L’ho letto, mi è piaciuto. Ho pensato di scriverci un commento, ma non riesco a decidermi. Mi piacerebbe capire cosa mi frena.
La vicenda che vi si narra è una epica storia d’amore, che trascende il tempo e spazia dalla Polonia a San Francisco, ai campi di concentramento in cui vennero rinchiusi i giapponesi americani dopo la battaglia di Pearl Harbour durante la seconda guerra mondiale. Anche questo libro si configura con  l’intensità delle saghe familiari a cui la Allende ci ha abituati. Iniziare la sua lettura equivale ad intraprendere un viaggio nel tempo e nello spazio, trascinati dal fascino dei personaggi, dalle vite di Alma e di Irina, le due protagoniste, cariche entrambe di storia e di mistero.
Eppure qualcosa frena la mia voglia di scrivere.
Forse sento la distanza di questo libro da La casa degli spiriti, il primo romanzo della scrittrice cilena, che tanto mi aveva affascinata all’epoca in cui lo avevo scoperto.
L’amante giapponese sembra stare all’altro capo del filo rispetto a quel primo capolavoro.
La bravura della narratrice rimane tale. Ogni pagina è intessuta dal sottile piacere di comporre parole e storie, che si srotolano dalla fantasia dell’autrice.
Fin dalle prime pagine il romanzo si presenta come un racconto di tante storie, che compaiono e scompaiono dentro a un fluire del tempo e dei luoghi.
Siamo nella San Francisco di oggi, in una casa di riposo decisamente atipica: Lark House, dove anziani più o meno arzilli trascorrono l’ultima parte della loro vita.
Qui incontriamo Alma Belasco, anziana artista ricca e famosa, che di sua spontanea volontà lascia la casa di famiglia sulla baia della città, Sea Cliff per questa nuova residenza e Irina Bazili, giovane infermiera moldava in cerca di lavoro nella struttura che le farà da segretaria per riordinare le memorie della sua vita. Entrambe sono spinte da motivazioni che si sveleranno solo verso la fine del libro.
Dai loro incontri nasce un’amicizia. La fiducia nei confronti di Irina porta Alma a raccontarle la storia della sua vita, intensa, avventurosa, burrascosa.
Nata in Polonia da una ricca famiglia ebrea, Alma Mendel viene mandata in America per sfuggire alle persecuzioni naziste. A San Francisco viene accolta dagli zii Isaac e Lillian Belasco come una figlia e, vivendo nell’agiatezza e negli affetti dei familiari, studierà storia dell’arte coltivando la sua passione per il disegno su stoffa.
Attraverso fotografie, lettere, racconti Irina, aiutata da Seth, il nipote di Alma che si farà carico di mettere per iscritto le memorie della zia, scopre il grande amore clandestino di Alma Belasco con Ichimei Fukuda, giardiniere giapponese. I due,  compagni di giochi fin dall’infanzia, hanno vissuto una passione amorosa e potente lunga una vita, una storia d’amore mai portata alla luce del sole per orgoglio di ceto sociale, per pregiudizi, per paure, ciononostante assolutamente coinvolgente.
L’amore di Alma e di Ichimei è il perno del romanzo. Questo amore nato in un tempo sbagliato attraversa anni di grandi cambiamenti culturali e sociali. Le prove che i protagonisti devono affrontare – guerre, separazioni, differenze culturali, matrimoni, malattie – affondano nelle complessità di un lungo periodo storico e nell’incontro di molti personaggi che compongono il puzzle delle vite dei due amanti.
Il senso di questo amore folle e profondo è racchiuso nelle parole di Ichimei che concludono il romanzo: “Abbiamo detto spesso che amarci è il nostro destino, ci siamo amati nelle vite precedenti e continueremo ad incontrarci nelle vite future. O forse non c’è passato né futuro e tutto accade simultaneamente nelle dimensioni infinite dell’universo. In questo caso, siamo insieme costantemente, per sempre.”
Ho premesso la mia difficoltà a decidermi a scrivere di questo libro. Forse ho faticato un po’ ad abituarmi a personaggi narrati da un punto di vista che denota il cambiamento segnato dagli anni di una Isabel Allende non più giovane. La scrittura è sempre densa e affascinante: ti prende per mano e ti conduce dentro le storie che fioriscono a frotte. Siamo però lontani da quel realismo magico a cui ci aveva abituati l’autrice, a quel rimanere sospesi dentro a una realtà che poggia su una terra dove ci si muove tra il concreto e l’impalpabile, dove il magico fa capolino dietro ad ogni stipite, dove ogni incontro è carico di contatti al limite dell’umano.
Ne L’amante giapponese la bellezza del romanzo si gioca su un piano rielaborato da chi ha fatto i conti con la storia fatta di vicende sofferte e godute, vissute e raccolte con la grande capacità di narrare guardando la vita dalla parte della memoria custodita, non da quella di chi sogna e sognando liberamente racconta. La casa degli spiriti si presentava con la leggerezza e la giocosità del sogno, quest’ultimo libro con la pacata nostalgia della conoscenza della vita trascorsa.
Alcuni cenni di quel realismo magico tanto godibile  in altri libri rimangono in personaggi di sfondo. Ad esempio nella descrizione della bisnonna Lillian”eternamente innamorata del marito, che lo stesso giorno in cui rimase vedova perse la vista e si aggirò fra le tenebre negli anni che le rimasero, senza che i medici riuscissero a scoprirne la causa.”
Al suo arrivo a Lark House Irina viene informata dal direttore della casa sulla presenza di due fantasmi che la abitano. “Per concludere, signorina Bazili, la devo informare della presenza di due fantasmi, perché certamente sarà la prima cosa che il personale haitiano le dirà. (….)  sono una giovane con un abito di voile rosa e un bambino all’incirca di tre anni. La ragazza è Emily, la figlia del magnate del cioccolato. La povera Emily morì di dolore quando il figlio annegò in piscina, alla fine degli anni quaranta. Fu allora che il magnate abbandonò la casa e creò la fondazione.”
Ancora un accenno al sentire magico caro alla Allende si legge quando Irina tra le sue mansioni si dedica all’organizzazione delle celebrazioni religiose per gli anziani della casa. “Durante il solstizio d’estate portava un gruppo di anziane nei boschi vicini a ballare in cerchio al suono dei tamburelli, scalze e con corone di fiori. (…) Irina smise di farsi beffe segretamente di loro quando riuscì a sentire i suoi nonni nel tronco di una sequoia, uno di quei giganti millenari che collegano il nostro mondo a quello degli spiriti, come le fecero sapere le ballerine ottuagenarie. Costea e Petruta non erano stati buoni conversatori in vita e non lo erano nemmeno all’interno della sequoia, ma quel poco che dissero convinse la nipote che stavano vegliando su di lei.”
Consiglio comunque la lettura di questo romanzo per la ricchezza di vicende e di drammi, di affetti e di passioni vissuti dai protagonisti, per il magistrale e intenso fluire del racconto che intesse le storie private con la Storia che tutto assorbe e trasforma.
L’amante giapponese (Narratori Feltrinelli) si fa leggere con gran piacere e, magari, può diventare occasione di discussione in gruppi di lettura dove più voci possono interagire col testo e arricchirlo di impressioni e commenti, come è avvenuto con il gruppo Donne Insieme di Cavour di cui faccio parte.

Leave a reply