Prime dieci pagine

“Slab city: fuori o dentro il sogno americano”

Paola Cereda

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”If you wanna save your soul from hell a-ridin on our range
then cowboy change your ways today”
Ghost Riders in the Sky.


La signora Rosa è seduta davanti alla stanza di un motel mentre Estela, il suo chihuahua, gioca tra la polvere di Niland, paese di 1000 anime nel deserto californiano del Sonora, chiuso a Ovest dal vicino Salton Sea e a Est dalle Chocolate Mountains, dove ogni giorno i Marines si esercitano alla guerra. La signora Rosa è nata in New Mexico e parla spanglish, un misto di inglese e spagnolo dell’America centrale. Ha superato i settanta, lo si vede dallo sguardo che si muove lento da Estela all’orizzonte e dall’orizzonte alle proprie mani, tenute sul grembo. Esce solo la mattina attorno alle 5 e la notte dopo le 23, quanto il caldo estivo del deserto promette una tregua. Durante il giorno Rosa riposa nella sua stanza, con il condizionatore acceso che rumoreggia e il cane sdraiato ai piedi: “Chissà quanto camperà” si domanda. Da tre anni abita nell’unico motel di Niland, gestito dal pastore di una chiesa evangelica di recente inaugurazione che conta 4 (proprio 4) 
fedeli, compresa la moglie e l’anziana ospite, che il pastore accompagna alle letture bibliche nei giorni dispari e alla funzione della domenica mattina. Rosa si è trasferita nel deserto per stare vicino alla figlia quarantenne, che di lei non ne vuole sapere. La figlia Amanda non si fa mai vedere: “Se ne sta tutto il giorno a Slab,” racconta l’anziana “a fumare marijuana”. Lo dice senza giudizi o tremori nella voce, benché, durante la funzione domenicale, sostenga a colpi di yes man il pastore che si scaglia contro alcohol and marijuana, “strumenti del demonio e nemici di Dio”. A poche miglia dalla chiesa evangelica, la giornata di Amanda non è ancora cominciata. Lei vive a Slab City, una comunità hippie a 35 metri sotto il livello del mare, nata negli anni ’50 dove un tempo c’era una base militare e raccontata anche da Sean Penn nel film Into the wild, tratto dal romanzo Nelle terre estreme di Jon Krakauer. Le scene girate a Slab hanno come sottotitolo Family perché, in quel pezzo di deserto, il protagonista Christopher trova una famiglia temporanea che gli offre ospitalità e affetto. Forse Amanda cerca lo stesso calore tra le vecchie roulotte senza elettricità né acqua. Per lavarsi, gli abitanti della piccola comunità vanno al fiume oppure utilizzano una doccia costruita con mezzi di fortuna, alla quale si accede tramite una scala di legno che conduce a un pozzo naturale.

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I turisti sono accolti da Dune buggy man, si fa chiamare così il fricchettone che attende i nuovi arrivati a bordo di un maggiolone modificato, per disegnare loro una piantina su un foglio giallo. Ogni volta che ci si perde tra gli sterrati, Dune buggy man compare e indica la direzione da seguire. Non vuole mance o riconoscimenti: “Stay hydrated” ripete, e in effetti i cinquanta gradi dell’estate californiana suggeriscono di seguire il consiglio. La prima tappa della sua cartina è la Salvation Mountain, la Montagna della Salvezza, un agglomerato di paglia e terricciocreata da Leonard Knight e decorata con fiori, cuori e messaggi di pace che l’ex sergente Knight, ricevuta l’illuminazione divina, sintetizzò nel gigantesco GOD IS LOVE, Dio è amore, che svetta ancora oggi sulla cima.

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L’artista visse gran parte della sua esistenza in un motorhome ai piedi della montagna, dove accoglieva i visitatori prima che la demenza senile lo costringesse a morire in un ospizio. Spesso i turisti si fermano alla Salvation Mountain e non si addentrano nel cuore di Slab, tra le roulotte scassate e con qualche pianta grassa dimenticata all’ingresso, tra secchi di plastica, panni stesi ad asciugare, sandali scompagnati e un ronzio di generatori che permette ai più fortunati il lusso di un ventilatore.

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Durante il giorno gli abitanti se ne stanno rintanati, storditi dal caldo, dalla marijuana e dal crack. In estate sono circa 150, mentre d’inverno il numero sale fino a 500. I numerosi hippie che arrivano dal Canada sono chiamati snowbirds, perché sfuggono dal freddo dell’inverno canadese e migrano come uccelli verso il mite clima del Sud. Ogni anno, da novembre a marzo Slab vive il suo periodo di splendore: le roulotte affollano la piana che si riempie di gente in festa. Il venerdì sera gli ospiti si ritrovano al Range, il cuore della comunità, dove un cartello invita a partecipare al talent e a mettere a disposizione degli altri il proprio talento musicale: anche quando è scarso, sarà comunque apprezzato.

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Mentre il pubblico assiste al concerto nei divani sfondati che puzzano di vite altrui, gli artisti dalle voci rauche suonano pezzi country e il rock dei CCR e degli Steppenwolf. Gli spettatori stappano birre e fumano pesante, mentre i cani dal pelo lercio corrono da un divano all’altro inseguiti dai bambini mezzi nudi. Perché a Slab si fa l’amore e le donne portano a spasso le pance gravide, fino a quando il richiamo della vita non impone alle loro creature di uscire a vedere che razza di aria tira, nel mondo dei grandi. Ogni mattina, il pulmino giallo della scuola passa a prendere i figli dell’amore libero e li porta in un luogo con regole differenti, dove bisogna lavarsi le orecchie, infilarsi le scarpe, tenere la schiena dritta e fare i compiti. Nella tavola calda di Niland, la proprietaria di origine messicana si lascia scappare una risata: “Tre volte all’anno quelli fanno gli scambi di coppia, viene gente da tutto il mondo”. Come Carlos, che capitò a Slab per seguire una donna e si dimenticò di andarsene. Da ragazzo sognava di fare il chitarrista meglio di Santana o Mike Bloomfield e, ora che ha passato i cinquanta, si accontenta del palco del Range dove suona davanti a un pubblico distratto. Nato a Nuevo Laredo, in Messico, è cresciuto con l’identità della gente di confine che ha coltivato el sueño, il sogno americano. Non è diventato il chitarrista che desiderava, ma a Slab nessuno glielo fa notare. Lui, come gli altri, se ne fotte delle regole delle tasse del lavoro e non è un loser, un perdente, perché nessuno attorno a lui ha mai vinto per davvero. Nel film Into the wild, il protagonista Chris incarna Carlos e tutti i Carlos di Slab: immerso nella natura o tra la gente del deserto, il ragazzo è chi vuole essere. Quando arriva a Los Angeles, l’abbigliamento, lo zaino carico di cianfrusaglie e la pelle sporca lo etichettano come homeless, reietto, uno di quelli che hanno mancato il sogno. Lascerà L.A. e finirà i suoi giorni in un bus disperso tra i boschi dell’Alaska: “Happiness is only real when shared”, scriverà poco prima di morire. La felicità è reale solo quando è condivisa. Che beffa diventarne consapevoli proprio nella solitudine irreversibile. A differenza di Chris, la figlia di Rosa non è sola. Abita a Slab, vive di sussidi, fuma marijuana e legge libri presi in prestito dalla biblioteca che una coppia di giovani gestisce nel deserto.

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I tavolini sparsi qua e là invitano alla lettura, così come il grande divano alle cui spalle spicca la scritta Home is where the art is, casa è dove c’è l’arte. E di arte a Slab ce n’è in abbondanza, soprattutto nella zona di East Jesus, dove scultori, poeti, musicisti sono invitati a soggiornare per trasformare gli scarti dell’era contemporanea in arte made in Slab, la cui sintesi più efficace è il corpo di una Barbie che giace nella sabbia, poco distante dalla sua testa mozzata. Un’enorme istallazione fatta di schermi televisivi mostra la discordanza dei messaggi che invadono lo spettatore, rappresentato da una sedia vuota a metà tra le scritte Democratics are evil e Republicans are evil, sacrosante in tempi di elezioni.

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La sensazione è che ci sia qualche cosa di profondamente vero, in quest’arte sgangherata e coerente. Torna alla mente ciò che David Foster Wallace chiamava la possibilità di “svilupparsi all’infinito e di imburrarsi la vita”: chi l’ha detto che il sogno americano sia, per tutti, lo stesso? Quello di Slab è un popolo di sognatori che casca a terra dal lato imburrato. Per i suoi abitanti la caduta è naturale e, per molti, addirittura stimolante.

 

Per saperne di più
Da leggere: Nelle terre estreme, Jon Krakauer, ed. Corbaccio
Da guardare: Into the wild, regia di Sean Penn; Below sea level, regia di Gianfranco Rosi
Da ascoltare: Ghost Riders in the Sky, Johnny Clash

Fotografie di Nicola Nurra

Altre immagini:
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