Prime dieci pagine
Samuele Marabotto

Il 6 marzo Alessandro Perissinotto, uno fra i più amati scrittori torinesi, ha presentato il suo ultimo romanzo, “Quello che l’acqua nasconde” (Piemme) al Centro Congressi dell’Unione Industriale di Torino. Quasi cinquecento persone hanno preso posto, riempiendo la sala più grande, dimostrando che parlare di letteratura e di libri è sempre motivo di interesse e partecipazione.

Osservo Alessandro Perissinotto che ha una folta barba scura da pirata Barbanera e una fronte spaziosa che gli conferisce un’aria cordiale. Gli occhiali dalla montatura rossa, quadrata, mi suggeriscono che non si tratta di un pirata ma che come scrittore probabilmente desidera sfuggire allo stereotipo dell’intellettuale. Il romanzo parte dall’oggi per raccontarci gli anni settanta e ottanta nella Torino del terrorismo e dei manicomi, prima che venissero smantellati. Durante la presentazione sono state proiettate molte foto in bianco e nero di Villa Azzurra a Grugliasco, quando era ancora un centro per la “detenzione” di bambini con disturbi mentali. La rievocazione di storie vere e forti si trasforma in violenti pugni allo stomaco che colpiscono diretti la sensibilità della platea silenziosa e attenta.

Incontro Alessandro a fine presentazione, dopo che ha firmato molte copie del libro. Piazzo la telecamera e faccio il fuoco sul suo sguardo paziente e un po’ stanco. 

“Posso partire?” Gli chiedo.

“Quando vuoi, sono pronto.”

“Quali sono le parole chiave di questo romanzo?”

R: Procediamo per coppie di parole. La prima coppia è: Invenzione e Realtà. Nel romanzo c’è una parte di invenzione ma c’è anche una grossa parte di realtà che affonda le sue radici negli anni ’70 e ’80 ma anche, andando ancora più indietro, negli anni ’60.

La seconda coppia di parole chiave è: Terrorismo e Opposizione. Opposizione soprattutto alla psichiatria repressiva.

Sembrano due parole che evocano realtà molto lontane, ma in quegli anni sono state  associate in molti articoli di giornale. La lotta all’Istituzione totale coinvolge, anche se in modo aberrante, il terrorismo. Racconto una storia che parte dall’oggi, che esplora ciò che è stata la cura o, per meglio dire, l’abbandono della malattia psichiatrica negli ospedali e, in particolar modo, nel manicomio infantile di Villa Azzurra a Grugliasco, dove esploro gli orrori ma anche le grandi innovazioni di quell’epoca.

D. Hai scritto un romanzo per combattere contro l’oblio dei fatti raccontati?

R: Tutto il mio lavoro degli ultimi quindici anni è incentrato sulla memoria, memoria che rischia di svanire o che semplicemente rimanere depositata in luoghi dove le persone non la vanno cercare. Parlare oggi di ospedali psichiatrici, di repressione, di torture ai bambini, perché questo veniva fatto a Villa Azzurra, è un modo per ristabilire una memoria importante. Raccontarla in una storia con molte sfumature, ci permette di capire non solo i grandi fatti, ma anche quelli più piccoli che hanno contribuito a costruire la realtà di oggi.

D. Come hai affrontato le prime dieci pagine del romanzo?

R. Non ho quasi mai delle difficoltà particolari nell’avvio di un romanzo e normalmente ho una scrittura che procede in modo lineare. Per le prime dieci pagine avevo un’immagine in testa, quella di Roberto Crescenzo bruciato vivo davanti al bar Angelo Azzurro di Torino, e l’inizio del romanzo è stato guidato da quella triste immagine che non mi ha mai abbandonato.

D. Il libro parte da qui, dal Centro Congressi dell’Unione Industriale, dove hai appena fatto la presentazione del romanzo.

R. Sì, perché è proprio qui che per la prima volta entra in scena il protagonista, Edoardo Rubessi, durante un sua conferenza sulla sindrome di Hutchinson – Gilford.

D. Che ruolo hanno le automobili nel tuo romanzo?

R. In questo romanzo, l’automobile compare raramente e più spesso troviamo il narratore a bordo di una moto. Al contrario, nel mio precedente romanzo, “Coordinate d’oriente”, tutto ruota intorno al progetto e alla costruzione di un’auto elettrica innovativa che costituisce il Grande Sogno del protagonista, un ingegnere del settore automobilistico. In un romanzo di qualche anno fa, scritto per celebrare i 100 anni della Banca del Piemonte, c’è un’auto che ha un ruolo importate, una Basso, fuori serie, della quale sono stati prodotti, nel 1947, solo 3 esemplari: erano i tempi in cui a Torino, in ogni piccola officina, nascevano gioielli a motore. 

D. E il tuo personale rapporto con le auto?

R. Ammiro le automobili ben disegnate, ammiro l’eleganza che nasceva e talvolta nasce ancora nella mia città. Da amante della montagna, ho una predilezione per le 4×4, ma senza eccessi: una Panda 4×4 per i piccoli spostamenti e una un po’ più grande per le vacanze in famiglia.

Nell’inquadratura dell’intervista video entra una mano che si appoggia sulla spalla di Alessandro Perissinotto. È un signore che ha acquistato il libro in ritardo e ha aspettato pazientemente che finissimo per farselo autografare. Come lui, ci sono molte altre persone in attesa, con una copia del libro in mano. È una bella immagine di libri, lettori e uno scrittore simpatico e disponibile a raccontaci le proprie storie. Apro l’inquadratura e finisco così, con un fotogramma che esprime con semplicità lo spirito della nostra città.

Biografia

Alessandro Perissinotto (Torino, 20 dicembre 1964) è uno scrittore, traduttore e insegnante italiano.

Principali pubblicazioni:

• Al mio giudice (Premio Grinzane Cavour, 2005 – Premio Letterario Chianti, 2006[1]) (2005)

• Per vendetta, Rizzoli (2009)

• Semina il vento, Piemme (2011)

• Lo sguardo oltre l’orizzonte, Banca del Piemonte Editore (2011)

• Le colpe dei padri, Piemme (2013)

• Coordinate d’oriente, Piemme (2014)

• Quello che l’acqua nasconde, Piemme (2017)

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