Prime dieci pagine
Margherita Candellero

Al ritorno da un breve soggiorno a Barcellona cerco una sensazione che mi riassuma la città che ho visto e percorso in questi pochi giorni e sento affiorare questo “gusto” che torna mentre riguardo foto, immagini, leggo parole che la riguardano. La Barcellona che ho scoperto con gli amici che con me hanno condiviso il viaggio è soprattutto quella di Antonio Gaudì che l’ha resa con le sue architetture, le sue linee elicoidali, i  suoi luminosi colori una città del tutto fuori dal comune, quasi un paese delle meraviglie.
Mi piace citare la descrizione che ne fa Roberto Giardina in L’ALTRA EUROPA (Bompiani editore): “Case gonfie come bigné, spugnosi e colorati, chiese che sembrano favi di miele profumato, deposto da api che hanno vagato per i cespugli della macchia marina.”
C’è un che di magico e di misterioso nelle strutture che danno personalità a questa città, forse il mistero stesso della personalità di Gaudì con la sua innata capacità di scoprire e di rivelare la sua idea di universo. Per l’artista l’opera dell’uomo si interconnette alla natura al punto da  assorbirla e plasmarla nelle sue  produzioni.
A cominciare dall’uso dei materiali della sua terra: preferisce la ceramica al marmo come nel lucido e colorato Parco Güell, sceglie spesso il ferro battuto che si trasforma in onde nella Casa Pedrera, usa il legno d’ulivo nel creare mobili,  prepara da se stesso i colori comunicando in tal modo il senso artigianale con il quale forgia il suo lavoro. Egli era figlio di un padre artigiano, un calderaio, dal quale sicuramente  apprese la perizia nella manualità e la conoscenza dei materiali semplici.
Veniva dalla provincia, era nato a Reus il 25 giugno del 1852 nella casa della nonna materna e, con grave sacrificio della famiglia, riuscì a studiare architettura a Barcellona.
L’opera che forse mi ha incantato di più è il Parco Güell, che, a parer mio, da solo merita una visita a Barcellona. L’idea guida sembra essere stata quella di un grande complesso urbano ispirato al concetto della “città giardino”, di gusto anglosassone, a cui Gaudì lavorò tra il 1900 e il 1914.

Ogni punto in cui lo sguardo si pone incanta per la sua magica realizzazione, a cominciare dalla piazza con la panchina sinuosa e coloratissima più lunga del mondo, ideata per chi desidera raccogliersi in solitudine a riflettere oppure per intrattenere una piacevole conversazione con amici.
La grandiosità delle scalinate e del colonnato con i fusti vuoti che convogliano l’acqua piovana verso la cisterna è resa magica dalla presenza di figure mitologiche, come la salamandra, animale leggendario carico di simbolismo, o il medaglione con lo scudo della Catalogna da cui fuoriesce un cannello a forma di testa di serpente. Gli edifici posti all’ingresso del parco sembrano usciti dalle favole dei fratelli Grimm con i loro comignoli a forma di fungo.
I tetti sono un elemento che caratterizza ogni palazzo di questo artista. Quello di Casa Battló è come un’onda che rappresenta la schiena di un drago (il drago ucciso da San Giorgio, il santo simbolo della Catalunya), in qualche modo ripreso dal corrimano delle scale a chiocciola che ne sono la continuazione.
Strani, fantasiosi, bellissimi sono i comignoli di Casa Milà , che sovrastano gli otto piani di questo edificio in pietra – da qui il nome di Casa Pedrera – senza decorazioni, ma eccezionale nella sua struttura, nei suoi archi catenari, nei suoi balconi in ferro battuto a ricordare le onde del mare.
Non si può parlare della Barcellona di Gaudì senza citare la Sagrada Familia, la cattedrale incompiuta a cui l’artista dedicò l’intera vita, la “Cattedrale dei poveri”, che  doveva finanziarsi esclusivamente mediante donazioni.
E’ un’opera immensa, forse “un tempio in divenire, condannato a non vedere mai l’ultima pietra”. Sembra che Le Corbusier abbia cercato di convincere le autorità cittadine a lasciar perdere, a non completare  la costruzione.

A noi, umili visitatori, è stato detto che se ne prevede il completamento nel 2026, anno in cui ricorre il centenario dalla morte di Gaudì, investito da un tram sulla Gran Via nel 1926 a 74 anni. I tanti ponteggi che circondano la spettacolare basilica lasciano dubbiosi sull’esito di una prossima conclusione dei lavori. Per ora si rimane ammirati e sconcertati ad osservare l’immensa facciata dalle mille sculture sulla vita di Gesù e, nell’interno, dagli incredibili giochi di luce che penetra nella navata ideata come una selva di colonne che, come gli alberi, si ramificano quando raggiungono la volta.

Barcellona è una città affascinante anche e ben oltre le sue mirabolanti strutture architettoniche.

Se ne assapora il gusto percorrendola nelle  antiche strade del Barri Gotic, nel visitare le sue chiese storiche – la Basilica de Santa Maria del mar e la Cattedrale neogotica – , nel passeggiare lungo la Rambla che la attraversa come il corso d’acqua che anticamente scorreva fuori dalle mura di cinta. Si coglie il cuore della città quando, nella piccola Plaza de San Felipe Neri, tra le mura romane e la chiesa si scorgono le tracce dei proiettili di una guerra lontana nel tempo, che ha però  lasciato il segno nell’aspirazione all’indipendenza come traspare dalle bandiere che qua e là sventolano dai balconi a testimoniare una volontà ancora viva.

Barcellona si gusta anche nel cibo e nel suoi mercati spettacolari. Molto piacevole è la visita al Mercat de la Boqueria, il suo mercato centrale i cui prodotti sono esposti nelle bancarelle sotto la struttura in ferro in stile modernista progettata nei primi anni del Novecento. Qui il gusto è solleticato da tutti i cinque sensi che sprofondano nelle delizie in mostra arrivate dal mare, dai monti, dalla campagna.

Tanti spunti offre questa città, tante cose da vedere e da scoprire che, per i pochi giorni a disposizione, abbiamo dovuto inevitabilmente lasciare per una prossima visita.

Per questo motivo, al mio ritorno a casa, ho immediatamente aperto il libro di Carlos Ruis Zafon L’OMBRA DEL VENTO (Mondadori) per riappropriarmi delle atmosfere appena percepite, pronta a lasciarmi trascinare nei vicoli, nelle piazze, nei caffè, nelle librerie nei quali si muovono i personaggi creati da questo scrittore catalano che ha fatto di Barcellona il cuore pulsante del suo romanzo.

Mi sento ancora a Barcellona quando, nelle prime pagine del libro, leggo le sensazioni del piccolo protagonista Daniel Sempere mentre per mano al padre si avvia verso il Cimitero dei Libri Dimenticati: “Per strada si udivano solo i passi di qualche guardia notturna. I lampioni delle ramblas impallidivano accompagnando il pigro risveglio della città, pronta a disfarsi della sua maschera di colori slavati. All’altezza di calle Arco del Teatro svoltammo in direzione del Raval, allora Barrio Chino, passando sotto l’arcata avvolta nella foschia, e percorremmo quella stradina simile a una cicatrice, allontanandoci dalle luci delle ramblas mentre il chiarore dell’alba cominciava a disegnare i contorni dei balconi e dei cornicioni delle case. Mio padre si fermò davanti a un grande portone di legno intagliato, annerito dal tempo e dall’umidità. Di fronte a noi si ergeva quella che a me parve il cadavere abbandonato di un palazzo, un mausoleo di echi e di ombre.”

 

 

 

 

 

 

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