Prime dieci pagine
Margherita Candellero

Due elementi mi hanno indotta a prendere in considerazione questo romanzo di Donatella Di Pietrantonio, scrittrice che non avevo ancora avuto occasione di incrociare nei miei giri in libreria.
Anzitutto il titolo. L’arminuta fa parte di quei termini che catturano perché non se ne conosce il significato, ma hanno un fondo oscuro che affascina. L’altro aspetto suggestivo è la copertina del libro, edito da Einaudi, che mette immediatamente il lettore di fronte ad un volto pieno di efelidi di una ragazzina ritratta in bianco e nero dai grandi occhi scuri e penetranti che rimandano una forza e una determinazione decisamente insoliti.
Questo titolo, che in dialetto abruzzese significa “la ritornata”, – come si legge sul retro di copertina – mi sollecita un immediato richiamo a quello del bellissimo romanzo di Michela Murgia Accabadora, parola dal sapore misterioso che sprofonda nella magia della cultura sarda.
Parole antiche queste, proprie di parlate dialettali, che da sole rivelano mondi sprofondati in tempi lontani, ancestrali, sospesi, ma carichi di emozioni universali che pertanto ci appartengono. Il romanzo della Di Pietrantonio è ambientato nel 1975, ma questa datazione precisa non riduce l’atmosfera fuori del tempo che permea il racconto, dandogli quasi un pathos da fiaba.
L’Arminuta è la ragazzina tredicenne ritornata dai suoi genitori biologici in un paesino dell’entroterra abruzzese, perché rimandata, restituita da chi lei ha sempre considerato genitori.
Da un giorno all’altro scopre di non essere figlia delle persone con le quali è cresciuta e si trova catapultata dal calore della propria casa di una cittadina sul mare in un ambiente sconosciuto, in una casa abitata da un clan familiare contadino composto da padre madre e cinque fratelli di cui lei ignora l’esistenza, perché mai li ha visti né sentiti.
“A tredici anni non conoscevo più l’altra mia madre.
Salivo a fatica le scale di casa sua con una valigia scomoda e una borsa piena di scarpe confuse. Sul pianerottolo mi ha accolto l’odore di fritto recente e un’attesa.”
Con queste parole inizia il racconto scritto in prima persona dalla protagonista di cui non si conosce il nome di battesimo, ma che in paese tutti chiameranno “l’arminuta”, la ritornata.
“- Sei arrivata” -dice la madre. -“Posa la roba”- Queste le parole di accoglienza alla figlia finora vissuta in città con l’uomo e la donna che lei ha sempre creduto essere i suoi genitori.
Non c’era stata una vera e propria adozione. Ancora nel dopoguerra e negli anni Sessanta, nelle campagne povere dell’Abruzzo era usanza affidare un figlio di una famiglia numerosa e magari indigente ad un parente che si portava via il bambino e lo allevava come fosse figlio suo.
La stranezza sta in questa restituzione, senza una spiegazione o una motivazione esplicita, se non l’impossibilità di potersene ancora prendere cura.
Da questo primo momento la ragazzina comincia ad interrogarsi, a chiedersi il perché di questo abbandono e di questo ritorno nella miseria di una famiglia numerosa, pigiata in una casa scomoda, dove si parla solo il dialetto, dove l’educazione viene impartita a suon di botte, dove si mangiano “polpette di pane con altro pane intinto nella salsa, per occupare lo stomaco.”
La volontà di capire è più forte del bisogno di adattarsi a questo mondo squallido e misero dove deve svolgere faccende domestiche ben lontane dalla scuola di danza o dai corsi di nuoto a cui era abituata. “Pela il pollastro, – mi ha ordinato allungandomi l’animale morto che teneva per le zampe, con la testa penzoloni. Qualcuno doveva essere salito a portarglielo, avevo sentito delle chiacchiere sul pianerottolo, alla fine i suoi ringraziamenti. – Poi lo scorporisci.
Cosa? Non capisco.
Che te lo mangi così? Gli devi leva’ le piume, no? Dopo lo tagli e gli cacci le budella, – ha spiegato scuotendo leggermente il braccio teso verso di me.”
In questo mondo dove la ragazzina entra con dolore e sofferenza trova un’alleata nella sorella Adriana, più piccola, rozza, ma istintiva e diretta nel costruire un rapporto di fiducia destinato a durare nel tempo. E’ lei a chiedere alla protagonista: “ –Allora la mamma tua qual è? – ha domandato scoraggiata.
-Ne ho due. Una è tua madre.”
La storia si avvolge su questo doppio abbandono che fa sentire la ragazzina “orfana di due madri viventi”.
La protagonista sopravvive a questa nuova condizione cui è costretta con determinazione e volontà di trovare la strada per un possibile ritorno alla sua vita precedente. Cerca spunti e trova occasioni per riprendere il filo della sua vita e scoprire il perché del secondo abbandono.
Aleggia in tutto il racconto una dimensione quasi fiabesca di ricerca e di fuga per un ritorno sognato e desiderato con tutte le forze.
La stessa autrice, in un’intervista, parlando della relazione madre-figlio che può sfociare nell’abbandono e nel rifiuto, come tema centrale del suo romanzo, ha citato esempi presenti nella mitologia e nelle fiabe. In particolare ha citato Pollicino e Hansel e Gretel, storie universalmente conosciute di tradimenti e abbandoni da parte dei genitori e ricerca di ritorno a casa dei figli.
Quest’atmosfera un po’ incantata che emana dalle pagine del romanzo deriva forse anche dal paesaggio d’Abruzzo che respira con i personaggi narrati. E’ un angolo d’Italia dove la distanza tra le cittadine lungo la costa e i paesi rintanati nell’interno è una lunghezza più marcata dal tempo che dallo spazio.
La scrittrice con questo suo bel libro ci fa conoscere anche la sua terra. Infatti lei vive a Penne, dove esercita la professione di dentista pediatrico. Come racconta nell’intervista con il Libraio.it, scinde il tempo: odontoiatra di giorno, scrittrice di notte, o meglio delle prime luci dell’alba, quando un flusso di energia interna la sveglia e la chiama a scrivere.

Altri due suoi romanzi pubblicati da Elliot – MIA MADRE E’ UN FIUME e BELLA MIA, con cui ha partecipato al Premio Strega nel 2014 – hanno preceduto L’ARMINUTA.
Li cercherò perché sono curiosa di scoprire meglio questa autrice che mi ha affascinato per il suo stile asciutto, essenziale, talvolta scabro, ma sempre sapiente nello scandagliare un tema così complesso e profondo come la psicologia dell’animo umano.

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