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In Argentina, i miracoli della religiosità callejera

Paola Cereda

Della mia permanenza in America Latina ricordo tante, tantissime cose. Una in particolare l’ho portata in Italia con me e l’ho messa in tutti i miei romanzi: la forza della religiosità popolare. Più che con la fede, la religiosità popolare c’entra con il desiderio di ogni essere umano di aspirare a un futuro prossimo che assomigli ai suoi sogni. Speriamo – e chiediamo – di poter essere il più possibile simili all’idea che abbiamo di noi stessi. Per questo la religiosità popolare è fatta soprattutto di riti che, nella loro ripetitività, rassicurano e danno forma condivisa al bisogno di trascendere il qui e ora.

La regione argentina di San Juan

In Argentina, in particolare, spicca il culto dei santi popolari “non riconosciuti” dalla Chiesa Cattolica che hanno un seguito vastissimo tra la gente. Nel quartiere Retiro di Buenos Aires, per esempio, sono numerosi i negozi che vendono statue della Santa Muerte di diversi colori e dimensioni, a seconda delle esigenze dei fedeli che chiedono protezione in amore, negli affari o nella salute. Lungo le strade al di fuori della capitale – chilometri e chilometri di asfalto senza nulla intorno che riempiono di stupore l’europeo poco avvezzo alle distanze – ci si imbatte sovente in altarini rossi dove si venera il gauchito Gil, protettore dei viaggiatori. Gil era un bracciante agricolo finito nei guai per una storia d’amore con una vedova. Costretto a lasciare il paese d’origine, si offrì volontario per la guerra del Paraguay e quando disertò, cominciò a togliere ai ricchi per dare ai poveri, come un latino Robin Hood. Il popolo ama il suo senso della giustizia e rispetta la sua morte gratuita: Gil fu decapitato da un boia al quale il gauchito predisse la malattia del figlio la cui guarigione avvenne, narra la leggenda, in seguito alle preghiere che il boia stesso rivolse alla memoria della sua vittima.

Altare dedicato al Gauchito Gil

Sulle strade argentine si trovano anche numerosi altarini zeppi di bottiglie d’acqua, lasciate dai fedeli come offerta alla Difunta Correa. Nel mio primo romanzo Della vita di Alfredo (ed. Bellavite), la Difunta compare insieme a un capitano di mare con la Z di Zulema tatuata sul petto. Zulema lavorava in un chiosco di caramelle al porto di Buenos Aires e il Capitano era entrato nel piccolo negozio perché un marinaio gli aveva detto che lì dentro c’era una che per qualche pesos glielo faceva completo, il servizio. Eppure a vederla così, la Zulema gli era sembrata un fiore mai colto, al punto che l’uomo non aveva osato toccare i capelli fitti come una foresta e la pelle color dell’oro. Nel chiosco di caramelle c’era un altarino dedicato alla Difunta Correa che era spirata nel deserto di San Juan, mentre tentava di raggiungere il marito e di sfuggire a un innamorato non corrisposto che voleva sedurla. Il figlioletto fu trovato vivo mentre succhiava latte dal petto della madre e, in ricordo del miracolo, le statue della santa la ricordano già morta e con il piccolo attaccato al seno. Era a lei che il Capitano si rivolgeva quando voleva dichiararsi a Zulema, senza trovare le parole per farlo.

La Difunta Correa

Un giorno il Capitano se ne andò per mare per un lungo viaggio e, quando tornò a riprendere la sua innamorata, lei non c’era più. Se l’era portata via un venditore di cavalli passato dal chiosco per comprare due pacchetti di bionde e un etto di zuccherini. Disperato per l’abbandono, l’uomo si fece più di due giorni di viaggio per arrivare a Vallecito, nella provincia di San Juan. Prima di entrare nel santuario dedicato alla santa, si pulì dalla polvere che il deserto aveva depositato sul cappello e sulla giacca. Attorno a lui i fedeli offrivano rosari, indumenti, cibo, fiori e piccole riproduzioni di case e appartamenti dove un giorno avrebbero abitato per intercessione della santa. Io il Capitano lo incontrai proprio a Vallecito, mentre provava a pregare: “Mi primera vez” mi disse con un mezzo sorriso. È la mia prima volta. Chiedo alla Difunta che la faccia ritornare.

Purtroppo Zulema non tornò più.

Oggi il suo chiosco è una rivendita di alfajores e al posto del vecchio altarino c’è un ventilatore a parete. Dicono che il Capitano continui a pregare e che sia questo, in realtà, il vero miracolo della Difunta.

Il Santuario di Vallecito

 

Lettura consigliata: Cuerpos resplandecientes di Maria Rosa Loja, Editorial Sudamericana

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