Prime dieci pagine

Il bello dell’insegnare (e del fare il dirigente scolastico).

Emanuela Zoia

L’occasione è ghiotta. Assistiamo a una lezione di Gianni C. ai docenti che vorrebbero – forse – provare il concorso per diventare dirigenti scolastici. E’ bravissimo, come sempre, ma oggi particolarmente lucido. Lo osservo mentre spiega cose davvero noiose (eppure davvero importanti) come la differenza tra liquidare e pagare. E riesce a coinvolgere le persone anche in questo!

Ma quello che mi incanta è la luce che vedo nei suoi occhi, la forza delle sue argomentazioni, la passione con la quale dice “niente intervallo, ho bisogno di ancora tempo. Quando avrò un’altra occasione di rivedere queste persone?”

Riconosco il piacere dell’insegnare, del dire – agli adulti in particolare – quello che ti sembra imperdibile, quello che pensi gli altri non possano non sapere. Quello che ti sembra che l’esperienza ti abbia insegnato e che ti sembra davvero un peccato non comunicare agli altri.

So bene che c’è un po’ di senso di onnipotenza in tutto questo. L’idea che le cose che vuoi dire siano davvero fondamentali. È bellissimo poter dire le cose che pensi, davanti a un pubblico che ti ascolta. È bellissimo cogliere nel pubblico l’interesse a quello che dici.

C’è qualcosa dell’attore nel mestiere del dirigente, così come c’è sicuramente nel mestiere dell’insegnante. Sei di fronte a un pubblico, e quel pubblico ti ascolta (qualche volta, non sempre).
Ma di quello che dici, tu sei responsabile. Chissà se l’attore si sente responsabile di quello che dice. Forse il suo problema è “come” lo dice. Per noi “il come e il cosa” hanno la stessa rilevanza.
E c’è anche un di più. In quella relazione, tra te e chi ti ascolta (vede, guarda, osserva…) c’è un coinvolgimento che è molto più che professionale. Quando parli, con i ragazzi, e anche quando parli con gli adulti, c’è di mezzo quello che sei tu.
In un’altra ghiotta occasione – incontro con studentesse dell’Università che intervistano “antiche” maestre – dico che per essere un buon insegnante c’è bisogno di fare i conti con il proprio sé bambino. Non voglio fare discorsi di psicologia, o dire cose teoriche che ben altri hanno detto, voglio solo ripensare alla mia esperienza. E dire quello che penso, con o senza pubblico. Ho verificato, e detto più volte, specie alle maestre o ai professori in difficoltà con qualche alunno, che ci sono bambini – ed anche adulti – che sanno tirar fuori il peggio di noi. Ed alcuni il meglio, sicuramente. È tutto normale, basta esserne coscienti. Ma di fronte ad un bambino tu, insegnante, hai la responsabilità di accettarlo, comunque, per quello che è. Non per quello che suscita in te. Facciamo un esempio? Parliamo dei rom? Parliamo di quanto è difficile accettarli in alcune loro modalità? Evitando di giudicarli? Oppure parliamo degli extracomunitari, con alcuni dei quali, adulti o bambini, è davvero difficile confrontarsi.
Per me la cosa più difficile è stata accettare i bambini “furbi”, quelli che prendono in giro gli altri senza che tu te ne accorga. Specie se prendono in giro quelli più deboli.
Mi sono pensata come maestra per quelli che erano i più deboli, quelli che nella scuola potevano trovare una possibilità. Per quelli più “poveri”, più ingenui, più inesperti, quelli che non avevano una famiglia importante (o semplicemente attenta) alle spalle.
Mi sono pensata come dirigente scolastica ancora per loro, perché nella scuola ci fosse una possibilità in più anche per i più fragili. Perché non ci fossero troppe bocciature, perché bocciare è una sconfitta per tutti. Perché si trovasse il modo di essere tutti insieme “comunità educante” per tutti. Perché avevo in mente la scuola come “organizzazione che apprende”.
Insomma, sono stata ovviamente piena di buone intenzioni. Come tutti. A un altro capitolo gli errori fatti. Come tutti.
Spero di aver coinvolto qualcuno nel mio entusiasmo per un mestiere bellissimo, che non si può fare – bene – se non ti metti in gioco.

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