Prime dieci pagine
Mariel Giolito

Emir Kusturica torna a raccontare la sua terra devastata dalla guerra, impersonando un lattaio, un uomo bizzarro che gira a cavallo di un asino, accompagnato da un falco, in stretto contatto con la natura e gli animali.
Nell’ultimo film di Emir Kusturica, On the Milky Road, presentato in Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia dello scorso anno, c’è tutto quello che ci si aspetta: le belle donne, la guerra,la morte, gli animali, i botti e le danze balcaniche.
Ambientato nella ex Jugoslavia ai tempi della guerra che ha contrapposto Serbi, Croati, Kossovari e Bosniaci, è una favola raccontata con una vivacità debordante e una leggerezza quasi alla Chagall.
Durante la guerra dei Balcani il lattaio Kostia, a dorso d’asino e con un ombrello sulla testa, sfida le pallottole per portare il latte ai combattenti in una caserma dell’Erzegovina. Nella sua fattoria è atteso e amato da Milena (la travolgente Sloboda Micalovic) che spicca salti acrobatici, in un luogo dove gli oggetti e i contesti paiono aver perso senso e funzione: un grande orologio austro ungarico diventa una trappola quasi letale per chi vi si avvicina troppo e fa di tutto tranne che segnare l’ora, la festa che prelude al matrimonio assomiglia a un concerto etnorock che si svolge in un contesto di guerra.
Quando arriva “la Sposa” (Monica Bellucci), promessa moglie del fratello di Milena, un valoroso militare serbo, ecco che gli sguardi, le anime e i cuori di Kostia e della nuova arrivata cominciano a battere all’unisono, si ritroveranno ad affrontare insieme un’avventura romantica e pericolosa.
La fine della guerra, l’impossibile pace e la totale devastazione, porteranno i due alla fuga inseguiti da tre cecchini che non li molleranno per decine di chilometri fino ad un campo minato con un immenso gregge di pecore.
La guerra però stavolta è solo lo sfondo, le bombe iugoslave e quelle senza bandiera, le tute nere delle forze speciali private che uccidono, accompagnano la storia d’amore che, assieme ai concetti di bellezza e poesia naturalista (gli animali grandi mattatori fin dalla prima buffa sequenza, i frutti, i luoghi dell’entroterra serbo), riescono a far superare ogni orrore.
Il tutto raccontato con i toni della fiaba, tra serpenti golosi di latte che finiscono col salvarti la vita, gruppi di oche che fanno il bagno nel sangue, una gallina che continua saltare davanti alla propria immagine allo specchio, branchi di pecore che servono come protezione e nascondiglio e un protagonista i cui migliori amici sono un asino e un falco.
Il film è colmo di momenti onirici e favolistici: i protagonisti si staccano dagli alberi volando, si tuffano da una cascata altissima cercando di intrecciare le mani fra di loro, si immergono sott’acqua con una canna di bambù per poter respirare. I paesaggi splendidi, intervallati da campi di mine, sono altopiani, lagune, distese erbose che si protraggono a perdita d’occhio e che vengono costantemente bombardati, crivellati di colpi, di esplosioni che dilaniano corpi di uomini e animali.
Alla fine del film, Kostia invecchiato è circondato dai fantasmi della sua vita e della sua terra, continua ostinatamente a ritornare sul campo di battaglia posando pietra dopo pietra, finchè tutto non sarà finito. Per ricordare e per continuare a farlo.
Il film rispecchia perfettamente la personalità di Kusturica: chiassoso, riempito fino alla ripetizione di musiche e balli, di fughe e oasi di amore, di buffoneria arcadica e poeticismi.
È un po’ sgangherato, ma nelle sue immagini, riesce a mescolare la forza della vita con il dolore della morte.
Sa restituire – anche con tratti di cinema forte – il senso di un racconto e di una cultura popolare che non smette mai di affascinare.

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