Prime dieci pagine
Margherita Candellero

Sarà perché sono nata e cresciuta in una casa affacciata su un giardino, da sempre subisco il fascino dei giardini che circondano abitazioni antiche e ne raccolgono e conservano atmosfere e incanto.

Parlar di giardini può portarci lontano, nel tempo e nello spazio, può condurci a ricercare il filo della storia dai fiabeschi paradisi di Babilonia e di Ninive, al paesaggio del “giardino mediterraneo” in Sicilia, ai chiostri medievali dei monasteri benedettini, ai giardini rinascimentali con fontane, statue, prospettive come quello di Boboli a Firenze, o ai giochi d’acqua e alle cascate delle ville barocche, come a villa d’Este a Tivoli. Il nostro pensiero può andare ai giardini reali di Versailles  o a quelli imperiali di Schönbrunn  a Vienna senza  dimenticare  Giverny, magico sito delle ninfee di Monet.

Non mi stancherei mai di percorrere viali e sostare in radure o lungo ruscelli e fontane alla scoperta di parchi e giardini di ogni tipo tanto è il fascino e il godimento che mi procurano. Tra i tanti che ho visto, ammirato, sognato, però, forse, quelli che amo di più, che sento più parte di me sono i giardini all’inglese.

Penso che questo amore parta da lontano; sicuramente molto hanno contribuito le letture dei libri che riempivano i miei pomeriggi estivi durante l’infanzia e l’adolescenza, quando mi immergevo nel racconto del “Giardino segreto” di F. H. Burnett, il cui svelamento ridà vita e allegria al piccolo Colin sepolto tra cuscini e coperte per la sua presunta debolezza di salute,  quando mi incantavo nelle descrizioni della brughiera selvaggia dei romanzi delle sorelle Brontë o mi perdevo nelle parole che rimandavano la  grandiosità e la ricchezza del parco  di Pemberly, teatro dell’incontro amoroso di Elizabeth Bennet e Fitzwilliam Darcy, i due mitici protagonisti di “Orgoglio e pregiudizio” di Jane Austen.

La magia del giardino inglese, per me,  nasce soprattutto dal verde che lo connota, dalle infinite sfumature che si rincorrono e penetrano nel folto di piante e fiori posti a bordura di  viottoli e sentieri in un intreccio senza fine, in cui gioiosità e malinconia trovano sempre il loro spazio perché l’occhio si perde e si sofferma, raccoglie colori, forme, dettagli, si riposa e moltiplica le sue immagini.

Quasi impossibile ricordare un giardino inglese senza pensare alla casa che sorge al suo interno. Casa e giardino sono pressoché un tutt’uno e questo rimanda un senso di intimità che segna la personalità di chi ci abita.

In un bellissimo libro scoperto da poco, “IL GIARDINO DI VIRGINIA WOOLF, La storia del giardino di Monk’s House” di Caroline Zoob, ( fotografie di Caroline Arber e prefazione di Cecil Woolf, edito da L’ippocampo),  le parole che precedono la prefazione sono tratte da uno scritto di Leonard Woolf, marito di Virginia : “….quel che influisce in maniera più profonda e permanente su una persona e sul suo modo di vivere è la casa in cui abita. La casa determina giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto, la qualità, il colore, l’atmosfera, il ritmo della sua vita; è la cornice di ciò che una persona fa, di ciò che può fare, e dei suoi rapporti con gli altri.”

Monk’s House è stata la casa di campagna di Virginia Woolf e di suo marito Leonard e quel giardino è stato il giardino della vita della scrittrice. Per ventidue anni ha lavorato alla maggior parte dei suoi romanzi nel lodge in mezzo al verde, uno studio ricavato da una catapecchia destinata al ricovero degli attrezzi che lei chiamava “la mia casetta”.

Il libro citato è stato scritto da chi ha vissuto come affittuario del National Trust, l’ente che dal 1980 possiede e gestisce la casa e per dieci anni dopo la scomparsa di Leonard, morto nel 1969, ha curato la tenuta mantenendola come era all’epoca dei Woolf.

“Abitando qui, ci siamo mossi negli stessi spazi dei Woolf, abbiamo calcato le stesse scale consunte, sbattuto la testa sulle stesse travi e soprattutto iniziato ogni giorno affacciandoci sul giardino che si stendeva ai nostri piedi..” scrive Caroline Zoob consapevole del valore di quel luogo che ha raccolto e conservato un mondo in cui sono sorte opere letterarie che hanno fatto grande il Novecento inglese.

Non ho avuto occasione di visitare Monk’s House, ma ho il ricordo di una fantastica e rilassante passeggiata lungo i sentieri del Giardino di Trengwainton nelle vicinanze di Penzance nel sul della Cornovaglia. Un lungo percorso tra il verde e siepi infinite di ortensie, lungo laghetti e fiumiciattoli portava ad una aperta radura circondata da faggi maestosi in cui appariva ad un tratto una antica aristocratica dimora a completare il fascino del luogo.

Il piacere di camminare lungo i viottoli di un giardino all’inglese si può provare anche dalle nostre parti. A Saluzzo, in provincia di Cuneo, si trova  il bellissimo giardino botanico di Villa Bricherasio ideato da Domenico Montevecchi, un frutticoltore di professione che dagli anni ’70 ha trasformato la sua attività di coltivatore nella passione per i giardini. Su una superficie di 12000 metri quadrati ha creato un parco diviso in tre zone: quella della flora mediterranea, la zona temperata fredda e quella continentale. Ogni zona è caratterizzata dall’accostamento di varie specie botaniche che rendono in ogni dove scorci di paesaggio differenti e assolutamente  incantevoli.

Le diverse specie fanno macchia a sé in un susseguirsi di colori e di forme: ad esempio la zona dei bambù e quella delle camelie si avvicendano con quelle dei laghetti dove sono presenti piante acquatiche galleggianti tra le quali la Victoria Amazzonica con le foglie che raggiungono notevoli dimensioni in tarda estate.

Quando mi è capitato di partecipare ad una visita guidata proprio dal proprietario, dalle dense tonalità  di verde si rivelavano grandiose fioriture di ortensie dai colori e dalle fogge differenti.

La bellezza di questo luogo, che ci trasporta magicamente all’interno di un giardino all’inglese, deriva dalla percezione del folto che avvolge ogni angolo con una quantità indescrivibile di piante, fiori, arbusti, siepi che tracciano i passaggi sotto pergole e lungo acque nei quali ci si perde.

Un pomeriggio trascorso a camminare lungo i sentieri di un giardino come questo ritempra lo spirito, consente alla mente di sospendere per un momento il senso del tempo e dello spazio per entrare  in quella “gioia pura del giardino” che Virginia Woolf  chiama “felicità”.

 

 

 

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