Prime dieci pagine
Emanuela Zoia

Ciao scuola,

venerdì hai chiuso i battenti ma io non c’ero e così mi è mancata l’emozione unica dell’ultimo giorno.
Mi piace il tuo nome e il tuo essere, comunque, casa e comunità e mi piacciono i tuoi spazi e arredi, i suoni e i silenzi, persino il chiasso.
Ho impiegato tempo e fatica per conquistarti come un piacere, ma ci sono riuscita e ne sono orgogliosa.
Ho iniziato a frequentarti molto molto timidamente e mi ho in mente seduta sul manubrio della bicicletta, volto a volto con mia mamma che pedala, in silenzio.
La maestra, con le unghie smaltate e il rossetto, mi lascia piangere una paura che non so, ma senza rimproveri e malevolenza. Lei la chiamiamo maestra … (seguiva il cognome).
Poi non piangevo più naturalmente e per i quattro anni successivi delle elementari ho avuto un’altra maestra: severa in grembiule nero lucido con colletto bianco di pizzo, la fede e il brillante all’anulare che si facevano sentire quando ti beccavi uno scappellotto, i quadretti religiosi e familiari appesi alla parete tra i cartelloni delle lettere. Tutti la chiamiamo signora….Ne sono abbastanza terrorizzata perché può infierire contro qualche compagno e mortificare il malcapitato di turno. Guai a chi usa termini dialettali (sarà per questo che non sono mai riuscita a parlare in dialetto neanche in casa ?!) e a chi buca il foglio del quaderno di bella quando si cancella una macchia d’inchiostro o un errore. E allora si prova a nascondere o camuffare la cancellatura strofinandoci sopra l’unghia del pollice di piatto.
Sei una dignitosa casetta e la tua facciata è abbellita da alcuni cipressi ai piedi dei quali ci sono aiole di diverse forme bordate di sassi; mi piace tanto quella a forma di stella e vorrei tanto prendermene cura, ma la signora … mi affida sempre qualcuna delle altre come se io non sia all’altezza.
Ero compita e diligente alle elementari, molto molto silenziosa e riverente al tuo cospetto.
Alle tue medie ci vado in pullmino e sono un po’ anonime, ma certo me la barcameno appena e la matematica diventa ostica.
Per me è un salto notevole frequentarti poi a Foligno: in bici alla stazione e poi treno delle 7:18. Qui la tua casa è storica: portone imponente, cortile interno e scalinata d’accesso nobiliari, pareti e soffitti delle antiche aule affrescati…ho timore di perdermi.
Fatico parecchio a capire e seguire il tuo passo, ma con l’ultimo anno e l’esame di stato mi premi. Allora con papà a fianco mi vedo scendere quasi volando la bella scalinata dopo aver visto i Quadri finali appesi alla parete del lungo corridoio.
Ma gli anni trascorsi nella tua Università di Perugia sono stati davvero un crescendo: la facoltà è distaccata dalla sede centrale, la bacheca è zeppa di foglietti – avviso, la sala studenti monacale e austera, docenti e assistenti nelle tue aule a gradini tengono corsi su corsi con seminari, dispense e poi gli esami, con gli statini e il voto sul libretto di colore diverso a seconda della facoltà. Quanto ho studiato e quanto ti ho gustato!
Questa bellezza fa parte di me e la considero sì, proprio una bellezza della mia vita, non solo di scolara e insegnante.

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