Prime dieci pagine
Margherita Candellero

Un piccolo libro, un grande libro. “Piccolo” perché ANDROMEDA HEIGHTS è un romanzo di appena 100 pagine; “grande” per la delicatezza, la profondità, la leggerezza e la ricchezza di umanità che lo pervade.

Da molto tempo non leggevo testi di Banana Yoshimoto, scrittrice giapponese “dal tratto sognante e inconfondibile”, come viene presentata nel retro di copertina. Tra i tanti suoi libri, questo, scritto nel 2002 e pubblicato in Italia dalla casa editrice Feltrinelli nel 2014, è il primo della serie Il Regno, primo capitolo di una quadrilogia sui temi della perdita, della guarigione, della felicità nelle famiglie più anticonformiste, sul senso di solidarietà, di amicizia, di rispetto per la natura e molto altro.

Il racconto è scritto in prima persona dalla protagonista, una giovane donna, Shizukuishi – “Pare che sia il nome di una qualità di cactus che mio nonno amava e coltivava.”- che, abbandonata dalla nonna con la quale è vissuta da sempre in montagna in mezzo ad una natura pressoché incontaminata di cui aveva imparato a conoscere tutti i segreti, si trova a dover ricostruire la sua vita in una città che le è estranea e in cui si sente completamente sola.

Porta con sé il suo nome, il ricordo della vita passata tra le sue amate montagne, le erbe per la preparazione del tè, con le quali la nonna sapeva accogliere, curare, lenire e a volte guarire chi la andava a cercare per trarne giovamento e alcune piante di cactus.

La sua nuova vita in città è fatta di piccoli frammenti, di lievi percezioni e sensazioni, di capacità di cogliere i minimi tratti di una natura sommersa dal cemento e dal caos urbano.

Il fazzoletto di giardino davanti al suo minuscolo appartamento, i vasi in cui crescono e si animano i cactus che lei ama e da cui si sente amata le consentono di mantenere il contatto con la natura e con quel cielo pieno di stelle che riempiva le sue notti in montagna. “Le notti erano scure e profonde,le luci della casa rassicuranti: tutto questo era ogni volta una nuova scoperta. La stessa montagna la sera si trasformava in un posto del tutto differente.(….) E poi la sera, l’aria era ancora più rarefatta, un manto di stelle dalla luce diafana. Era fredda, quell’aria, pura, entrava nei polmoni e quasi li pungeva, lasciandomi ogni volta la perturbante sensazione di essere viva.”

In città supera la sua solitudine con incontri e legami ai margini della collettività cittadina. I personaggi con i quali viene a contatto condividono con lei una sensibilità fuori dal comune per la natura e una percezione del tempo che ne dilata i contorni e  trasmette forza e sospensione. Sono le cose semplici, ma essenziali, fatte di silenziosi linguaggi che tratteggiano la sua vita e trasmettono al lettore il piacere per le parole che scorrono tra le pagine del libro.

Man mano che leggevo e gustavo la delicatezza dei toni di questo romanzo, affioravano in me altre espressioni e immagini che arrivano dal lontano Giappone attraverso gli  haiku, quei brevissimi componimenti lessicali rigorosamente composti da 5-7-5 sillabe che contengono obbligatoriamente un riferimento alla natura:

  Nel vecchio stagno                                                Stanchezza:

  una rana si tuffa.                                                   entrando in una locanda,

  Il rumore dell’acqua                                             i glicini

 

 Silenzio:                                                                Sera:                               

 graffia la pietra                                                    tra i fiori si spengono

 la voce delle cicale                                              rintocchi di campana

 

Matsuo Bashȏ (1644-1694)

 

L’amore di Shizukuishi per i cactus (“I cactus mi volevano bene… Provai la stessa sensazione rassicurante di quando vivevo con la nonna. Sì, sentivo che non ero sola, che c’erano loro.”) mi riporta alle liriche degli antichi poeti conosciuti tempo addietro in Haiku Il fiore della poesia giapponese da Bashȏ all’Ottocento (Oscar Classici Mondadori), che mi aveva fatto scoprire la bellezza della sobrietà, della leggerezza, dell’eleganza di queste minuscole poesie che arrivano da un lontano passato di un paese altrettanto lontano.

La lievità e la concisione sono tratti inconfondibili di questi testi poetici che hanno attraversato i secoli nel paese del sol levante. In quella essenzialità stanno il bello e il senso della vita che i poeti ci trasmettono e che a me sembrano l’essenza  della cultura nipponica.

Mi torna in mente anche un altro incantevole scritto in prosa di una colta donna giapponese del X secolo, Sei Shȏnagon, dama di corte dell’imperatrice Sadako : Note del guanciale (ES  Biblioteca dell’eros), nel quale si ritrova il fluire delle stagioni in immagini di raffinata armonia che racchiudono i mutevoli stati d’animo dell’umano.

L’inizio di questo libro ci immerge da subito nell’atmosfera della cultura dell’estremo oriente:

“L’aurora a primavera: si rischiara il cielo sulle cime delle montagne, sempre più luminoso, e nuvole rosa si accavallano snelle e leggere. D’estate, la notte: naturalmente col chiaro di luna: ma anche quando le tenebre sono profonde. E’ piacevole allora vedere le lucciole in gran numero rischiarare volando l’oscurità, oppure distinguere solo le luci di alcune di loro.”

Mi sembra che un sottile, magico filo unisca il racconto di Banana Yoshimoto a queste tracce di letteratura dell’antico Giappone, che si leggono con uno sguardo benevolo incline alla quiete e alla serenità, come piccole oasi nel frenetico correre dei giorni.

 

 

 

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