Prime dieci pagine

La magia tra le righe, Scarlett Thomas

Redazione

Era una tiepida giornata estiva, con i prati pieni di ranuncoli. Io facevo da navigatore e il mio compagno guidava. Eravamo su una strada di campagna da qualche parte nel West Sussex: non riuscivo più a sopportare la confusione dell’autostrada. Ero stata malata ed ero fermamente convinta di non voler mai più rientrare nel mondo normale, con i suoi camion che strombazzano, i suoi rifiuti fosforescenti, i suoi hashtag e le sue mode culturali. Nelle ultime settimane ero riuscita a leggere solo P.G. Wodehouse e Dodie Smith. Nella semplice e nostalgica tranquillità della campagna inglese, con i suoi villaggi dai nomi come Old Wives Lees e le strade che si chiamavano Frog hole Lane, mi sentivo bene.  

Improvvisamente, lungo la strada, la A272, è apparso un posto chiamato Dragon’s Green, il giardino del drago. “Meraviglioso”, ho detto al mio compagno. “Se mai scriverò un libro per bambini, lo chiamerò Il giardino del drago. È un titolo perfetto”. 

“Scriveresti davvero un libro per bambini?”, mi ha chiesto lui, sorpreso. 

“Certo che no”, ho risposto. 

In fondo ero una scrittrice seria di romanzi per persone adulte. Quasi seria, in realtà. Avevo scritto di topi che parlano, di viaggi nel tempo e di persone che volano, e le mie opere stavano diventando sempre più – come dire – giocose. Ma stavo per pubblicare il mio decimo romanzo e per avere una cattedra all’università. Mi sembrava una cosa piuttosto seria. Seria in modo quasi deprimente. 

Quel giorno sulla A272 ero in crisi. Ero stata malata per mesi e non sapevo perché. Qualcuno aveva usato l’espressione “esaurimento nervoso”. Stavo lavorando a un libro di ricordi sul mio tentativo di diventare una giocatrice di tennis a quarant’anni suonati. Anche se ero arrivata a diventare la numero 6 del paese (principalmente a causa di un errore informatico), l’intera esperienza mi aveva sbalestrata. Eravamo sulla A272 perché stavamo andando da uno psicologo di cui avevo letto un libro e che speravo potesse aiutarmi. 

E infatti mi ha aiutato. Tornando a casa mi sentivo più leggera. Ci siamo fermati per un tè a Dragon’s Green. E lì mi è venuta l’idea per il mio romanzo per bambini. Tanto per cominciare, doveva esserci un drago. Cosa piace ai draghi? Le principesse. Forse ci sarebbe stata una principessa salvata dalle grinfie di un drago. Da un’altra ragazza, però. E forse sarebbe venuto fuori che le principesse erano allevate in una scuola speciale che le rendeva appetibili ai draghi. Però non volevo che il mio romanzo fosse come i libri femministi che leggevo da bambina negli anni ottanta; volevo che piacesse anche ai maschi. Avrei dato a tutti i miei bambini immaginari dei poteri magici, ma con qualche limite, perché la magia non può essere facile. E avrei continuato le ricerche che avevo intrapreso sul potere dei libri, su come la lingua e le storie creano il nostro mondo. Un Derrida per le scuole medie? Perché no? In fondo nessuno lo avrebbe letto. Non lo avrei permesso. Soprattutto ai miei studenti. Sarebbe stato troppo imbarazzante. Negli ultimi dodici anni avevo fatto di tutto per scoraggiarli dallo scrivere libri per ragazzi. Da tempo il dipartimento in cui lavoro cerca di offrire agli studenti esperienze nuove e complesse. Non li incoraggiamo, insomma, a scrivere dissertazioni su Harry Potter. L’università è fatta per imparare cose nuove. Non esiste altro posto al mondo in cui puoi leggere in gruppo il racconto di James Joyce I morti, discuterne il concetto di epifania e poi – cosa che amo fare nei miei seminari – cercare di capire come scrivere qualcosa di simile. 

Un altro problema dell’uso della narrativa per ragazzi nei corsi di scrittura creativa è che quella buona spesso fa cose orribili. Nella mani giuste queste cose possono anche dar vita a scritti di qualità, ma non è facile insegnare o imparare come si fa. Ci sono sempre cliché, aggettivi, avverbi, personaggi malvagi, esagerazioni. Nel Giardino del drago (pubblicato in italiano con il titolo Il drago verde) la gente parla con voce tonante, entra all’improvviso nelle stanze e ride in modo chiassoso. Se si vuole usare il minimo indispensabile di parole – uno degli imperativi ereditati dal periodo in cui dovevamo tutti scrivere come hemingway – una voce infantile può diventare una complicazione. Quando è ben resa, diventa un discorso indiretto libero sotto l’effetto di lsd. È incredibile. Se cerchi di essere sottile e sofisticato, come i nostri studenti, la cosa non ti aiuta a prendere un gran voto a meno che tu sia un genio assoluto. Ma quanto è divertente da scrivere! Scusate… 

Mentre lavoravo al Giardino del drago mi sono ripresa dall’esaurimento. Avevo ancora poca voglia di leggere narrativa contemporanea, ma ero in grado di tornare ai miei scrittori preferiti, tra cui Tolstoj, Čechov e Katherine Mansfield. Nel mio romanzo è spuntato improvvisamente un mondo sotterraneo, popolato di persone vestite con dolcevita neri che bevevano caffè e parlavano del Maestro e Margherita. Rendevo bello il mondo ordinario nel modo in cui credo possa esserlo il nostro mondo degradato, con insegne al neon rosa e strane trasmissioni alla radio. A pagina otto avevo già abolito internet e tanti saluti. Il nostro mondo era diventato più magico. In vita mia non mi sono mai divertita tanto a scrivere. 

Tuttavia ho scoperto che creare un mondo ittizio è una faccenda molto complicata. Chi ha i poteri? Come funziona la magia? Sono tutti maghi o qualcuno è nato più scemo (un’idea presa da Harry Potter che non mi è mai piaciuta). Appena inserisci i tuoi personaggi in una grande casa di campagna con torrette da iaba, devi decidere come funziona la sua manutenzione. Un mondo feudale è bello da vedere, ma ha bisogno di servitori. Cosa fai a quel punto se non credi sia giusto che esistano i servitori? E come la metti con la violenza, dopo aver dotato i bambini di armi magiche? Per risolvere questi problemi sei costretta a rivedere tutte le tue convinzioni più profonde. Con gli adulti puoi mentire e chiamarla ironia. Mentire ai bambini è tutta un’altra storia. 

Scrivere un libro per ragazzi mi ha fatto capire che vale la pena studiare la letteratura per l’infanzia. Non è detto necessariamente che siano testi esemplari dal punto di vista della scrittura. Non penso che i romanzi per ragazzi dovrebbero sostituire James Joyce, George Eliot o Arundhati Roy nei corsi di letteratura. Ma toccano alcuni aspetti fondamentali della vita. A modo loro si chiedono come dovrebbe essere il mondo, come potrebbe essere, cosa è giusto, cosa è sbagliato, chi può amare chi. Sono sempre testi politici. 

Sono ancora convinta che ci debba essere un posto in cui alla gente viene chiesto di leggere I morti. Un lettore contemporaneo può avere difficoltà ad arrivare all’epifania che c’è alla ine, ma quando ci arriva gli tocca l’anima. Quando una serie di segni su una pagina riesce ad aver un effetto del genere, è la cosa che si avvicina di più alla magia nel nostro mondo. È nostro dovere offrire quest’esperienza agli studenti universitari. La vera magia, oltre a quella fantastica. 

Ma forse non è una coincidenza se, da qualche anno, ho cominciato a usare nelle mie lezioni un genere di narrativa che contiene un tipo diverso di magia. Il racconto di George Saunders Quercia del mar, con la sua sboccata zia zombie, è da tempo uno dei miei preferiti. The summer people di Kelly Link funziona perfettamente come approccio magico al modo adulto di guardare all’infanzia. Forse oggi aggiungerei qualche libro per ragazzi. La bussola d’oro di Philip Pullman, per la sua costruzione di un mondo singolare, e The wolves of Whilloughby Chase di Joan Aitken, per i suoi momenti bizzarri. Comunque sia, ho abbandonato il mio vecchio modo di classificare i libri. Invece di pensare che esiste la “narrativa letteraria” e poi “tutto il resto”, o la narrativa per adulti e quella per ragazzi, adesso sono convinta che esistano i libri con e quelli senza magia. Se permettete, preferisco decisamente quelli con. 

SCARLETT THOMAS
è una scrittrice britannica. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Il drago verde (Newton Compton 2017). Questo articolo è stato pubblicato dal Guardian con il titolo Why I was wrong about children’s iction, tradotto e pubblicato sul n° 1230 di Internazionale, 10/16 novembre 2017.

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