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Troppa carne al fuoco – George Monbiot, The Guardian, Regno Unito

Redazione

Quali saranno, secondo le generazioni future, le mostruosità della nostra epoca? La scelta è ampia, ma credo che una sarà la detenzione in massa degli animali per ricavare carne, uova e latte.

L’arrivo della carne artificiale a buon mercato cambierà tutto. Del resto, il pro- gresso tecnologico ha spesso contribuito ad accelerare quello etico. L’accordo da 300 milioni di dollari siglato dalla Cina a settembre con tre aziende israeliane per com- pare carne prodotta in laboratorio segna l’inizio della ine dell’allevamento del bestiame. Ma ci vorrà tempo, e la grande sofferenza continuerà per anni. Intanto la soluzione, si dice, è allevare gli animali all’aperto. Così, però, ci si limita a sostituire una catastrofe, la crudeltà di massa, con un’altra, la distruzione di massa.

Quasi tutte le forme d’allevamento cau- sano danni all’ambiente, ma nessuna ne provoca di più dell’allevamento all’aperto. Il motivo è l’ineicienza. La supericie del pianeta usata per il pascolo è circa il doppio di quella destinata alle coltivazioni, ma gli animali nutriti interamente a foraggio producono appena un grammo di proteine degli 81 consumati in un giorno da un indivi- duo. Secondo un articolo pubblicato su Science of the Total Environment, “la produzione di bestiame è la causa principale della perdita di habitat”.

Sostituire la carne con la soia riduce dra- sticamente il suolo necessario a produrre un chilo di proteine: del 70 per cento nel caso dei polli, dell’89 nel caso dei maiali e del 97 nel caso dei bovini. Secondo uno studio, se nel Regno Unito tutti passassimo a una dieta basata sulle piante, 15 milioni di ettari di terra ora usati per l’allevamento potrebbero essere restituiti alla natura. E il paese potrebbe sfamare 200 milioni di persone.

Gli allevatori hanno comprensibilmente obiettato con un’ingegnosa argomentazione. I pascoli, dicono, assorbono il carbonio nell’atmosfera e lo immagazzinano nel suolo, riducendo o addirittura annullando il riscaldamento globale. In una conferenza Ted l’allevatore Allan Savory sostiene che il suo metodo di pascolo “olistico” potrebbe assorbire così tanto carbonio da riportare l’atmosfera terreste ai livelli preindustriali.

Un recente studio del Food climate re- search network, intitolato “Grazed and confused”, cerca di rispondere alla doman- da: è vero che allevare bestiame all’aperto riduce sensibilmente i gas serra? Dopo due anni di ricerche e trecento fonti citate, la ri- sposta degli autori è inequivocabile: no.

Dall’indagine è emerso che alcuni me- todi di pascolo sono efettivamente miglio- ri di altri. In certi casi le piante accumulano carbonio nel sottosuolo tramite l’espansio- ne delle radici e la stratiicazione delle foglie decomposte. Le afermazioni di quelli come Savory, però, sono “pericolosamente fuorvianti”. Le prove secondo cui i metodi dei crociati del bestiame permetterebbero d’immagazzinare più carbonio sono deboli e contraddittorie e indicano che l’efetto, quando c’è, è scarso. Al massimo questi me- todi abbatterebbero tra il 20 e il 60 per cento delle emissioni di gas serra prodotte dai pascoli. E anche questa potrebbe essere una stima per eccesso: secondo un articolo pubblicato a settembre su Carbon Balance and Management, la quantità di metano (un po- tente gas serra) generata dal bestiame è sottovalutata. In ogni caso, lo stoccaggio del carbonio nei pascoli non compensa l’impatto degli animali sul clima, e tanto meno quello della civiltà industriale.

La nuova rivoluzione

L’enorme distesa di terre da pascolo, da cui ricaviamo pochissimo e a caro prezzo per l’ambiente, andrebbe restituita alla natura. Non solo contribuiremmo ad arrestare il catastroico declino degli habitat e a promuovere la biodiversità e la vita selvatica, ma favoriremmo il ritorno di foreste, paludi e savane, che assorbirebbero molto più car- bonio dei metodi di pascolo più soisticati.

Anche se non sarà facile digerire la ine dell’allevamento, siamo una specie lessibile e adattabile. Abbiamo sopportato tanti cambiamenti sorprendenti: la vita sedentaria, l’agricoltura, la città, l’industria.

È arrivato il momento di una nuova rivoluzione: il passaggio a una dieta a base di piante. La tecnologia c’è o è dietro l’angolo. Il cambiamento etico è già in corso: nella patria del roast beef i vegani sono mezzo milione. È ora di rinunciare alle scuse e alle bugie, e di guardare alle nostre scelte morali come faranno i nostri discendenti.

Da Internazionale del 27 ottobre • Numero 1228 • Anno 24

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