Prime dieci pagine
Margherita Candellero

Sono tornata a Vienna dopo parecchi anni da quando la vidi la prima volta. Ci sono tornata all’inizio di dicembre con gli amici di sempre per un lungo weekend prenatalizio, nel momento dell’anno che la mostra avvolta nel buio della notte già alle quattro di pomeriggio, quando dappertutto si accendono magicamente le eleganti luci delle feste che rimandano l’incanto di una grandiosa e fastosa città dal passato imperiale. Per terra un po’ di neve, caduta il giorno prima del nostro arrivo, segna un riverbero lucente davanti ai nostri passi.

E da subito abbiamo l’incontro con il Danubio, con il leggendario Danubio che attraversa l’Europa, che la taglia e l’unisce da ovest a est. Dalla torre dell’hotel dove pernotteremo – l’Harry’s Home Wien Millennium Tower – avremo in questi giorni la possibilità di lasciar andare lo sguardo e il pensiero lungo lo scorrere del fiume che come un nastro liquido attraversa dieci paesi per 2850 chilometri dalla Foresta Nera fino al Mar Nero, portando con sé la storia del nostro continente.

Scesi lungo l’argine il primo dilemma che ci cattura è la direzione dell’acqua: sappiamo che il fiume scorre verso levante, ma, nella notte, non è così facile coglierne il verso. Così tra ipotesi, suggestioni, tentativi di dotte e ironiche spiegazioni astronomiche l’attenzione di tutti si concentra sul movimento dell’elemento fluido che ci dà l’indicazione dei punti cardinali. Presi dalle nostre disquisizioni rischiamo di non accorgerci di un nutrito gruppo di cigni bianchi che si avvicinano alla riva colorando di una candida macchia l’increspatura dell’acqua.

Rientrando rileggo le parole scritte da Paolo Rumiz in E’ ORIENTE (ed. Feltrinelli): “Vienna non è Austria, non è Alpi. E’ Danubio. Ed è, anche, la testa troppo grande di un corpo che non c’è più: l’Impero.(….) Vienna amata e odiata, periferica per l’Austria ma centralissima fra le due Europe.(….) Vienna città-modello in Europa: ordinata e sicura, determinata a difendere la propria tranquillità. Vienna inquieta, infine, sull’orlo dei Balcani. Luogo d’affari dalle mille opportunità, luccicante approdo per l’Est.”

Una visita a Vienna non può che partire dal Danubio, dal mitologico “fiume d’Europa”, magistralmente narrato nella grandiosa opera letteraria dello scrittore Claudio Magris (DANUBIO, ed. Garzanti), che Johan Strauss rese con le sue note melodioso e blu.

Mentre camminiamo lungo le strade del centro di Vienna ne cogliamo passo dopo passo la musicalità. A cominciare dallo scampanio delle campane della cattedrale di Santo Stefano che ci accolgono al nostro arrivo nella Stephansplaz, la piazza della città vecchia. Qualcuno ha scritto che “le cattedrali cantano” e “per questo guardarle non basta:  si devono anche ascoltare, in silenzio. Come i boschi del Grande Nord.” (sempre in Rumiz). E quasi come controcanto allo scampanio esterno ci accoglie all’interno della chiesa la polifonia di  un coro solenne e spirituale accompagnato da organo e trombe le cui note si elevano sublimi verso la volta delle tre alte navate slanciate sui pilastri a fascio.

Anche la chiesa dei Gesuiti ci offre un incontro con la musica. Vi arriviamo a metà mattina per visitare l’interno dall’accentuato stile barocco romano e siamo travolti dalle note di un imponente organo, da cui si diffonde una musica trionfale, possente, gloriosa che segna la forza e la potenza della presenza dei Gesuiti nella terra degli Asburgo. D’altra parte questa è la chiesa dell’Università, edificata nel 1600 per affermare la grandezza del pensiero cristiano, oltre ogni possibilità di dubbio.

La sensazione che se ne coglie è ben lontana da quella elevata e soave percepita in Santo Stefano e ci descrive un altro aspetto della religiosità viennese nel tempo.

Ancora musica. Siamo fuori dall’Hofburg, il palazzo imperiale e residenza favorita degli Asburgo nel cuore della città. Si sta di nuovo facendo sera. Passano i vetturini sui fiacres in livrea come a sottolineare che qui il tempo si è fermato all’epoca di Francesco Giuseppe e della principessa Sissi, e questa volta è il richiamo  di un’orchestrina di strada che ci attrae. Stavolta sono valzer e polke che accompagnano la nostra passeggiata. Tra queste musiche  il motivo del  Second Waltz di Dmitri Shostakovic, che mi ha ricordato il sontuoso ballo del film ANNA KARENINA di Joe Wright del 2013, complice dello sventurato fatale incontro tra Anna Karenina e Vronsky.

In qualche modo la musica sembra far da filo conduttore al nostro soggiorno viennese. Nella Domgasse, al numero 5, visitiamo la Mozarthaus, la casa di Mozart dove il grande musicista abitò insieme alla famiglia per alcuni anni. Proprio in questo appartamento egli compose “Le nozze di Figaro”, forse la sua opera più importante. In una sala al secondo piano, dove è riprodotto un piccolo teatro di animazione, una installazione in 3D de “Il flauto magico” invita il visitatore con l’incanto delle arie di Papageno e della Regina della notte. Non mi par vero di ascoltare questa musica all’interno dell’appartamento in cui proprio Mozart visse e  compose le sue opere. E’ una sensazione di annullamento del tempo, una sorta di spaesamento che mi trasporta in un mondo più volte immaginato e sognato.

Vienna offre molte occasioni simili di fascinazione e meraviglia a cominciare dalle sue geometrie e dai suoi edifici. “Vienna era, scrisse Stefan Zweig, <<una città orchestrata in modo straordinario>>.Tutte le strade e gli edifici erano disposti intorno alla corte imperiale. La Hofburg, residenza imperiale nel cuore della città vecchia, era a un tempo il centro politico e culturale dell’intero regno. Intorno, in seconda fila, i palazzi della nobiltà austriaca, ungherese, polacca e ceca. Poi venivano la piccola nobiltà, gli alti funzionari, gli industriali e le <<vecchie famiglie>>: siamo ora all’altezza del Ring. Seguivano quindi i sarti e gli altri servitori, poi la piccola borghesia  e infine il proletariato.” (Geert Mak  IN EUROPA Viaggio attraverso il XX secolo  – Fazi Editore).

Il clima invernale, che ci ha accompagnato nel nostro soggiorno, ha favorito le visite ai musei: il Kunsthistorisches  Museum con la spettacolare pinacoteca; l’Albertina con i capolavori della collezione fondata nel 1776 dal duca Alberto di Sassonia; il Naturhistorisches Museum – Museo di Storia naturale, nel quale è facile “perdersi” tra la quantità e la rarità dei reperti ivi raccolti, la Secession con il fregio di Gustav Klimt che si rifà alla’interpretazione wagneriana della Nona Sinfonia di Beethoven e raffigura la ricerca dell’umana felicità.

Nemmeno la notte ci frena nel nostro visitare e scoprire luoghi che acquistano fascino proprio col calare delle tenebre. Tra questi lo Schloss Schönbrunn, il  castello utilizzato dagli Asburgo come residenza estiva, originariamente un semplice villino di caccia, trasformato in palazzo dopo che i Turchi lo rasero al suolo e lo incendiarono nel 1683.

Abbiamo percorso le sale del castello illuminate a giorno con una simpatica guida che ha saputo descrivere gli ambienti e narrare le piccole domestiche storie della grande regina Maria Teresa con la sua smisurata nidiata di figli (16, se non ho perso il conto) con  tono affettuoso e ironico nei confronti di questa dinastia asburgica lontana nel tempo, ma tutt’ora presente come una bella favola preziosa soprattutto per l’industria del turismo  viennese.

Anche a Schönbrunn abbiamo ritrovato la musica. Una serata trascorsa all’Orangerie del castello sulle note di Mozart e di Strauss è stata un piccolo assaggio di quel concerto di capodanno di cui da sempre si favoleggia per la magica grandiosità della musica che solo Vienna sembra poter continuare ad offrire.

Al rientro in hotel, infreddoliti e sonnecchianti nella notte piuttosto gelida, vediamo le sagome della città rarefatta tra le luci che si fanno più rade e in lontananza ci par di scorgere “le navicelle rosse della famosa grande ruota panoramica del Prater immobili, come se l’aria fredda le avesse congelate” (Guillome Prébois  in IL MIO DANUBIO in bicicletta lungo il fiume d’Europa. Edicicloeditore).

 

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