Prime dieci pagine
Mariel Giolito

Presentato a Venezia dove ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura e di quattro Golden globe, “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” del regista e commediografo londinese, di origini irlandesi, Martin McDonagh, é un film molto interessante e complesso.
Può essere interpretato e visto in tanti modi.
La storia ruota intorno ai tre “roadside billboards”, tre manifesti giganti su un tratto di strada secondaria a Ebbing nel Missouri, che una madre in cerca di giustizia per la figlia assassinata affitta per scriverci questo messaggio: “Stuprata mentre moriva/E ancora nessun arresto/Come mai, sceriffo Willoughby?”.
La provocazione innesca una catena di eventi imprevedibili, perché tutti i poteri della comunità muovono guerra alla combattiva Mildred.
Lo sceneggiatore e regista Martin McDonagh del film, é anche un regista teatrale, ha una fantastica precisione di scrittura, un modo di costruire i personaggi che sembra di conoscerli da sempre.
Non si può dire che sia un film ottimista, ma forse suggerisce che, invece di decidere chi siamo attraverso internet o la tv, faremmo meglio a guardarci intorno, a interessarci di quello che succede alla porta accanto, al piano di sotto, nella strada di casa, sull’autobus.
E McDonagh suggerisce questo attraverso i suoi personaggi interpretati da attori eccezionali: Mildred, la madre, una grandissima Frances McDormand trasforma la sua protesta in una battaglia senza esclusione di colpi, calci, schiaffi, morsi, insulti e frasi volgari.
Woody Harrelson, nei panni dello sceriffo Bill Willoughby, sarà il primo a capire che con il suo gesto Mildred vuole far chiarezza sulle ipocrisie, sulle cose non dette che però tutti sanno.
Infine Jason Dixon, interpretato da Sam Rockwell, uomo immaturo dal temperamento violento e aggressivo, suscettibile, al limite della stupidità, riesce a rappresentare che, le azioni di Mildred a qualcosa possono servire e che gli esseri umani, anche e soprattutto i più malridotti, possono trovare una vera identità all’interno di una comunità.
La provincia di Mildred è intrisa di stupidità, violenza, razzismo, pregiudizio, ma non ci sono buoni e cattivi: il film è un’intelligente riflessione sul coraggio di una donna che si aggancia alla richiesta di libertà che oggi coalizza tante donne negli Usa.
Lo sceriffo Willoughby di Ebbing prova a far ragionare la donna, ma quando viene coinvolto anche il vice Dixon (Sam Rockwell), uomo immaturo dal temperamento violento e aggressivo, la campagna personale di Mildred si trasforma in una battaglia senza esclusione di colpi, calci, schiaffi, morsi, insulti e frasi volgari.
Attori bravissimi, due dei quali hanno portato a casa i Globe principali: migliore attrice drammatica McDormand, migliore attore non protagonista Sam Rockwell.
Questo film appassiona dall’inizio alla fine, saprà farvi ridere ed emozionare: il bello della storia è nelle sue spigolature, in una sceneggiatura dai dialoghi serrati e mai banali.
“Se qualcuno, vedendo il film, ha pensato a un western, questo probabilmente dipende solo dall’inconscio del regista, ma è vero però che nella camminata mi sono ispirata a John Wayne” ha detto al Lido Frances Louise McDormand, attrice statunitense e moglie di Joel Coen. “Il film”, ha poi aggiunto, “è allo stesso tempo divertente e malinconico, nello stile di Martin, ma anche pieno di umanità. La sceneggiatura, va detto, è pura letteratura e così non devi fare proprio nulla, solo leggere”.

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