Prime dieci pagine

La Turchia è diventata un paese infelice di Elif Şafak

Redazione

Quando Bbc Radio 4 mi ha chiesto d’includere La bastarda di Istanbul tra i romanzi che saranno letti durante la trasmissione Reading Europe, ho cominciato a riflettere sul percorso politico e culturale che il mio paese d’origine, la Turchia, ha fatto negli anni successivi all’uscita del libro. Il romanzo è uscito nel 2006. Racconta la storia di una famiglia turca e di una famiglia armeno-statunitense attraverso gli occhi di quattro generazioni di donne. È una storia di segreti di famiglia, tabù politici e sessuali, e del bisogno di parlarne, oltre che dello scontro in corso tra memoria e oblio. La Turchia, in generale, è la società dell’oblio collettivo. 

Poco dopo l’uscita del romanzo, mi fecero causa per “insulto all’identità turca” in base all’articolo 301 del codice penale, anche se nessuno sa cosa significano in questo contesto né “insulto” né “identità turca”. L’ambiguità di questa formulazione permette di usare la norma per soffocare la libertà d’espressione e di stampa. Per la prima volta un romanzo, un’opera di fantasia, veniva processato ai sensi di quell’articolo. Le parole dei personaggi armeni della Bastarda di Istanbul furono usate come “prova” dalla procura. Quindi il mio avvocato turco dovette difendere i miei personaggi armeni in un’aula di tribunale. Tutta la vicenda era surreale e fui assolta. 

Quello che ricordo oggi di quei giorni angosciosi, tuttavia, non sono né il processo né i gruppi ultranazionalisti che organizzavano manifestazioni in piazza, in cui sputavano sulla mia foto e sulla bandiera dell’Unione europea. Invece mi tornano in mente soprattutto i calorosi e confortanti messaggi che ricevevo dai miei lettori. 

A leggere in Turchia sono soprattutto le donne: turche, curde, alevite, ebree, armene, greche. Persone di etnie, culture e classi sociali molto diverse. In Turchia, se a una donna piace un libro, lo passa a un’altra donna. Un libro non è un oggetto personale. Una stessa copia viene letta in media da cinque o sei persone, che sottolineano passaggi diversi con penne di vari colori. Anche se la cultura scritta, i mezzi d’informazione e le case editrici sono dominati dagli uomini, sono le donne a custodire la memoria e a mantenere vive le tradizioni della narrativa turca. 

Anche se le parole erano già considerate pericolose nella Turchia degli anni duemila, la situazione degli scrittori e degli editori non è mai stata tragica come oggi. Negli ultimi dieci anni la Turchia ha fatto molti passi indietro, all’inizio in modo graduale e poi sempre più velocemente. L’autoritarismo, l’islamismo, il nazionalismo, l’isolazionismo e il sessismo sono cresciuti, alimentandosi e rafforzandosi a vicenda. E il fatto che la prospettiva dell’adesione all’Unione europea sia andata in frantumi non ha aiutato. 

Man mano che il paese si è allontanato dall’Europa, il divario è stato sfruttato dai nazionalisti e dagli islamisti. Il governo ha cominciato a parlare di adesione all’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai invece che di ingresso nell’Unione europea. Oggi i rapporti con l’Unione sono al minimo storico. 

Il governo guidato dal Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp) è diventato sempre più antidemocratico, autoreferenziale, illiberale e intollerante. Nell’aprile del 2017 un referendum approvato con un margine ridotto (51,4 per cento di voti a favore contro il 48,5 per cento di contrari) ha stabilito che la Turchia, che era una democrazia parlamentare, diventerà uno stato in cui il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha il monopolio assoluto del potere. 

La Turchia è diventata un esempio sconvolgente di come il ricorso alle urne non basti per sostenere la democrazia. Se in un paese non esistono lo stato di diritto, la separazione dei poteri, la libertà di stampa, la libertà accademica e i diritti delle donne, la democrazia non può sopravvivere. 

Oggi il mio paese è spaccato e migliaia di intellettuali hanno perso il lavoro. Il numero dei processi contro professori, giornalisti, scrittori e opinionisti è in aumento. 

Uno dei più famosi fumettisti del paese, Musa Kart, ha passato cinque mesi in prigione e, anche se è stato rimesso in libertà vigilata, rischia 29 anni di carcere. La Cartoonists rights network international (Rete internazionale per i diritti dei disegnatori) ha diffuso un comunicato in cui deinisce il processo “un imbarazzante tentativo del governo turco di deludere ancora il suo popolo”. Il lavoro più difficile nella Turchia di oggi è quello di giornalista. Dopo il tentato di colpo di stato del 2016, più di 160 giornali sono stati chiusi e ci sono state epurazioni in molti settori. Con più di 150 giornalisti in prigione, la Turchia ha superato il triste record della Cina, diventando il paese con più reporter in carcere nel mondo. Molti altri giornalisti sono stati messi nelle liste di proscrizione, licenziati, difamati, oppure privati del passaporto. 

Anche i processi contro i professori universitari sono preoccupanti. La libertà accademica viene distrutta piano piano. Più di quattromila docenti sono stati espulsi dalle università del paese. Quelli che hanno irmato una petizione per la pace con i curdi nel 2016 hanno perso il lavoro, senza alcuna speranza di trovarne uno nuovo in un’altra università. Molti sono discriminati o gli viene impedito di viaggiare all’estero. Uno degli arresti più inquietanti è stato quello di Osman Kavala, un importante attivista per la pace e i diritti umani, uomo d’affari e filantropo molto rispettato dai democratici, dai liberali e dalle minoranze. Con la diffusione dell’autocensura, è diminuito il dibattito pubblico nella società civile. Sui social network e sui mezzi d’informazione non passa settimana senza che un nuovo bersaglio sia preso di mira, attaccato e linciato. L’International press institute (Ipi) sta esaminando più di duemila casi di abusi online in Turchia contro i giornalisti. 

Le conseguenze di tutta questa situazione sui diritti delle donne sono molto pesanti. Quando i paesi scivolano nel populismo, nell’autoritarismo e nel nazionalismo, le donne hanno più da perdere rispetto agli uomini. Oggi infatti alcune delle principali lotte per la democrazia in Turchia sono condotte dalle donne. 

Nel 2016 il governo turco ha proposto una legge che graziava i violentatori di bambini se accettavano di sposare le loro vittime minorenni. I parlamentari che hanno concepito quest’idea abominevole erano più interessati a preservare il concetto di “onore familiare” che a proteggere le vite di milioni di donne e bambini. 

Di fronte alla reazione della popolazione, la proposta di legge è stata accantonata. Ma gli stessi parlamentari sono riusciti in seguito ad approvare un’altra legge che permette ai mufti, i funzionari religiosi, di celebrare matrimoni civili. In un paese dove un matrimonio su tre coinvolge una sposa bambina, è una svolta molto pericolosa. Aumenteranno il numero di spose bambine e i casi di poligamia, e le famiglie conservatrici e religiose potranno far sposare le iglie giovani senza alcun controllo. Quando molte organizzazioni per i diritti femminili hanno criticato la proposta di legge, e alcune donne sono scese in piazza per protestare, il presidente Erdoğan ha ribadito che la legge sarebbe stata approvata, “che vi piaccia o no”. 

La violenza domestica contro le donne sta crescendo a un ritmo spaventoso e i centri che le accolgono non ricevono finanziamenti. La retorica del governo è basata sulla sacralità della maternità e del matrimonio. Con l’Akp al governo, i diritti delle donne si sono volatilizzati. Nel frattempo i giornali islamisti pubblicano articoli contro i centri antiviolenza e alcune organizzazioni stanno lanciando delle petizioni per obbligare le donne a viaggiare in vagoni riservati sui treni. In varie città sono già attivi degli autobus rosa riservati alle donne. 

La segregazione di genere non farà diminuire le molestie sessuali né interromperà la spirale della violenza. “Quando le donne si rivolgono alla polizia o a un magistrato per essere protette, o vengono rispedite a casa, o cercano la riconciliazione con il proprio compagno, oppure ricevono un ordine di protezione che è valido solo sulla carta”, sostiene Gülsüm Kav dell’organizzazione We will stop femicide. 

Altrettanto preoccupanti sono le modifiche al sistema dell’istruzione: nei nuovi programmi scolastici non è previsto lo studio del darwinismo. All’inizio degli anni duemila circa sessantamila studenti frequentavano le scuole imam hatip, create per formare i predicatori musulmani. Oggi il loro numero è salito a 1,2 milioni. Per evitare l’islamizzazione del sistema dell’istruzione, chi può permetterselo manda i igli alle scuole private. La percentuale dei bambini che frequentano questi istituti è salita dal 7 al 20 per cento. 

È cominciato anche un triste esodo, e il paese sta vivendo una fuga di cervelli mai vista. Molti professori universitari, intellettuali, attivisti, giornalisti, liberali e laici stanno lasciando il paese. Ma molti altri rimangono. E cercano di tenere alto il morale. La società civile turca è molto più avanti rispetto al suo governo e le donne turche non stanno rinunciando alla lotta per i diritti. 

La Turchia è ancora un paese di contrasti sconvolgenti, dove vivono persone coraggiose e meravigliose. Ma oggi, più di un decennio dopo la prima pubblicazione della Bastarda d’Istanbul, spezza il cuore vedere che i paesi non sempre imparano dai loro errori. La storia non si muove per forza in avanti. A volte torna indietro. La Turchia, un tempo considerata uno scintillante ponte tra l’Europa e il Medio Oriente e un esempio da seguire per tutto il mondo musulmano, è diventata un paese autoritario e infelice. 

Elif Şafak 

è una scrittrice turca nata in Francia nel 1971. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Tre figlie di Eva (Rizzoli 2016). 

Questo articolo è stato pubblicato da: Internazionale, 19/25 gennaio 2018 • Numero 1239 • Anno 25

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