Prime dieci pagine
Mariel Giolito

Gran Bretagna, 1940. L’Europa é piegata dall’avanzata nazista e dalle mire espansionistiche di Adolf Hitler. Il Belgio è caduto, la Francia è stremata e l’esercito inglese è intrappolato sulla spiaggia di Dunkirk. La camera chiede le dimissioni di Neville Chamberlain, Primo Ministro incapace di gestire l’emergenza e di guidare un governo di larghe intese. A succedergli è Winston Churchill, con il consenso di re Giorgio VI e del Partito Conservatore.

Il film L’Ora più buia di Joe Wright, con un sorprendente Gary Oldman nella parte di Winston Churchill, affronta l’importanza della parola e della retorica come veri strumenti per agire nella Storia e come tematica si riallaccia al Discorso del re un film del 2010 di Tom Hooper con Colin Firth e Geoffrey Rush, dove Giorgio VI fa il primo ufficiale discorso che guiderà la nazione unita contro la Germania nazista.

Confrontando L’ora più buia con il film Dunkirk di Christopher Nolan uscito qualche mese fa, che  racconta da un’altra prospettiva il medesimo momento storico e l’Operazione Dynamo che Churcill volle in quelle ore concitate, si hanno due tipi di sceneggiature: in una viene evidenziata l’importanza e la forza della parola e nell’altra  tutto passa per l’immagine e il suono: due diversi manifesti di poetica cinematografica. L’ora più buia è un omaggio alla forza delle parole: quelle scritte, quelle lette, quelle pronunciate alla radio. Ma, soprattutto, il film racconta la personalità complessa e affascinante di Churcill   quando, nell’ora più buia del moderno Impero britannico, contro la volontà di molti, deve portare sulle spalle tutto il peso della storia e decidere di opporsi e resistere al pericolo del nazionalsocialismo, che pareva dovesse ingoiare l’Europa di lì a poco.

Lo capisci, lo senti Churchill in questo film: lo conosci come uomo fuori dagli schemi, oratore impareggiabile, uomo brusco e impetuoso, amante del whisky e dello champagne, individualista e intelligentissimo, colto, cocciuto al punto di seguire le sue idee fino al possibile sfacelo, ironico fino al parossisimo, carismatico come pochi uomini sono stati nel suo secolo.

La prima volta che lo vediamo, Churchill si trova a letto, avvolto in una vestaglia rosa mentre, col vassoio della colazione appoggiato sulla grossa pancia, sigaro in bocca, detta incessantemente istruzioni  per i suoi collaboratori alla sua nuova  dattilografa costretta a fare i conti col carattere scorbutico del suo datore di lavoro, che diverrà la sua fedele segretaria. Figura chiave della vita di Churcill, è sua moglie Clementine che  grazie alla bravura di un’attrice del calibro di Kristin Scott Thomas ci fa comprendere il ruolo fondamentale  che ha avuto nel consigliare e guidare il marito nelle ore più buie, nel tenere a freno la sua irritabilità.

Nel film scopriamo che i rapporti tra Churchill e il re Giorgio VI non furono subito idilliaci. Informato della necessità di dover incontrare il sovrano una volta alla settimana, il caustico Churchill commenta: “È come dire che devono toglierti un dente una volta alla settimana”.

Gary Oldman offre una performance profondamente umana, complessa e sfaccettata e la sua voce impastata di whisky e di tabacco, si impenna nei grandi discorsi che hanno saputo mobilitare un intero popolo, oltre che il Parlamento britannico, spingendoli a resistere fino all’ultimo di fronte alla minaccia che la svastica del Terzo Reich potesse sventolare su Buckingham Palace. Lo si dice apertamente nel finale del film: “Churchill ha mobilitato la lingua inglese e l’ha spedita in guerra”. 

Vedendo questo film, e facendo un collegamento con Il discorso del re (2010) di Tom Hooper, viene effettivamente da pensare che la Gran Bretagna abbia fermato l’avanzata nazista con le parole prima ancora che con le armi.

“Chi abbia in mente la faccia di Gary Oldman e la faccia e la stazza di Churcill si chiederà come abbia fatto l’attore a calarsi nei panni dell’uomo che salvò il suo paese e l’Europa…Oldmann si è affidato a Kazuki Tsuji, un maestro del trucco creativo, che sul set ha dedicato ore e ore a calarlo nella sua finta pappagorgia di lattice, a fonderla con la sua pelle, a collocargli in testa i radi capelli bianchi, per un totale di duecento ore di trucco che hanno creato un incredibile, ipnotizzante Wistan Churcill, compreso il sigaro. Sigaro che veniva regolarmente fumato durante il make up. Se non è da Oscar questa volta…” Irene Bignardi, Zoom.

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