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Redazione

Forse dipende dal fatto che ho vissuto metà della mia vita in Pakistan, la terra dei puri (in senso letterale: la terra, stan, dei puri, pak). Sta di fatto che ho cominciato a mettere in discussione la comune idea secondo cui la purezza è il bene e l’impurità è il male. Per una tribù che arriva per la prima volta in un territorio sconosciuto, magari è un punto di vista sensato. Se un corso d’acqua è puro vuol dire che l’acqua è potabile; se un pezzo di carne è impuro chi lo mangia si ammala. Perciò la purezza è preziosa, mentre l’impurità va evitata, respinta, espulsa. Eppure ho capito che è
arrivato il momento di rovesciare, almeno in parte, la polarità emotiva di queste due parole, di  tessere le lodi dell’impurità e di denunciare i mali della purezza. Naturalmente, è una questione personale. Siamo tutti fatti di atomi, ma siamo anche fatti di tempo. Siccome ho passato la metà del tempo in Pakistan e la metà fuori, il mio punto di vista e i miei atteggiamenti sono influenzati da questa realtà. Perciò, in un certo senso, sono pachistano a metà. E dato che il Pakistan è la terra dei puri, significa che sono puro a metà: una condizione impossibile per definizione. Se le cose stanno così, la mia stessa esistenza è in discussione. Quindi vuol dire che sono impuro. Ma se l’impurità è un male, allora sono cattivo, ed essere cattivi è pericoloso, in qualsiasi società. Quindi sì, è una questione personale, e anche molto pressante. 

In Pakistan, però, è anche una questione politica, perché riguarda tutti. Quando la purezza diventa l’elemento che determina quali sono i diritti concessi a un essere umano, e addirittura se un essere umano ha il diritto di vivere o no, si scatena una battaglia feroce per stabilire delle gerarchie di purezza, e da questa battaglia nessuno può uscire vincitore. Nessuno può mai essere abbastanza puro da sentirsi al sicuro. Nella terra dei puri nessuno è abbastanza puro. Nessun musulmano è abbastanza musulmano. E così tutti diventano sospetti. Tutti sono a rischio. Molti vengono uccisi perché la loro purezza è considerata insufficiente, e i loro assassini a loro volta vengono uccisi per lo stesso motivo. E così all’infinito, in una reazione a catena. La politica della purezza è la politica della scissione. 

Tutto questo non dovrebbe sorprendere. Il Pakistan è stato fondato su una scissione, la divisione dell’India imperiale britannica in due stati separati e indipendenti: il Pakistan a maggioranza musulmana e l’India a maggioranza indù. Il Pakistan, poi, ha vissuto un’altra scissione, quella tra il Pakistan a ovest e il Bangladesh a est. In ognuno di questi casi, un’entità più complessa è stata divisa in due per favorire l’armonia interna. Ma la fuga dalla complessità non è una garanzia di futura armonia. Troppo spesso è accompagnata dal feticcio della purezza, dal desiderio di sterminare ogni traccia residua di complessità interna. 

Il Pakistan non è un caso isolato. È il primo esempio di una tendenza che sta diventando globale. In tutto il mondo i governi o quelli che vorrebbero governare sembrano sopraffatti dalla complessità e sprigionano la forza cieca della scissione, invocando la ricerca della purezza. In India, la politica della purezza indù sta aprendo faglie profonde e sanguinose in una società mista. In Birmania, la politica della purezza buddista sta provocando il massacro e la deportazione di massa dei rohingya. Negli Stati Uniti, la politica della purezza bianca marcia in cappuccio bianco e berretto da baseball rosso demonizzando musulmani e ispanici, uccidendo e brutalizzando i neri, sbeffeggiando gli intellettuali e sputando in faccia alla scienza del clima.

E l’Europa? Anche l’Europa sta riscoprendo il suo antico amore per la purezza. I segnali di questa passione micidiale sono ovunque, dall’avanzata dell’estrema destra in Germania e in Austria all’emergenza permanente in Francia fino ai rigurgiti etnonazionalisti in Ucraina e in Spagna. 

E poi c’è la Brexit, per me particolarmente dolorosa perché non sono solo un po’ pachistano, sono anche un po’ britannico (e un po’ europeo). La Brexit esemplifica alla perfezione la politica della scissione e lo sprigionamento delle forze della purezza. Come è stato detto, i britannici hanno ripreso il controllo. Ma a quanto pare gli scozzesi e i nord irlandesi non volevano riprendere il controllo, perciò gli inglesi hanno ripreso il controllo anche da loro. E anche dai londinesi, dal momento che Londra ha smesso di essere propriamente inglese. E anche dai giovani e dalle loro menti confuse dai sempre più numerosi non-inglesi tra le loro ile. Oggi, su alcuni giornali inglesi, chi non è d’accordo viene definito traditore. Alla frontiera nordoccidentale dell’Inghilterra, cioè in Irlanda del Nord, si teme un ritorno della violenza. Il partito al potere è paralizzato, lacerato dai contrasti interni. Nessuno è considerato abbastanza puro, abbastanza sfacciatamente inglese, per governare. Giudici, giornalisti, parlamentari, cittadini: tutti sono sospetti. 

È tutto molto pachistano. 

In questi tempi puri, credo che ci sia un disperato bisogno d’impurità. A questo punto solo l’impurità può salvarci. Fortunatamente ci sono buoni motivi per sperare. La nostra specie è stata fondata sull’impurità, e probabilmente l’impurità ci verrà di nuovo in soccorso, se la lasciamo fare. 

La biologia insegna: per generare un bambino è necessaria la commistione fisica di due genitori umani. Ciascun bambino è la combinazione del materiale genetico di due fonti diverse. Ogni bambino è impuro, è un misto. Il motivo è semplice: l’alternativa è peggiore. Se ci dividessimo a metà per ricavare due esseri umani da uno solo o ci staccassimo un pezzo di gamba o di natica per creare una copia identica di noi stessi, saremmo tutti uguali. Saremmo tutti puri. Ma saremmo meno in grado di affrontare le sfide di un ambiente che è stato sempre (e sarà sempre) in mutamento. 

È stata proprio la nostra impurità, ineluttabile, sistemica e fondamentalmente umana, a darci la capacità di fare ciò che non era mai stato fatto prima, di fare dei salti creativi: questo vale per le nostre funzioni biologiche, per le malattie a cui resistiamo e per i cibi che impariamo a digerire. Ma anche per il pensiero, la cultura e la politica. L’incontro di persone di diverse provenienze, con idee diverse, permette di fare dei passi in avanti. La democrazia costituzionale così come oggi viene praticata nel mondo deve molto agli Stati Uniti, al Regno Unito e alla Francia, ma deve molto anche agli antichi greci e agli arabi che svilupparono e diffusero il pensiero greco in Europa, dove gli antichi greci erano stati ormai dimenticati. L’aeroplano fu inventato in America, ma la fisica, la matematica e l’ingegneria che lo resero possibile venivano dall’Europa, dal Nordafrica, dall’India, dalla Cina, dallo scontro e dall’incontro di conoscenze di tutta l’umanità. 

Pensiamo al jazz. All’influenza dell’Asia e dell’Africa sulla cucina europea e viceversa. Ai mori di Don Chisciotte. Agli stranieri della Silicon Valley. Alla rivoluzione verde. Alle ricerche d’avanguardia nella medicina. Tutte queste cose non nascono dalla purezza, da persone simili l’una all’altra nell’aspetto e nella discendenza. Nascono quando l’umanità si mischia. 

I cambiamenti climatici, la migrazione di massa, l’aumento della disuguaglianza. Nessuno dei problemi più urgenti e scottanti con cui si confronta oggi l’umanità ha una risposta semplice. Come specie, dobbiamo immaginare un nuovo approccio creativo, un salto in avanti a cui ancora non abbiamo pensato. Ma anche se non abbiamo ancora trovato le soluzioni, dovremmo già sapere da dove arriveranno i progressi. Arriveranno dall’imbastardimento. Da un’impurità profonda. Da persone e da idee che rischiano di essere represse ed emarginate in un’epoca ossessionata dalla purezza. 

Siamo tutti impuri. Ma siccome molti negano la propria impurità, chi è più esplicitamente impuro ha bisogno di alleati. Uno dei nostri alleati più importanti è la letteratura: leggere e scrivere. Quando leggiamo un libro da soli, succede qualcosa di strano e profondo. Ce ne stiamo per conto nostro. Siamo noi stessi. Eppure accogliamo al nostro interno i pensieri di un’altra persona: lo scrittore. Ci trasformiamo in qualcosa di manifestamente impuro. Un essere con dentro i pensieri di un altro essere. 

Durante la lettura il lettore sperimenta una condivisione della propria coscienza che confonde le barriere faticosamente costruite dell’io. La possibilità stessa della lettura, il fatto che esista, che un essere umano riesca a sperimentare una cosa del genere, i pensieri di un altro nello stesso spazio fisico, quello spazio profondo dove risiedono i pensieri stessi del lettore – e che oltretutto il lettore sia attratto da questa esperienza, la cerchi e la desideri – ci ricorda che l’impurità è un elemento essenziale di ciò che siamo. L’impurità ci chiama, in modo perentorio, come il mare richiama a sé un organismo che si è evoluto per vivere sulla terra ma che ricrea il mare dentro di sé e forma un ventre d’acqua ogni volta che concepisce un bambino. 

La scrittura e la lettura, come il sesso, sono una commistione. La letteratura è la pratica dell’impurità. Le parole scritte possono esprimere la richiesta e la giustificazione della purezza, ma il fatto stesso che siano scritte e lette significa che sono, per loro natura, impure: magari pudiche, ma ineluttabilmente invischiate in un’orgia. La scrittura non può che ricordarci la forza dell’impurità, anche quando le parole scritte sostengono il contrario. 

Quindi sì, la scrittura è uno degli alleati più importanti degli impuri. La scrittura sta dalla parte della mescolanza da cui dipende la nostra capacità futura di prosperare come specie, dell’imbastardimento che ha prodotto ciascuno di noi come individuo. Un imbastardimento che, se riconosciuto, ci permetterà di accettarci per le creature composite e disordinate, fertili e sfaccettate che siamo, e non per le entità congelate, sterili e monocromatiche che facciamo finta di essere perché ce lo ha detto qualcuno (per me, ovviamente, che forse sono più bastardo di molti altri, la scrittura è diventata uno stile di vita, lo stile della mia vita, perché non so immaginare in che modo una vita come la mia potesse farne a meno). 

È facile identificare lo scrittore come un agente dell’impurità. E quindi non mi sorprende, e non dovrebbe sorprendere nessuno, che le forze della purezza abbiano identificato nella scrittura e negli scrittori l’oggetto della loro repressione. 

Le repressioni non avvengono nel vuoto. Per ognuna c’è un contesto. Ogni singola impurità è identificata come dannosa, offensiva per un sistema di valori, o per una vagheggiata coesione, o per il futuro economico, o per il benessere delle future generazioni. A quel punto si sceglie la modalità della repressione. Può essere legale, come per esempio la legge sulla diffamazione nel Regno Unito o quelle sulla lesa maestà in Thailandia, o le leggi sulla sicurezza nazionale o sulla segretezza negli Stati Uniti. Oppure extralegale, come i rapimenti per mano dei cartelli della droga in Messico, o il proclama di un religioso in Pakistan, o la pallottola di un assassino, in qualsiasi luogo e in qualsiasi epoca. 

La repressione non si presenta quasi mai come il tentativo di eliminare la libertà di opinione in generale. Il problema non mai è il gregge, ma l’agnello. Non il banco, ma la sardina. È sempre il singolo caso di impurità, che si è spinto troppo oltre e che ora può e deve essere eliminato, inghiottito in un sol boccone e fatto sparire per sempre dalla vista. 

A causa di questa impietosa specificità c’è una sorta di dispersione, anche tra coloro che cercano di difendere gli impuri e fanno gli scrittori. Ho osservato spesso questa tendenza. Si manifesta come un’attenzione esclusiva alle minacce per le impurità che ci piacciono, per quelle forme di opinione che noi stessi tendiamo ad apprezzare. In Europa, per esempio, è la minaccia dei musulmani violenti nei confronti delle opinioni percepite come anti-islamiche. Ma per quanto questa minaccia sia reale e pericolosa (anche se molto più concreta per gli scrittori in Asia e in Africa che in Europa), non è l’unica. Anzi, non è nemmeno la più grande o la più significativa, per numero di scrittori coinvolti e per danno complessivo procurato. In tutto il mondo i pericoli per gli scrittori vengono dai criminali, da chi detiene il potere nella società e dal governo, molto più che dai terroristi musulmani. 

Concentrandoci su una forma di repressione e ignorando le altre, quindi, rischiamo di brandire l’indignazione come un’arma, anziché come uno scudo. Di non dare valore all’impurità della scrittura, e di aprire un nuovo fronte nella battaglia tra le purezze. 

Quando elogiamo gli scrittori per il loro coraggio, dobbiamo anche chiederci se ci sono scrittori il cui coraggio consiste nel tenere testa non agli altri, ma a noi. Scrittori che non combattono i mostri esterni, di cui si parla sempre, ma i mostri interni, quelli che preferiamo non vedere. Scrittori che mettono in discussione le nostre amate nazioni, le nostre forze armate, le nostre frontiere, le nostre distinzioni razziali, i nostri clan, i nostri valori. 

Ci sono tanti tipi di eroe, o piuttosto tanti modi di usarli. Ci sono eroi che ci ispirano. Ma ci sono anche eroi che ci ricordano quanto siamo cattivi, specchi impuri che ci sbattono in faccia le false purezze che nascondiamo. Molti di questi scrittori, comprensibilmente, non vengono celebrati. Ma se non li tuteliamo, rischiamo di perdere insieme a loro la possibilità del meglio che c’è in noi, di quell’impurità redentrice di cui avremo tanto bisogno nei tempi a venire. 

Mohsin Hamid 

è uno scrittore pachistano. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Exit west (Einaudi 2017). Questo articolo è uscito sul Guardian con il titolo In the land of the pure no one is pure enough

Questo articolo è uscito sul numero di Internazionale del 2/8 marzo 2018 • Numero 1245 • Anno 25 

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