Prime dieci pagine

Ricordi di una colonia del 1959 di Giorgio Buono

Redazione

LA PARTENZA
Che dire della colonia ? Nulla o poco.
Oggi ho 66 anni e forse il ricordo e’ stato dilavato dall’acqua del tempo ma credo che non si tratti solo del naturale diluirsi dei ricordi, perche’ a dirla tutta, a me la colonia non e’ mai andata troppo a genio, non mi e’ mai piaciuta, non mi divertivo e la accettavo solo in quanto scelta, probabilmente per la mia salute, dalla famiglia.
Tuttavia, a questa eta’ si comincia a guardare ai ricordi, belli o meno che siano, sempre con una piccola nota di nostalgia, se non altro perche’ aumentano via via nel tempo e ti fanno capire che sempre di piu’ ti stai allontanando dall’infanzia e dalla giovinezza.
I miei ricordi si riferiscono alla struttura di Calambrone , Tirrenia, dove sono stato per due estati consecutive, credo negli anni 1959 e 1960, allora avevo 8 e 9 anni.
Partivo da Torino in quanto figlio di un vigile del fuoco in servizio presso il comando provinciale della citta’ e che allora era ancora denominato “ 83° “.
Nel giorno indicato ci si ritrovava tutti in via Magenta, a pochi isolati dalla stazione ferroviaria di Porta Nuova; mi sembra di ricordare che ci si riunisse presso i locali della Reale Societa’ Ginnastica di Torino, ai piu’ nota come “la MAGENTA”, palestra storica e ancora oggi uno dei simboli della Torino ottocentesca, dove pare avesse fatto ginnastica anche Edmondo De Amicis.
Palestra molto conosciuta ai pompieri di questa citta’ che avevano all’interno del comando una bella squadra di ginnastica, della quale faro’ parte anche io anni dopo, quando inizieranno ad aprire le attivita’ ai ragazzini.
Il giorno della partenza lo ricordo come pieno di attivita’ e “importante “ perche’ si stava per affrontare un viaggio in treno, da soli, senza i genitori: non che non fossimo accompagnati; c’era sempre un vigile che ci accompagnava, pero’ eravamo soli e prendevamo il largo in quel modo per la prima volta, certamente un evento che non capitava tutti i giorni.
Si partiva e si viaggiava divertendoci con quello che piaceva ai bambini di allora; tenere la testa fuori dal finestrino e prendere tutta l’aria possibile, pero’ la seconda volta gia’ sapendo a cosa sarei andato incontro mi ero per cosi’ dire “attrezzato “, ossia avevo conservato qualche bastoncino degli stik (ora ghiaccioli) e dopo averli bagnati e deformati ad elica li avevo forati al centro ed infilati in un perno di filo di ferro creando, in pratica, una specie di girandola e durante il viaggio avevo passato, come altri che avevano avuto la mia stessa idea, molto del mio tempo con il braccio fuori dal finestrino a far girare quest’elica.
LA COLONIA
Giunti a destinazione mi pare di rammentare che ci avessero fatto salire su dei camion e ci avessero portati alla struttura, in un caso mi sembra che fossimo giunti a destinazione nel tardo pomeriggio, quando il sole stava per calare e alla tristezza che mi aveva invaso per sentirmi gia’ lontano dalla famiglia, si era assommata quella di quell’imbrunire. Ricordo il cielo rossastro e l’odore della cena tipico delle grandi mense.
La struttura era molto grande, a vetrate che allora mi parevano anch’esse molto grandi, in oggi direi che l’architettura era essenziale di quell’essenzialita’ fredda che si ritrova nelle architetture liberty o romaniche.
Noi eravamo arrivati sul retro, dalla strada, ma in realta’ la parte che poi avremmo conosciuto meglio era quella anteriore, un salone anch’esso ampiamente vetrato che mi pare fosse di forma circolare e molto alto e che aveva sul davanti in una grande porta che, discesi alcuni gradini, accedeva al cortile sterrato e pietroso.
All’interno di tale camera, dando le spalle a quest’ingresso ricordo che si dipartiva una scala addossata alla parete, ad andamento semicircolare che arrivava ai piani – o al piano – superiore, piano che, almeno io, sentivo come incombente perche’ sede della direzione e dell’infermeria.
Sempre dando le spalle all’ingresso, ai lati si aprivano due bracci dell’edificio, quello di sinistra aveva un corridoio che portava all’ala della sala da pranzo quello di destra aveva un corridoio che apriva a sinistra su bagni e sui locali doccia e sul lato opposto conduceva alle camerate dei maschi, credo due, contigue.
Queste le ricordo molto ampie e con moltissimi letti disposti in file a testate contrapposte, ognuno abbinato ad un tavolino da notte, di quelli metallici, smaltati, tipo ospedale.
Mi pare che le camerate delle ragazze fossero in un’ulteriore ala della struttura laterale, parallela e non collegata con quella dei maschi ma accessibile dall’esterno, le due strutture erano separate tra loro da una sorta di piccolo cortile erboso e pietroso nel quale venivamo portati il pomeriggio quando le giornate non permettevano di andare in spiaggia.
Per me la cosa era di una noia mortale anche perche’ non ricordo vi fossero elementi per giocare, giostre scivoli o altro, tutto puntava sulla capacita’ del singolo di socializzare e per i piu’ piccoli e timidi come me era un problema.
Della sala da pranzo ricordo solo che i tavoli erano disposti intorno alle pareti e con una fila di panche ai due lati.
Per quanto riguarda la merenda, che ci veniva data dopo il riposo pomeridiano, la stessa era distribuita nell’androne centrale, quello circolare, dove passavamo tutti in fila; talvolta si trattava di una brioche altre volte di pane e di una marmellata solida,
a mattoccino, di quelle che allora produceva una nota ditta, incartate con il cellophan e che sulla parte superiore portavano incollata una bustina che conteneva un francobollo da collezione.
Poi si usciva sul cortile dove c’era l’asta per l’alza e ammaina bandiera; rito che si svolgeva ogni giorno, mi pare con il sottofondo dell’inno nazionale.
I momenti della giornata li ricordo, ma forse confondo, scanditi dal suono di una sirena.
Un suono odioso e lugubre anche perche’ forse emesso da una sirena antiaerea recuperata e montata sul frontale esterno del corpo centrale dell’edificio. Suono che udiro’ nuovamente una decina d’anni dopo quando da vigile ausiliario mi trovero’ per il periodo di addestramento alle scuole centrali antincendi di Roma- Capannelle.
LA GIORNATA
Ho gia’ fatto cenno ad alcuni momenti di vita quotidiana ma la maggior parte del tempo mi pare lo si trascorresse in spiaggia accedendo alla stessa attraverso un camminamento in assito che, dal fondo del cortile, circa all’altezza dell’asta della bandiera superava una sorta di duna sabbiosa e ricca di vegetazione di macchia.
Sulla spiaggia ricordo posizionate due strutture a tettoia, in legno, coperte di canne, per dare ombra.
Erano poste sui due settori della spiaggia, quello di sinistra era riservato ai maschi mentre quello di destra era riservato alle femmine.
Si era sempre assistiti dalle “maestre “ che ci accompagnavano anche in acqua dove mi pare di ricordare fosse presente anche un bagnino, ma non saprei dire quanti bagni facessimo ogni giorno nella zona di balneazione che era delimitata da paletti e corde.
Ricordo pero’ bene il costume che ci era stato dato e che oggi posso definire Fantozziano, in maglia, probabilmente di lana, che in acqua perdeva ogni forma e come una spugna secca diventava magicamente di due taglie piu’ grande, e tratteneva l’acqua per ore, tanto che nel tentativo di farlo asciugare alcuni di noi lo impanavano nella sabbia sperando che questa assorbisse un poco l’acqua.
La spiaggia era sabbiosa e ricoperta da una striscia di vegetazione mediterranea tipica che ai lati ed oltre confine delimitato della colonia era molto piu’ vasta e sopravanzava ancora per qualche decina di metri. Spiaggia esterna che peraltro non risultava molto frequentata.
La curiosita’ mi aveva spinto con altri ad avvicinarmi alle recinzioni sui due lati e mi pare di ricordare dei cartelli infissi tra la vegetazione, oltre il nostro perimetro, che avvisavano perentoriamente di camminare sui sentieri tracciati in quanto vi era il pericolo di mine.
In quel periodo si trovavano ancora residuati bellici inesplosi, retaggio di una guerra che si era conclusa da poco piu’ di un decennio: e in quelle zone si era combattuto.
GIOCHI
In spiaggia probabilmente si giocava, anche se non ricordo a cosa, mi sovviene che alcuni, a cui i genitori avevano lasciato una piccola somma di denaro, potevano acquistare qualche gioco da un venditore che si faceva vivo di tanto in tanto; sempre chiedendo il permesso e l’assistenza delle maestre alle quali i soldi erano stati dati in deposito all’inizio della vacanza.
Forse si potevano acquistare anche dolciumi.
Un gioco che veniva acquistato da molti era una sorta di aeroplano in celluloide, dalla fusoliera rossa e dalle ali gialle inserite su bacchettine di ferro, che venivano mosse dal vento e giravano su loro stesse vorticosamente facendo un rumore simile a quello di una cartolina tra i raggi della bicicletta (gioco allora molto in uso) e permettendo all’aereo di alzarsi , trattenuto da un filo , come un aquilone.
Non so se sia mai riuscito ad averne uno, ma ricordo l’invidia per chi lo aveva.
Dalla stessa fonte ci si riforniva poi anche di piccoli regali da portare a casa per i genitori: io, ad esempio, avevo acquistato per mio padre un piccolo coltellino a serramanico a doppia lama (una grande e una piccola) veramente brutto, che per ironia della sorte ho ritrovato di recente semi arrugginito; ma che ora conservo con cura forse perche’ permeato di quei ricordi addolciti e romantici dei quali ho parlato all’inizio.
Devo dire che pero’ tra i tanti ricordi sbiaditi uno e’ particolarmente vivo e presente.
Quello del PIROLO.
Poche storie, da bambini i giochi o ci sono o li si inventa e cosi’ era stato per il pirolo, che ci aveva coinvolto tutti, ma proprio tutti.
Non so da chi fosse nata l’idea ma di certo aveva funzionato alla grande ed era stata subito un’epidemia. In pratica qualcuno aveva realizzato un gioco da spiaggia costituito da un semplice ferretto occhiellato ad una delle estremita’ .
Ognuno se lo autoproduceva prendendo, da non so dove, del filo di ferrro formandolo secondo la necessaria previsione.
Questa sorta di succhiello veniva usato afferandolo dall’occhiello e, come se fosse un coltello, veniva lanciato con un movimento del polso su delle forme di sabbia appositamente predisposte cercando di andare a colpire in sequenza e nel modo piu’ preciso possibile, determinati punti della sagoma stessa, la parte finale della partita era la piu’ difficile perche’ i lanci si facevano piu’ complicati in quanto avvenivano in piedi.
Il triste era quando ci si giocava il pirolo stesso, poiche’ perdendo la partita si perdeva anche lo strumento di gioco e si era costretti ad andare alla ricerca di altro fil di ferro.
E poi un pirolo non valeva l’altro, alcuni andavano veramente bene e non sbagliavi un colpo, altri, magari, erano tutti storti e non riuscivano a centrare i punti giusti del bersaglio.
Un’altra cosa che mi pare di ricordare era la produzione delle faccine in corteccia di pino; ma questo avveniva solo quando, causa il maltempo, venivamo, di rado, portati sul retro della colonia, in pratica dove eravamo entrati con i camion che ci avevano portati.
Li’ vi erano dei pini la cui corteccia si squamava e cadeva a terra, ricordo che veniva raccolta e sfregata sui muri per darle la forma desiderata, solitamente quella di una faccina, che era la piu’ facile da realizzare, e lavorata magari proprio con il pirolo per fare occhi e bocca (tre fori), poi la si conservava per portarla a casa ai genitori.
Tuttavia, una delle due estati, una delle maestre, non ricordo se proprio la mia, ci aveva chiesto se volevamo imparare ad intrecciare il vimini, avevamo aderito tutti con entusiasmo e lei si era procurata il materiale e ci aveva dato gli insegnamenti necessari: avevamo passato molte giornate a fare quel lavoro e mi ero divertito.
IL DENTIFRICIO
Un aneddoto certamente particolare e’ quello del dentifricio: alcuni di noi erano partiti con qualche “dolcino” al seguito, che pero’ doveva durare per l’intera vacanza.
Questi ultimi al nostro arrivo venivano pero’ ritirati dalla direzione e ci venivano distribuiti nell’arco di tutto il periodo di soggiorno.
Tra le cose piu’ portate vi erano le scatole di biscotti , il cioccolato e le caramelle.
Ovviamente erano dati solo al legittimo proprietario e chi non ne aveva o non ne aveva piu’ stava a guardare, ma anche qui la fantasia infantile metteva una toppa a quella che ci appariva come un’inaccettabile ingiustizia.
Perche’ se anche le famiglie non ci avevano fornito di caramelle qualcosa di buono c’era; il dentifricio!
La sera prima di coricarsi era divenuto uso spremere un poco di dentifricio sul vetro della maschera subacquea e fare lo scambio, anche perche’ il proprio lo si conosceva e la menta e’ sempre menta, ma alcuni erano piu’ fortunati perche’ avevano il dentifricio alla clorofilla (molto ambito) o ad altri gusti che pure non erano ancora cosi’ tanti quanti ne troviamo oggi.
Questo pero’ creava un disguido ” di mercato” perche’ coloro che offrivano clorofilla ricevevano molte richieste e finivano rapidamente il dentifricio, ed erano ripagati solo con menta mentre per gli altri scambiare menta per menta non valeva la pena.
E quindi …scorpacciate di fluoro o di “gardol” magica, mitica quanto inesistente sostanza contenuta nel dentifricio Colgate, come si leggeva dal treno ogni volta che ci si fermava in stazione dove era sempre esposto il relativo cartello pubblicitario.
SAGGIO DI FINE VACANZA
Ad ogni fine vacanza si dava conclusione attraverso un saggio, uno spettacolino che ci entusiasmava sia perche’ ci intratteneva sia, almeno nel mio caso, perche’ preannunciava l’imminente ritorno a casa.
Una volta venne fatto all’aperto sotto i pini, un’altra volta venne fatto al chiuso in sala mensa.
C’erano canti e non ricordo che altro, ma quel che ricordo e’ che due sorelle, carine e abbastanza alte erano state impegnate ad interpretare due geishe con tanto di ombrellini di carta e vestiti, forse di carta anch’essi.
VIAGGIO DI RITORNO
Infine si ritornava ed il viaggio di ritorno lo si viveva allo stesso modo dell’andata, a finestrino aperto e con le eliche in mano.
Ricordo anche che mi avevano insegnato una canzoncina che cantavamo alla partenza e che faceva pressappoco cosi:
“macchinista macchinista metti l’olio
metti l’olio agli stantuffi
di Tirrenia noi siam stuffi*
a Torino volgiamo tornar”
(*Licenza poetica)
E si tornava.

 

Giorgio Buono

Leave a reply

MEMORIE di una vecchietta perbene

Insyriated: no alla guerra

17 aprile 2018

Rubrica rampante

Me lo compri?

13 aprile 2018

MEMORIE di una vecchietta perbene

L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio

2 aprile 2018

Scarabocchi di scuola

“Gli ultimi studenti” di Gabriella Racanati

Chi si autopubblica diventa cieco?

Confessioni di una scrittrice comica 3: l’idolo letterario

30 marzo 2018

MEMORIE di una vecchietta perbene

La forma dell’acqua

14 marzo 2018