Prime dieci pagine
Mariel Giolito

Lo scorso 7 aprile 2018 un attacco chimico in Siria ha ucciso più di 40 persone, compresi alcuni bambini, il bombardamento non si fermava, il puzzo di gas al cloro impestava nell’aria, ma i Caschi Bianchi erano là.
I Caschi Bianchi (o White Helmets) in Siria sono persone comuni, sarti, insegnanti, panettieri, disarmati e neutrali. Eppure rischiano tutto per fare quello che non fa nessun altro: precipitarsi nelle case bombardate e salvare la vita di chi è intrappolato: 114mila e 431 vite fino a oggi
Poco dopo le 3 di notte tra venerdì e sabato 14 aprile 2018 Stati Uniti, Francia e Regno Unito hanno attaccato tre obiettivi militari in Siria, legati alla produzione di armi chimiche del regime del presidente Bahar al Assad. L’attacco, ampiamente anticipato nei giorni scorsi, è stato una ritorsione per il l’attacco chimico compiuto a Douma, a est di Damasco, lo scorso 7 aprile, per il quale è stato accusato proprio il governo siriano.
Dal 2011 la guerra civile causa alla popolazione siriana sofferenze indicibili. Sia le forze di sicurezza che i gruppi “ribelli” hanno condotto diverse operazioni su larga scala, sfociate in esecuzioni di massa, uccisioni, arresti, rapimenti e torture.

Il film “Insyriated” del regista belga Phipippe Van Leeuw, presentato al festival di Berlino 2017 racconta, senza nessuna retorica, una giornata da un’alba alla seguente, le vicende di una famiglia che vive barricata in un appartamento di Damasco, mentre all’esterno infuria il conflitto.
Emerge di frequente l’uso espressivo dei rumori: gli spari, le bombe, i colpi alla porta, il vetro rotto, il pianto del bambino, le urla…il risultato è la creazione di un fuori campo incombente, vivo e minaccioso.
Le prime immagini del cortile del palazzo ridotto in macerie chiariscono subito l’intenzione di realismo del regista, il primo piano sull’anziano (Husam Chadat) dallo sguardo stanco, affacciato alla finestra, avvia la rappresentazione della guerra che si combatte ogni giorno in casa.
Non è possibile uscire, a meno che non si voglia rischiare la morte. Damasco è irriconoscibile da dietro le pesanti tende color senape del salone.
In una casa vissuta come un “bunker” è rimasta una sola famiglia che sopravvive reclusa al secondo piano: il nonno con la nuora Oum Yazzan (Hiam Abbass), tre nipoti di cui due femmine, un amico di una delle nipoti, la fedele cameriera Dehlani (Juliette Navis) e una giovane coppia con il neonato, Halima (Diamand Abou Abboud) e Samir, ospiti temporanei.
Il film narra i movimenti di queste persone nell’arco delle ventiquattro ore, asserragliate in quest’appartamento con le finestre e le tende chiuse e le porte sprangate, tra bombe, furti e spari.
Oum Yazzan è una vera resistente, nella vita ha conquistato la proprietà di una casa che non vuole assolutamente lasciare. Ha una grande forza che le viene anche dal dover essere protettiva nei confronti dei figli, ma è anche una ferrea educatrice. È sicuramente una donna borghese, una signora abituata a organizzare, gestire e comandare, che possiede una casa ben arredata e piena di libri, e una cameriera a cui fa spolverare e lavare per terra, con le macerie fuori e senza più l’acqua corrente in casa.
Autore anche della sceneggiatura, Van Leeuw si concentra dunque sulle difficoltà, le sofferenze e le ansie quotidiane di alcuni civili la cui esistenza, nell’arco delle circa ventiquattro ore della narrazione, è costantemente in pericolo. E lo fa tratteggiando dei personaggi assai credibili e sviluppando in maniera molto convincente la relazione tra di loro: si pensi soprattutto allo sfaccettato e complesso rapporto che viene ad instaurarsi tra le due donne protagoniste, ottimamente portate in scena dalla grande attrice palestinese Hiam Abbas e dalla intensa giovane interprete libanese Diamand Bou Abboud.
La regia di Van Leeuw, misurata e vivace, traboccante di mezze figure e primi piani, lascia che siano i volti e i gesti degli attori a raccontare una famiglia siriana in tempo di guerra, tormentata da tragici eventi e gravosi dilemmi nella linearità del quotidiano.
Volti che soltanto davanti a uno specchio (in due occasioni) perdono la loro fissità di maschere e ritrovano una dimensione espressiva autentica, che sia rabbia o dolore
La forza della narrazione, che addensa tensioni e conflitti delimitati dalle pareti dell’appartamento, si allenta nel finale.
È dunque dalla speranza in un futuro “ordinario”, che i personaggi traggono la forza e la capacità di adattamento necessarie per affrontare un presente turbato dall’eccezionalità della guerra.
Intenzionalmente estraneo alle polemiche partigiane e da colorazioni politiche, “Insyriated” esplora insomma l’elemento fondante di ogni società civile – la famiglia – allo scopo di indagare il rapporto fra guerra e quotidianità in una prospettiva equilibrata ed empatica, rivolta, come ha dichiarato il regista, “au coeur de l’humain”.

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