Prime dieci pagine

L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio

Mariel Giolito

“Concedere all’intelligenza una vita naturale è l’essenza della libertà, per quel che riguarda il pensiero”. Haruki Murakami
Era un po’ di tempo che non leggevo Murakami e una mia amica, con cui condividiamo tanti libri, mi ha imprestato “L’incolore Tazari Tsukuri e i suoi anni di pellegrinaggio”. Le sono davvero molto grata perchè sin dalle prime pagine ne sono stata catturata e la curiosità mi ha spinto, fino alla fine, a non voler mai interrompere la lettura.
A Tagoya abitano cinque ragazzi, tre maschi e due femmine, che tra i sedici e i vent’anni vivono la più perfetta e pura delle amicizie. La particolarità di questo gruppo è che ognuno di loro, nei propri nomi, contiene un colore. Tutti trane Tsukuru che, a causa di ciò, è denominato incolore.
Tutto funziona bene fino al secondo anno di università, ma a un certo punto Tazaki Tsukuru riceve una telefonata dagli amici nella quali gli comunicano che non deve più cercarli senza alcuna spiegazione.
Da quel giorno non li vedrà mai più: non ci saranno mai più ore e ore passate a parlare di tutto e a confidarsi ogni cosa, mai più pomeriggi ad ascoltare la splendida Shiro suonare Liszt, mai più Tsukuru avrà qualcuno di cui potersi fidare.
Il dolore è cosí lacerante che nel cuore del ragazzo si spalanca un abisso che solo il desiderio di morire è in grado di colmare. Dopo sei mesi trascorsi praticamente senza mangiare né uscire di casa, nelle tenebre di un’infelicità senza desideri, Tzukuru torna faticosamente alla vita ma scopre di essere cambiato.
Non solo nel fisico – più magro, dai lineamenti più duri e taglienti – ma anche e soprattutto nell’animo.
Ancora oggi, quando ormai ha trentasei anni, continua a vivere con l’ombra di quel rifiuto che lo accompagna sempre.
Tazaki Tsukuru ha “una sola passione: le stazioni ferroviarie”.
Su questa passione imposta lo studio, la professione e il luogo in cui vivere, infatti, costruisce stazioni: il movimento, il viaggio, il pellegrinaggio, che implica crescita e conoscenza, spesso ha inizio e finisce in una stazione e a volte il momento della partenza è chiaro, ma la meta può restare ignota.
L’incontro con Sara, che intuisce l’inquietudine nascosta dietro l’apparente ordinarietà di Tsukuru, sarà l’occasione per rispondere a quelle domande che per sedici anni l’hanno ossessionato ma che non ha mai avuto il coraggio di affrontare.
Tsukuru racconta a Sara la sua storia, cercando di farle capire cosa lo univa al gruppo dei suoi amici.
È proprio questa donna a spingerlo alla ricerca della motivazione del rifiuto. Tsukuru riesce a trovare delle risposte incontrando uno per uno gli amici di un tempo e scoprendo così la causa dell’allontanamento da questa intensa amicizia.
Un viaggio introspettivo fatto dal protagonista, nell’intento di trovare una spiegazione a questo evento traumatico, che fino alle pagine finali, dipinge un personaggio cupo, incapace di accettare i suoi limiti e le sue angosce.
Il richiamo costante alla musica di Murakami è molto importante ed in questo caso la composizione di Listz denominata appunto “anni di pellegrinaggio”, rimanda a quelli che, metaforicamente, sta compiendo Tsukuru, per raggiungere la verità e capirne le motivazioni.
Una caratteristica tipica dell’autore è il finale: come in ogni suo libro, è il lettore a dover interpretare cosa succederà …
“Tsukuro chiuse gli occhi, voleva dormire. L’ultimo barlume della sua coscienza venne inghiottito in fondo alla notte, prese velocità diventando sempre più piccolo finchè sparì, come l’ultimo treno che si allontana dai binari. Rimase soltanto il suono del vento fra le betulle del bosco.”

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