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Margherita Candellero

Un viaggio può essere raccontato secondo la cronologia del percorso stabilito dal programma di visite oppure partendo da un ideale fulcro a cui ricondurre luoghi, immagini, storie, emozioni, ricordi, suggestioni….

Per parlare del recente viaggio in Grecia, condiviso con cari amici di svariate peregrinazioni, ho scelto come centro attorno al quale dipanare il filo del nostro itinerario Delfi, il luogo sacro dove gli antichi si recavano per interrogare la Pizia, seduta sul suo tripode e avvolta dai vapori che uscivano dal terreno all’interno della cella sotterranea del tempio di Apollo. I suoi vaticini erano tenuti in gran conto al punto da condizionare guerre, conquiste, decisioni di re.

Lo stesso Erodoto dimostra una grande stima nei confronti dell’oracolo di Delfi, come possiamo leggere nelle sue STORIE. I vaticini, sempre formulati in modo oscuro e nebuloso, pare  avessero un assoluto fondo di verità che, interpretato, illuminava sul percorso da seguire e sulle scelte da intraprendere. Creso, re dei Lidi, aveva accolto con molto rispetto le parole della Pizia espresse in esametri che indicavano a distanza dove il re si trovasse e cosa stesse facendo :”Io conosco il numero dei grani di sabbia e le dimensioni del mare; io intendo il sordo-muto e odo la voce di colui che non parla. Ai miei sensi è giunto l’odore di una testuggine dal duro guscio, che sta bollendo nel rame con carni di agnello; rame è sotto di essa disteso e di rame è rivestita.” Per mettere alla prova l’oracolo il re aveva infatti escogitato una trovata impossibile da indovinare o anche solo da supporre: tagliati a pezzi una testuggine e un agnello, li aveva messi a bollire in un recipiente di rame, ponendovi sopra un coperchio, esso pure di rame. (Erodoto I,47)

Come uomini di oggi si tende ad ammirare Delfi per la grande bellezza e la storia del sito, ma, forse, a sorridere sui racconti legati alla Pizia. Man mano che ci si avvicina al cuore del luogo si è però colti da una sorta di spaesamento e da una sensazione di a-temporalità. A tratti ci si sente sprofondare in un tempo che è di allora, ma è anche nostro, un tempo che ci è sconosciuto, ma che ci appartiene per la forza della sapienza che il luogo raccoglieva, conservava, sapeva trasmettere.

Io penso che per visitare i “tesori” dell’antica Grecia sia necessario e  bello lasciarsi sedurre da questa sensazione che a Delfi si respira ovunque. Mi riferisco anche alle meraviglie contenute nel suo museo, in particolare alla statua bronzea dell’auriga con i suoi penetranti occhi il cui sguardo ti segue mentre ti allontani dalla sala dove è collocato e che ti ammalia.

Con l’emozione per la grandezza della sapienza racchiusa nei siti archeologici della Grecia dipano il filo del viaggio verso il Peloponneso, paese di antico mistero, in cui la natura e le opere dell’uomo sembrano compenetrarsi, dove l’aria e la luce amplificano lo spazio verso un senso di infinito.

In questa terra fuori dal tempo i tramonti, nel punto assoluto del passaggio del sole all’occaso, hanno una bellezza che trascende il paesaggio, che tocca le corde dell’assoluto, suscitando meraviglia, stupore, quasi sbalordimento per l’impressione di insondabile e  di arcano che comunicano.

Qui abbiamo visitato Olimpia, dove regolarmente ogni quattro anni dal 776 a.C. al 277 dell’era volgare si tenevano  giochi (gare di corsa, di lotta, di pugilato, di lancio del giavellotto e del disco…) in occasione dei quali ogni ostilità era sospesa. L’idea venne ripresa nel 1896 dal diplomatico francese Pierre de Coubertin che diede inizio alla  scadenza quadriennale delle moderne Olimpiadi. Far parlare i resti della palestra nella quale si allenavano gli atleti, del laboratorio di Fidia, dove il grandissimo scultore lavorò alla statua crisoelefantina (cioè d’oro e avorio) di Zeus, annoverata tra le sette meraviglie del mondo, dello stadio dove si svolgevano i giochi alimenta e scatena la fantasia del viaggiatore rievocando antiche conoscenze storiche a volte sopite.

Dalla verde Olimpia alla brulla Micene il percorso è abbastanza breve. Le rovine di Micene, uno dei più antichi centri d’origine della civiltà occidentale, conservano il mito di Agamennone e della sua tragica fine architettata dalla moglie Clitemnestra.  All’interno delle mura si penetra attraverso la porta dei Leoni, uno  dei primi esempi noti di scultura in pietra. Nelle vicinanze di questa porta alla fine dell’ottocento furono portate alla luce le tombe reali dall’archeologo tedesco Heinrich Schliemann, che solo qualche anno prima aveva individuato in Asia Minore il sito della leggendaria Troia. Camminando tra queste pietre si percepisce l’impercettibile confine tra “storia”, perseguita con determinazione dai ricercatori e dagli studiosi e “leggenda”, che rimanda il fascino dei personaggi omerici. E’ qui e sarà anche al Museo Nazionale di Atene che avremo modo di ammirare la famosa “maschera aurea di Agamennone”, questo prezioso oggetto che ci fa conoscere i tratti del volto di un personaggio altrettanto famoso, forse mai esistito. Se a Micene si trovi l’originale o la copia rimane nell’aura dei misteri che avvolgono il sito.

La bellezza dei luoghi si assapora appieno quando la si può cogliere nella luce migliore della giornata. Siamo arrivati al teatro di Epidauro in un tardo pomeriggio, poco prima del tramonto, nel momento a mio giudizio più adatto per respirarne il senso profondo. La luce del giorno che va a smorzarsi sulle gradinate da 14 mila posti dalla classica forma a ventaglio ricavata sul fianco di un monte e la voce sussurrata da chi si trova al centro della cavea perfettamente circolare rimandata da un’acustica incredibile sugli spalti suscitano la suggestione della magia creatrice del rito del teatro.

Questo luogo è perfetto per accogliere ora come allora spettacoli che attraversano secoli e millenni continuando a parlare a chi è attratto e affascinato dal gioco e dall’incanto delle mitiche storie rappresentate.

Lasciamo il Peloponneso per avvicinarci ad Atene con una inevitabile quanto gradita tappa a Capo Sounion, il punto più meridionale della penisola dell’Attica affacciato sul Mar Egeo.

Arroccato su un promontorio roccioso, in uno straordinario paesaggio senza tempo, ci appare il tempio di Poseidon, mitico dio del mare. Le 15 colonne doriche rimaste  testimoniano della grandiosità di questo sacro edificio risalente al V secolo a.C. Una di queste colonne conserva l’iscrizione autografa lasciata dal poeta inglese Lord Byron, eroe dell’epoca romantica innamorato della Grecia.

Nell’assaporare la bellezza di questo luogo che abbiamo avuto la fortuna di vedere in un mattino luminoso e terso, è tornata nel racconto di chi ci accompagnava la storia del Mar Egeo, chiamato così perché da quelle rocce scoscese il mitico re di Atene Egeo si gettò in acqua, disperato alla vista delle vele nere di ritorno dall’isola di Creta credendo che il figlio Teseo fosse stato sconfitto dal Minotauro.

La terra dell’Attica, come tutta la Grecia, è ricca dei miti che l’hanno plasmata. Il tempio di Poseidon a capo Sunion rimanda la nostra attenzione all’acropoli di Atene, all’imponente Partenone dedicato alla dea Atena, patrona della città cui la dea donava infiniti privilegi e la difendeva dal male. Sembra che la decisione degli dei dell’Olimpo di assegnare ad Atena il patrocinio della città sia dipeso da un litigio tra lei e Poseidone, entrambi desiderosi del ruolo.

Infine si accordarono di offrirle un dono. Chi avrebbe offerto il dono migliore per la città l’avrebbe fatta diventare sua. Poseidone picchiò il tridente al suolo e subito sgorgò l’acqua, mentre Atena gettò un seme accanto ai segni del tridente e saltò fuori il primo ulivo del mondo. Gli dei giudicanti considerarono il dono della dea il più prezioso, perché l’acqua esisteva già e donarono la vittoria ad Atena. A Poseidone fu eretto il tempio sul mare come risarcimento della sconfitta.

Proprio sull’Acropoli, ai piedi del Partenone, che ci fa sentire piccoli di fronte alla sua imponenza e alla sua storia, verso l’ora del tramonto – ancora uno spettacolare tramonto greco – raccogliamo le fila del nostro appassionante viaggio mentre una luce quasi trasparente sottolinea il bianco della città che si stende ai nostri piedi.

L’unico pensiero che mi anima in questo momento è il desiderio di tornare per riprendere il filo appena dipanato lungo le vie percorse in questi giorni.

 

 

 

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