Prime dieci pagine
Margherita Candellero

Il libro NON LEGARE IL CUORE  di Farian Sabahi, appena pubblicato a maggio dalla casa editrice Solferino, reca in copertina un interessante sottotitolo: La mia storia persiana tra due Paesi e tre religioni.  Dispiaciuta di non aver assistito alla presentazione fatta con l’autrice al Salone del Libro di Torino, ho però avuto la fortuna di trovarmi tra le mani una copia con dedica autentica che recita: “Per qualche giorno sarete ospiti di una famiglia mista: la mia famiglia”.

Una delle citazioni a capo del libro, dedicato al figlio Atesh, riporta le parole di Giambattista Vico “Paion traversie/ eppure sono opportunità”, a cui si aggiunge un detto, presumibilmente persiano, “Qualsiasi cosa capiti è bene accetta”.

Con queste suggestioni  l’autrice ci introduce nel  racconto, una sorta di percorso a ritroso nella storia della sua famiglia mista, complessa, alla ricerca delle sue radici genealogiche, ma anche e, soprattutto, spirituali.

Questo testo, non un romanzo, anche se si legge quasi come un libro di avventure capace di affascinare il lettore,  può essere definito un memoir che raccoglie e cerca di comporre pezzi di storie appartenenti al mondo composito nel quale si è trovata a vivere l’autrice.

Farian, figlia di Taher, musulmano sciita di Teheran e di Enrica, cattolica di Alessandria, è frutto di uno dei rari matrimoni misti negli anni Sessanta in Italia.

Inizia così il racconto di due famiglie lontane per storia, cultura, collocazione geografica, intrecciate da questa unione e da questa nascita. Farian fa parlare le varie voci che lei ritrova in se stessa, che si amalgamano in una storia di popoli, di parole persiane e di dialetto piemontese.

Lei stessa si definisce con un termine persiano do ragheh, “due vene”, una “mezzosangue”. “Convivo con frammenti di storie, pezzi che cerco poco alla volta di mettere insieme. In tante occasioni sono stata definita <musulmana> o <iraniana>, senza aver modo di ribattere che non sono quelle etichette a definirmi. E’ tutta la vita che cerco di appartenere a un luogo e non ci riesco. Ormai, a cinquant’anni, ho compreso che sono e resterò straniera.”

Taher, il padre, iraniano, nasce da genitori originari dell’Azerbaigian, costretti all’esilio all’inizio del secolo scorso dalla Rivoluzione bolscevica. Venuto in Italia all’inizio degli anni sessanta per studiare medicina, lasciandosi alle spalle un Iran ancora governato dallo scià Reza Pahlavi che sarà poi travolto dalla  Rivoluzione islamica del 1979 messa in atto dall’ayatollah Khomeini, arriverà in Piemonte dove conosce Enrica, nata e cresciuta nel Monferrato.

La bambina che nasce dalla loro unione viene chiamata Farian, nome scelto nel Libro dei nomi che Taher aveva chiesto alla sua famiglia di inviargli da Teheran, perché “voleva fare le cose per bene”. Quel nome piaceva alla mamma, perché vuol dire “sogno che viene di notte”. Farian però ha anche un nome italiano, Carla, impostole dalla nonna Tere, che, all’insaputa di tutti, decide di battezzare la nipote nella cappella dell’ospedale di Alessandria subito dopo la sua nascita. Quel gesto segnerà e condizionerà per sempre la vita di Farian.

In realtà i genitori non le imporranno mai una religione o l’altra, lasciandola libera di scegliere la sua strada, ma lei si troverà sempre oscillante tra fedi diverse a cui tendere di volta in volta: “Per anni mi sono sentita sospesa, come su un ponte tibetano: ero in mezzo, ma non potevo starci per sempre, sentivo la necessità di conoscere cosa ci fosse a un’estremità e all’altra.”

Da una parte l’infanzia e l’adolescenza vissute ad Alessandria in un contesto piemontese benpensante e classista, in una famiglia borghese, che, pur senza imposizioni, la guida a frequentare l’ambiente cattolico della città. Dall’altra parte la famiglia paterna, benestante a sua volta, a Teheran, città che Farian frequenta fin da bambina, dove  impara a riconoscere la preghiera del muezzin e le festività del calendario solare preislamico, come il capodanno persiano nowruz che si rifà alla religione monoteista preesistente, lo zoroastrismo, ancora profondamente radicato nella cultura persiana.

Nel racconto di questi due mondi lontani tra di loro spiccano le figure delle due nonne. Di nonna Tere già qualcosa si è detto a proposito del battesimo fatto somministrare alla nipote in un momento di distrazione del padre Taher. Nonna Mariam è la nonna paterna che vive a Teheran, ormai anziana e costretta in un  letto sistemato vicino alla porta d’ingresso della grande sala, punto di raccolta di tutta la grande famiglia. “Dietro quell’aria sottomessa, da donna semplice, apparentemente vittima del sistema patriarcale, si celava una personalità forte e per certi versi manipolatrice, che aveva imposto le sue scelte ai figli e ai  nipoti….. decidendo così i destini altrui. Come Teresina, la mia nonna materna.”

Farian cerca per tutta la vita di dare senso ad una appartenenza, sente il bisogno di trovare un luogo, una collocazione. Si rasserena quando diventa madre, alla nascita di Atesh. Da quel momento le cose sembrano più chiare, a partire dalla scelta del nome del bambino. Atesh in arabo significa “assetato d’amore e di scienza”, “fuoco, fonte di calore e di luce, di vita e di crescita” in persiano e in turco: è quindi un nome aperto a più possibilità, a più esperienze.

Con la maternità si ripropone la questione religiosa: verso quale fede indirizzare l’educazione religiosa di Atesh la porta a immaginare la fede come “una casa con molte stanze, in una di queste c’è spazio anche per il dubbio.” E sul dubbio fonda il suo credere: “In fondo al cuore credo di essere hanif, un concetto complesso che si può semplificare così: monoteista al di là delle religioni.

Come lo era Maometto prima della Rivelazione. Come lo erano Mosé, Abramo e gli altri Profeti prima di lui.”

 

Il libro racconta la storia di Farian, che rilegge la sua vita attraverso le vicende della sua famiglia e cerca di ricomporle come parti di un puzzle o magari  di un tappeto, simbolo della cultura persiana. Il tappeto nella sua magica composizione di figure e di colori restituisce un senso, forse quello che l’autrice ci dice di cercare da sempre all’interno della sua complessa vita a più voci. Sui tappeti del negozio dei suoi genitori giocava Farian da piccola; ora, a 50 anni, prenderà in consegna l’attività del padre, mercante e studioso di tappeti conosciuto e apprezzato in tutto il mondo. Tessere un tappeto significa comporre e riordinare storie come ricompongono storie e danno senso le parole. “Trovo patria nella parola” scrive Farian verso la conclusione del suo racconto. E le parole prese in prestito da Rumi, poeta mistico di origine persiana del XIII secolo, sono quelle che compaiono nel titolo del libro e ne distillano il sapore:

“Non legare il cuore a nessuna dimora, perché soffrirai quando te la strapperanno via. E poiché tante dimore hai attraversato, da quando eri goccia fino ad ora, prendile alla leggera, e leggermente le potrai lasciare.”

 

 

Di Farian Sabahi abbiamo conosciuto alcuni tratti della sua storia. Ora è giusto dare alcune informazioni sulla sua attività di scrittrice. E’ autrice di saggi sull’Iran, di reportage, di reading teatrali e ha realizzato cortometraggi come I bambini a Teheran. Docente di Relazioni internazionali del Medio Oriente presso l’Università della Valle d’Aosta è giornalista professionista e scrive per il <Corriere della Sera >, <Io donna >  e <il manifesto >. E’ stata insignita di vari premi: Premio Amalfi sezione Mediterraneo nel 2010, Premio Torino Libera intitolato a Valdo Fusi nel 2011, Premio giornalistico “Con gli occhi di una donna” nel 2016.

 

 

 

 

 

 

 

 

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