Prime dieci pagine
Mariel Giolito

Parigi a piedi nudi è la commedia del belga Dominique Abel e la canadese Fiona Gordon, uniti nel cinema e nella vita, che si sono incontrati proprio a Parigi negli anni ’80 per amore del circo. Sceneggiatori, attori, registi e prima di tutto comici dalla cifra artistica fresca e intrigante, molto fisica e giocosa.
Fiona (Fiona Gordon) ha sempre voluto vedere Parigi. A spronarla a partire, dopo una preoccupante lettera, è la zia Martha (Emmanuelle Riva), rimasta sola nella capitale francese e bisognosa dell’aiuto della nipote. Ma al suo arrivo in terra straniera Fiona si ritroverà completamente sola senza sapere che fine abbia fatto la zia Martha.
Si lascerà aiutare dall’inventivo clochard Dom (Dominique Abel) per addentrarsi nella città e cercare qualche traccia della donna, un incontro curioso iniziato con delle incomprensioni che finirà per diventare qualcosa di più.
Fiona cade in acqua, nella Senna e altrove, scala la torre Eiffel, inseguita ovunque dal romantico attaccabrighe.
I loro personaggi hanno una presenza quasi irreale, le loro silhouette filiformi, tendono sempre verso la danza e si allacciano ad un certo momento del film, in un tango elastico e indimenticabile su un bateau-mouche.
La loro Parigi è un luogo dell’anima, piena di angoli sentimentali nascosti e di memorie, una Parigi a misura di Trenet o Bècaud, con quella tenda sotto la Statua della libertà in miniatura dove vive di allegri stenti il clochard galante, vanitoso e appiccicoso.
Fiona, la zitella bibliotecaria dai capelli rossi col suo stentato francese e Dom, l’eloquente clochard un po’ ladro, ma galante e impeccabile danseur, sono due bizzarri outsider destinati a vivere la loro storia in vari luoghi della città: l’Isola dei Cigni con la replica della Statua della Libertà, il Quartiere Latino, il cimitero del Pére-Lachaise. i ponti sulla Senna e le sue banchine, fino alla torre Eiffel, dove si arrampicano in una bella sequenza alla Buster Keaton.
Si incontrano, si perdono, si ritrovano.
A distinguere i protagonisti dai loro alti modelli comici è il fatto di affrontare temi seri come l’amore, il sesso, la vecchiaia e la morte, filo conduttore di una storia che si dipana tra una gag e l’altra, ridicolizzando i rituali sociali che li accompagnano.
È esemplare in questo senso tutta la sequenza al cimitero, a partire dall’eloquente orazione funebre di Dom: le parole che ricordano le doti e i lati positivi del caro estinto vengono ribaltate in un’invettiva improvvisata, che potrebbe essere adatta a chiunque, un crescendo irresistibile che nessuno interrompe se non per osservare, alla fine dell’appassionato e furioso discorso, che non si conosce mai veramente qualcuno.
Un gioco spontaneo, una ricerca dove c’è una gioia artistica contagiosa: come nella grandiosa scena del balletto tra Emmanuelle Riva (qui alla sua ultima interpretazione) e Pierre Richard dove sono inquadrati soltanto i piedi. Il corpo e gli occhi diventano il linguaggio principale, dove la loro reazione alle avversità è prima di tutto fisica.
Ci sono gli omaggi al cinema muto, evidenti nella ripetizione della gag (il tuffo nella Senna), la musica che trasforma Parigi a piedi nudi quasi in uno spettacolo itinerante, un film che scalda il cuore e trasmette una grande gioia di vivere.

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