Prime dieci pagine
Emanuela Zoia

Qualche mese fa ho fatto un viaggio in Patagonia, anzi, nella Terra del Fuoco e nella Patagonia del Sud. Viaggio di quelli che sogni per anni e che, quando sei lì, non ti sembra vero. Sensazioni simili a quando, un po’ di anni fa, sono stata nel deserto e potevo permettermi di dormire in tenda e di aspettare il sole del mattino dietro le dune…
Un’altra storia, ma certo i paesaggi così potenti e così diversi dai nostri rinviano continuamente gli uni agli altri, un po’ come succede per i quadri, o per i libri, e i rimandi agli uni e agli altri tessono il filo della memoria e danno un senso allo stare qui ed ora.
E dunque la Patagonia, terra di distese immense, ghiacciai, laghi e montagne dai nomi mitici, spesso italiani: il Perito Moreno (il ghiacciaio più famoso), le cime del Fitzroy e del Cerro Torre, lo stretto di Magellano, il parco del Paine… Ma anche il ghiacciaio Spegazzini (un botanico), il lago Fagnano (un salesiano), il monte Sella, il monte Biella, il monte Aosta, il monte Novara, il parco nazionale Alberto De Agostini.
Perché gli italiani ci sono stati, eccome, in queste terre così lontane e, nel nostro immaginario, così difficili da raggiungere.
Tra i tanti libri che raccontano la Patagonia ho scelto di portare con me “Il cacciatore di ombre” di Tito Barbini, ed Aska. Per tante ragioni, perché me l’ha consigliato un amico, per il titolo affascinante, per quello che ho saputo dell’autore, che sento un po’ vicino per l’esperienza politica e per la scelta di viaggiare… con le dovute differenze, naturalmente.
Nel Cacciatore di ombre Tito Barbini ci propone di viaggiare in Patagonia avendo in mente (e cercando in qualche modo le tracce) di un personaggio particolare, un salesiano dal nome importante, prima di tutto perché fratello di De Agostini, di cui ognuno di coloro che hanno insegnato o è stato a scuola fino a non molti anni fa, ricorda le carte geografiche.
Il personaggio è Alberto Maria De Agostini, fratello minore di quel Giovanni che fonda a Roma, nel 1901, l’Istituto Geografico De Agostini di Novara.
Alberto Maria De Agostini nasce a Pollone, sulla montagna biellese, il 2 novembre 1883.
“Bisogna andarci, sulle montagne biellesi, per comprendere meglio l’attrazione di Alberto per la Patagonia”, scrive Tito Barbini. Confermo: ci sono stata da poco e sono affascinanti. “Sono le Alpi biellesi, Alpi ingiustamente dimenticate, con le vie ferrate che ricamano un sorprendente drappo di granito rosso simile a quello della Torri del Paine, reticolo di sentieri selvaggi”.
Mi attira subito questo personaggio, credo perché la mia memoria va immediatamente alle carte geografiche che hanno popolato i miei anni di scuola. Quelle della De Agostini di Novara, naturalmente.
Ci siamo cresciuti con quelle carte geografiche davanti, che ti davano un’idea del mondo quando ancora per gran parte dei bambini della mia generazione il mondo era così grande e così lontano.
È strano oggi (per me, ancora) aprire l’I pad e guardare qualunque punto del mondo attraverso Google Maps.
È una cosa meravigliosa certamente, ma chiunque viaggi sa la differenza tra guardare da lontano ed essere nella situazione, essere con il tuo corpo e i tuoi sensi in un luogo.
Poi, la meraviglia del guardare una carta geografica, di immaginare quel luogo attraverso i simboli mi sembra ancora uno degli aspetti più belli della scoperta del mondo, oltre che fondamentali in certe situazioni. Pensate a quando si va in montagna, se non avessimo le carte…
Eppure, la geografia oggi a scuola è davvero una delle materie più bistrattate.
Alberto Maria De Agostini è stato capace di scoprire un territorio e di fare lui stesso le mappe che mancavano alla conoscenza di quei luoghi. “Esploratore, alpinista, cartografo, grande antropologo, marinaio che ha sfidato Capo Horn. Ma soprattutto uomo, che ha riconosciuta e fatto sua l’umanità degli indios. Questo misconosciuto salesiano ha scalato montagne, scoperto ghiacciai, percorso migliaia di chilometri a piedi per documentare la geografia degli ultimi lembi del mondo, salvato dall’oblio la vita di interi popoli che sono rimasti almeno nelle sue quarantamila fotografie.”

Alcune fotografie di padre Alberto Maria De Agostini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Queste sono alcune delle meravigliose foto che ho trovato (i rimandi provocano rimandi) nel libro originale di Alberto Maria De Agostini “I miei viaggi nella terra del fuoco”, edizione Sei del 1934. Se non ci fossero queste foto non avremmo alcuna documentazione del popolo degli Ona, una delle tre stirpi che ha abitato queste terre fini a pochi anni fa.

“Gli Alacaluf, gli Yagan e gli Ona sono le tre stirpi in cui sono stati classificati gli indigeni. Gli Acaluf ed i Yagan vivono nelle terre occidentali ed australi dell’arcipelago fueghino; i primi a nord dello stretto di Magellano, i secondi occupano il canale Beagle è tutto l’intricato sistema di isole sparse a Sud del medesimo. Gli Ona – chiamati anche Indi a piedi, per distinguerli dai Yagan ed Alacaluf che vivono continuamente nel mare con le loro canoe – hanno sede nell’Isola Grande della Terra del Fuoco”.

Il libro di De Agostini ci racconta come queste popolazioni furono sistematicamente sterminate, in particolare dalle spedizioni argentine della fine dell’800, quando si immaginò che la Terra del fuoco potesse essere sfruttata e vi si potesse trovare oro. 

“Gli indigeni, per quella legge della moderna civiltà che fa prevalere il diritto del più forte, furono ben presto obbligati a cedere il terreno ai nuovi conquistatori ed abbandonare per sempre quelle terre natie…

Gli atti di sevizie e di crudeltà che si compirono dacché gli uomini bianchi penetrarono cola’ contribuendo così grandemente alla rapida estinzione di una razza innocua e vigorosa, passeranno ai posteri come una macchia vergognosa della civiltà “

Furono i religiosi (i nostri salesiani ma anche la chiesa anglicana) a tentare di salvare i pochi indigeni rimasti, monsignor Giuseppe Fagnano (quello del Lago) in prima fila. Ma quello che non fecero le persecuzioni lo fece il contatto con i popoli “civilizzati” che avevano invaso le loro terre, da cui contrassero malattie per loro esiziali (morbillo, raffreddore, tubercolosi…) ed un cambiamento dell’alimentazione a cui non reggevano. 

Insomma, la storia si ripete. E lascia il segno.

Non c’è punto della Patagonia (di quella che ho visto io, almeno) che non sia recintata. Si, delimitata da interminabili recinti che corrono con te lungo la strada, la mitica ruta 40 e le sue deviazioni. È impressionante perché non c’è nulla intorno, eppure tutto è recintato. Mentre si attraversa la ruta 40 o la ruta 3, senza incontrare quasi nessuno tranne i guanachi (specie di lama), oltre i recinti immagini (perché non le vedi) le Estacie, le fattorie dove si allevano le pecore. Ma tutto appartiene ad altri, ai grandi proprietari (i Benetton, ad esempio) che hanno acquistato la terra dai governi argentino e cileno per poche “lire”. 

“Da quanto appurato da A.Kipphan e D. Enz nel loro “Tierras S.A. Cronica de un pais rematado” (Aguilar, 2006), 45 milioni e mezzo di ettari delle migliori terre coltivabili del paese sono state vendute o stavano per esserlo a investitori stranieri… La liquidazione è stata effettuata soprattutto durante la presidenza del discusso Carlos Menem, che autorizzò vendite per 1.773.000 ettari: 272.000 dei quali ai Benetton, che resta il maggior “terrateniente” dell’Argentina. Ma ci sono anche Ted Turner, fondatore della CNN e marito di Jane Fonda, Silvester Stallone, il calciatore Gabriel Batistuta… In totale l’1,3% dei “terratenientes” è padrone del 43% dell’Argentina” (da Patagonia, Centro di documentazione La Bottega del Caffè letterario, Viaggi e avventure nel Mondo). Questo, nelle carte geografiche, non c’è. Non c’è la sofferenza dei popoli che hanno abitato queste terre prima dei “civilizzatori”. La vita faticosissima degli esploratori, ma anche dei cercatori d’oro o di foche, o anche dei più recenti alpinisti. Per questo ci sono i libri, quelli di Coloane, di Chatwin, di Sepulveda, anche di Bonatti. E di padre Alberto De Agostini.

Ma guardare le carte geografiche, prima e dopo il viaggio, confrontarle con la tua immagine dei luoghi e con le carte antiche, be’ , forse vale ancora la pena di riproporlo, anche a scuola.

Così, per gioco, vi propongo il confronto con la carta di quei luoghi di padre De Agostini e di due carte attuali.

 

 

 

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