Prime dieci pagine
Margherita Candellero

Nel bel libro di Antonio Tabucchi “Requiem” (Feltrinelli) leggo una pagina che mi sembra ben rappresentare la fascinazione che il Portogallo, da poco visitato con i miei amici viaggiatori, ha suscitato in me e continua ad incantarmi. “La notte è calda, la notte è lunga, la notte è magnifica per ascoltare storie, disse l’uomo che venne a sedermisi di fianco sul muro del piedistallo della statua di Don José. Era davvero una notte magnifica, di luna piena, calda e tenera, con qualcosa di sensuale e di magico, nella piazza quasi non c’erano macchine, la città era come ferma, la gente doveva essere rimasta alle spiagge e sarebbe tornata tardi, il Terreiro do Paço era solitario, un traghetto fischiò prima di partire, le uniche luci che si vedevano sul Tago erano le sue, tutto era immobile come in un incantamento, io guardai verso il mio interlocutore, era un vagabondo magro con scarpe da tennis e una maglietta gialla, aveva la barba lunga ed era quasi calvo, avrà avuto la mia età o poco di più, anche lui guardò verso di me ed alzò il braccio in un gesto teatrale. Questa è la luna dei poeti, disse, dei poeti e dei fabulatori, questa è una notte ideale per ascoltare storie, per raccontarle anche, non vuole ascoltare una storia?”
Siamo a Lisbona, in una calda serata d’estate e in queste poche righe è riassunta la magia di questa terra. Siamo nel cuore di Lisbona, nella Praça do Comércio, conosciuta anche come Terreiro do Paço, dove la statua equestre di Don José ( re del Portogallo negli anni in cui la città fu travolta da un immane terremoto nel 1755) troneggia rivolta verso il Tago che apre il suo estuario all’oceano su cui si imbarcarono i grandi navigatori come Vasco de Gama, primo a doppiare il capo di Buona Speranza e ad aprire il passaggio verso le Indie.
Qui storia e paesaggio si intrecciano con il fiabesco, la poesia e il sogno. Il vagabondo che parla con il narratore del racconto è un venditore di storie, che vende le storie che si inventa “perché abbiamo sempre bisogno di una storia, anche quando sembra di no.”
Le storie e i sogni danno la loro impronta surreale, fantasmatica, fiabesca a questa terra affacciata sull’oceano Atlantico….
Nel nostro viaggio in Portogallo Lisbona è stata il punto di arrivo, la meta di un lungo percorso iniziato nella città di Porto alla foce del Douro, con le sue sponde ricoperte di vigneti terrazzati che abbiamo apprezzato risalendo a ritroso la valle in cui si produce uno dei vini più conosciuti, il Porto, nelle sue varie qualità in una delle giornate più calde dell’estate lusitana.
Questa città, che ci accoglie in Portogallo, mi rimane nel ricordo per la sua luminosità e i suoi colori, i colori delle case, piastrellate con i bianchi e gli azzurri degli azulejos, che ricamano le vie assieme ai balconi in ferro battuto con volute di tutte le fogge.
Le tappe del viaggio sono molte e su ognuna dovrei soffermarmi per fermare almeno un’inquadratura, una fotografia. A vol d’oiseau ripenso a Braga, città di cultura e di preghiera, con la sua importante università e le sue chiese, dove in uno scatto ho fermato un arcobaleno che attraversava gli zampilli della fontana in Praça da República; a Guimarăes, dove nel 1109 nacque il regno del Portogallo, ho ascoltato con piacere la musica di un violino e di un violoncello suonati da due giovani fanciulle nello spiazzo davanti al castello, mentre la guida ci raccontava la storia di Afonso Heriquez prima conte e poi primo re, dopo che ebbe la meglio sulle truppe inviategli contro dalla madre Teresa di León.
Coimbra è la città universitaria per eccellenza. Mentre si visitano gli interni di questo imponente, severo, prestigioso edificio che ha racchiuso nei secoli tanta cultura, mi torna alla mente il racconto del periodo degli studi di Pereira: “Il mare era freddissimo, in quelle spiagge del Nord, ma lui era capace di nuotare per delle mattine intere, mentre i suoi compagni di università, tutti infreddoliti, lo aspettavano sulla spiaggia. Poi si rivestivano, indossavano una giacca elegante e si recavano al club a giocare a biliardo. La gente li ammirava e il maȋtre li accoglieva dicendo: ecco gli studenti di Coimbra! E dava loro il miglior biliardo.” (A. Tabucchi SOSTIENE PEREIRA Feltrinelli). Coimbra si è fatta sentire anche per la sua parte medievale fatta a sali e scendi, con le sue viuzze faticose da percorrere, per i molti gradini, per l’acciottolato irregolare, piuttosto ripide che collegano la città universitaria alla parte bassa, cresciuta verso la riva destra del fiume Mondego, centro di negozi, ideale per il passeggio dove artisti di strada rallegrano i passanti con le loro proposte giocose.
Suggestiva tra distese di querce da sughero, lecci, eucalipti, ulivi ci appare Marvão, cittadella fortificata su uno sperone di roccia, racchiusa da mura. L’abbiamo raggiunta dalla “carretera”, una lunga strada in parte alberata, di cui anche José Saramago parla nel suo libro:VIAGGIO IN PORTOGALLO.
Dall’interno del borgo medievale si raggiunge la sommità del castello, o di quel che del castello rimane e nella piccola corte, tra i camminamenti di ronda, compare un negozietto con un atelier di pittura di una matura signora danese che propone deliziose piccole tele e cartoline di scorci, di scene del quotidiano, di vita contadina. Ci affascina un poster di quattro donne non giovani, sedute su un muretto, intente a chiacchierare piacevolmente tra di loro.
A Tomar siamo entrati nel misterioso e possente convento dei Templari. Per coglierne la grandiosità e la storia leggiamo le parole di José Saramago: “Il Convento di Tomar è il portale, è il coro manuelino, è la charola, è la grande finestra, è il chiostro.(…) Fra tutto, quello che più colpisce il viaggiatore è la charola, per l’antichità, certo, per l’esotica forma ottagonale di questa sorta di tempietto, senza dubbio, ma soprattutto perché si vede una perfetta espressione plastica del santuario, luogo segreto, accessibile ma non esposto, punto centrale e focolaio intorno al quale gravitano i fedeli e si dispongono i figuranti secondari. La charola, così concepita, è contemporaneamente sole irradiante e ombelico del mondo.” (da: VIAGGIO IN PORTOGALLO. Bompiani)
Ogni tappa, ogni sosta del nostro viaggiare rivela qualche dettaglio che sollecita la nostra immaginazione verso le strade della Storia. Ad esempio sul belvedere di Nazaré, che ci offre una meravigliosa vista delle acque dell’oceano, scopriamo una chiesetta totalmente ricoperta all’interno di azulejos dove, pare, sia sostato in preghiera Vasco de Gama prima di salpare per le Indie. Mi suggestiona l’immagine di questo gigante del mare prostrato in raccoglimento prima di affrontare l’impresa che lo consegnerà alla Storia.
La veduta dell’oceano richiama in me anche un’altra grandiosa partenza dalle terre portoghesi: quella dell’Invencibile Armada, enorme flotta voluta e messa insieme da Filippo II di Spagna che in quegli anni era diventato, per motivi dinastici, anche Filippo I del Portogallo, destinata a raggiungere e a sconfiggere le truppe di Elisabetta I d’Inghilterra di cui Filippo rivendicava la corona. Le 130 navi, ancorate sul Tago, nella primavera del 1588 si preparavano per affrontare una gloriosa vittoria, ma non avevano fatto i conti con l’intelligenza, la scaltrezza e la competenza di Francis Drake, corsaro di lungo corso che, con una flotta decisamente inferiore per tonnellaggio, uomini e cannoni, ebbe la meglio riconsegnando l’Inghilterra integra alla sua regina.
Mentre proseguiamo verso sud, alla volta di Lisbona, ci soffermiamo a Óbidos dove, nella Igreja de Santa Maria, rinascimentale, rivestita al suo interno da azulejios del ‘600, scopriamo con piacere pitture della bottega della pittrice Josefa de Óbidos. Finora avevamo sentito parlare poco di pittura portoghese e soprattutto era mancato totalmente il nome di una donna. Anche Sintra col suo Palacio sovrastato da due bianchi camini merita una visita e la nostra attenzione. Si rimane attratti soprattutto dai fantasiosi soffitti decorati con uccelli – cigni, gazze, colombe – e dalle colorate piastrelle che disegnano il profilo delle porte delle varie stanze.

L’arrivo a Lisbona è carico di aspettative e di fantasticherie. Ogni sguardo è pronto per catturare meraviglie dappertutto. Carichi di immagini, di storia, di poesia, di musica vorremmo trovare la “nostra Lisbona”, quella che ognuno di noi ha sognato e si porta nel pensiero e nelle emozioni.
Il primo impatto con la città ci ha catapultati in un affollatissimo Mosteiro dos Jerónimos de Belém, capolavoro dell’arte manuelina, che ci fatto sentire a tutti gli effetti “turisti”, mentre a noi piace definirci “viaggiatori” alla scoperta dei tesori e non solo fruitori di ciò che il mercato offre.
Abbiamo dovuto “ritrovare il passo” per conoscere la città che volevamo vedere, abbiamo dovuto camminare per le strade dell’Alfama, salire al castello dalla cattedrale, desiderare un viaggio attraverso la città sul mitico TRAM 28, andare alla ricerca della statua in bronzo di Pessoa seduto nel dehors de A Brasileira in Largo do Chiado , nel triangolo degli scrittori di Lisbona. (Al centro della piazza c’è pure l’obelisco con la statua di Luis de Camȏes, il padre della lingua portoghese). Abbiamo dovuto salire in Rua do Diário de Notícias per ammirare la bella statua del ragazzino che distribuiva i giornali ai passanti più di cento anni fa, salire sul piazzale del Cristo Re per racchiudere in un sol sguardo la città e il Ponte 25 de Abril (identico al Golden Gate di San Francisco), dedicato originariamente al dittatore Salazar. Nel nome attuale ricorda il giorno della rivoluzione democratica del 1974, la”Rivoluzione dei garofani”.
Volevamo entrare nel cuore di Lisbona attraverso le melodie del fado, quelle amate e cantate da Amália Rodrigues, che lo definiva in questo modo: “Il Fado è sapere che non si può lottare contro quello che abbiamo. E’ quello che non possiamo cambiare. E’ chiedere perché e non sapere perché. E’ non smettere di domandare e, allo stesso tempo, sapere che non c’è risposta.” (da: D’AMORE E BACCALA’ di Alessio Romano – EDT)
E la sua Casa portuguesa, ascoltata mentre cenavamo a base di baccalà accompagnato da un boccale di bianco verde, in un locale caratteristico, una sorta di tasca dove si canta il fado, accompagnerà i nostri ricordi di questo viaggio un po’ incantato.

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