Prime dieci pagine
Mariel Giolito

Quasi trent’anni dopo la realizzazione del suo capolavoro “Fa’ la cosa giusta”, Spike Lee ha diretto un altro film eccezionale “BlacKkKlansman”, basato sulla storia vera di Ron Stallworth, poliziotto afroamericano che si infiltrò nel Ku Klux Klan negli anni ’70. A maggio il film ha vinto il Grand Prix al Festival di Cannes, dove Lee ha definito il presidente Trump un “figlio di…” per essersi rifiutato di condannare i suprematisti bianchi che avevano dato il via alle violenze di Charlottesville in Virginia, inoltre racconta “…non avevo mai sentito parlare di Stallworth prima. Non conoscevo la sua storia. La gente dice che è troppo incredibile per essere vera. Ed è questo che la rende bellissima”.
Colorado, anni Settanta. Ron Stallworth entra nel Dipartimento di polizia di Denver dopo la laurea. Fra i suoi primi incarichi c’è quello di infiltrarsi ad un incontro con il leader afroamericano Black Phanters , dove Ron si imbatte in Patrice, organizzatrice dell’evento e convinta sostenitrice del movimento di auto affermazione.
Ron è un giovane aspirante detective che vorrebbe iniziare a lavorare nella polizia della città: primo poliziotto di colore in assoluto a fare il detective in quella sede. «Che cosa faresti se un collega ti chiamasse ni**er?» è una delle prime domanda che gli fanno al colloquio. Lui all’inizio è fedele alla divisa e crede nella missione democratica della polizia, ma viene spedito dal suo capo a lavorare in archivio, dove riceve insulti razzisti di ogni tipo.
La sua occasione arriva quando gli è assegnato un caso sottocopertura: deve andare, con un microfono addosso, a un incontro del sindacato degli studenti neri.
Fino a quel momento sembrava non aver prestato troppa attenzione alla propria appartenenza razziale, nè troppo valore al proprio background etnico ma, dopo questa esperienza, decide di affrontare una missione pericolosa: infiltrarsi e smascherare il Ku Klux Klan.
Per l’importantissima indagine sotto copertura, il giovane agente presto recluta un collega di maggiore esperienza, Flip Zimmerman bianco ed ebreo (Adam Driver). Insieme i due fanno squadra per abbattere l’estremistico Gruppo dell’Odio.
John David Washington (figlio di Denzel) e Adam Driver lavorano in tandem, esattamente come i loro personaggi. Uno è un afroamericano diviso tra l’interesse per i movimenti black power, l’amore per un’ardimentosa manifestante, l’altro è l’infiltrato “fisico” bianco, ebreo per nascita ma non per convinzione religiosa, costretto a spergiurare ripetutamente e a inneggiare all’Olocausto per non far saltare la propria copertura o farsi sparare in testa.
Ron è fermamente convinto che il sistema sia permeabile, specie se si opera dall’interno. La sua posizione unica lo pone a metà strada tra le Pantere Nere e la possibilità di proteggere attivamente la sua comunità dal Klan guidato da David Duke, nuova faccia ripulita e con ambizioni politiche dei brucia-crocifissi.
Un film d’epoca, un poliziesco, con momenti molto divertenti e una colonna sonora da brividi, ma è anche un atto di accusa lucido e fermo contro il razzismo dell’America e del mondo contemporaneo.
Nel finale infatti il film mostra le immagini di Charlottesville, che il regista definisce “atto di terrorismo interno”, dove una giovane donna venne travolta e uccisa dall’auto di un suprematista bianco che si era lanciato contro la manifestazione antirazzista. E il discorso politico, il raffronto tra l’allora e il preoccupante adesso diviene più che esplicito.
Con un montaggio parallelo finale che mette l’una accanto all’altro una riunione del Klan presieduta da David Duke, un vecchio ex-Repubblicano estremista di destra realmente esistente e ora ritornato in auge durante il trumpismo, e una trascinante riunione del sindacato degli studenti neri, in cui un vecchio leader interpretato da Harry Belafonte racconta il linciaggio di Jesse Washington del 1916 – uno dei casi più impressionanti di odio razziale di tutta la storia americana – il film sposta il proprio sguardo dalla vicenda romanzata degli anni Sessanta alla realtà di oggi.
Il film mescola generi e toni diversi, ha momenti leggeri e situazioni di grande tensione e poi c’è quel finale, “non volevo certo che la gente uscisse dal cinema ridendo”, dice Spike Lee.
Ma nonostate l’effetto vintage delle immagini, del jukebox visivo con tanto di copertine dei dischi, il film non blocca questa storia nel passato, i razzisti parlano con gli slogan di Donald Trump da “make the America great again” a “americans first” e ci ricordano che “quello che succede ora ha radici in quell’epoca, quando il Ku Klux Klan trovò nuova forza per contrastare i movimenti dei diritti civili”

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