Prime dieci pagine
Emanuela Zoia

Io non so nuotare. Non me l’hanno insegnato. D’altronde non sapevano nuotare neppure i miei genitori, e a maggior ragione, neppure i miei nonni e bisnonni. Siamo della razza di quelli che stanno a terra, e non per scelta, ma per nascita. Venuti al mondo e cresciuti sulle colline del Monferrato, in un mondo contadino che non richiedeva questa capacità e rifiutava ciò che appariva inutile alla sopravvivenza, noi del mare conoscevamo solo le acciughe, ma così secche e salate e consuete che il legame con l’acqua l’avevano perso da un po’ quando arrivavano nelle nostre bagne caude. Il mare molti morivano senza averlo visto, altri lo tenevano in cuore come un miraggio. Da andarci almeno una volta nella vita, magari in viaggio di nozze. Con questa faccia un po’ così di chi ha visto Genova, sì una volta , ma poi sta in fondo alla campagna (grande Paolo Conte!), noi non abbiamo imparato a nuotare. Io in verità avevo solo sette/otto anni quando vidi per la prima volta il mare e fu alle colonie estive di Andora, ma il ricordo della forte nostalgia che pativo e del regime militaresco del sistema colonia soffoca quello dell’acqua. D’altronde in un mese di soggiorno bagni ne facemmo due: ecco tutte le squadre di bambini in fila sulla spiaggia, col costume di lana o cotone ( ma punge), il bagnino col direttore che lancia il fischio, noi che rompiamo le righe e ci avviciniamo all’acqua, la sensazione nuova avvolgente e lieta di quel catino immenso che ti diventa sempre più amico, le ondine, i giochi degli spruzzi e poi il fischio del bagnino e il ritiro. Finito. Lo sentivo di notte il mare e faceva un rumore spaventoso, una minaccia incessante che mi teneva sveglia. Quando poi da grande ho cercato di farmelo amico ho subito capito che al massimo la nostra avrebbe potuto diventare una conoscenza, mai un’amicizia. Mi fa paura. E mi affascina. Mi sto impegnando anche a frequentare corsi di nuoto in piscina e qualche passettino piccolo lo sto facendo ma il problema è che, se sento di non toccare, mi piglia il panico, comincio ad annaspare e devo appigliarmi al bordo o alla tavoletta. Attimi di terrore. Gli stessi e prolungati che devono sentire i migranti quando la loro barca si inclina o si rovescia o non li contiene più. La maggior parte dei migranti non sa nuotare. E quando si mettono su una nave o un gommone lo sanno. Non è proprio uguale prendere un taxi. Le mamme mettono le maglie rosse ai loro bambini per vederli meglio. Quanti bambini con le maglie rosse ci sono in fondo al Mar Mediterraneo?

Quando avevo 13 anni i miei genitori dalla campagna si sono trasferiti a Torino. Mio padre aveva allora 47 anni e nessuna voglia di fare ciò che gli toccava di necessità. Era una domenica di novembre quando salì sulla topolino del fratello che già abitava in città e che lo avrebbe ospitato per i sei mesi di prova del nuovo lavoro di manutenzione delle strade. Era la festa del paese e lui partiva col cuore stretto. Cercò una casa per noi e noi lo seguimmo in primavera. Eravamo migranti economici. Ma lasciavamo uno stato di guerra. Quella quotidiana delle gelate, della siccità, della grandine, delle malattie delle bestie e dei cristiani, dei soldi in prestito, delle continue rinunce. Mio padre aveva fatto la guerra e aveva capito l’importanza della cultura. Voleva far studiare i suoi figli. Mi diceva: studia per te! Ma in paese c’erano solo le scuole elementari e nessun mezzo pubblico per raggiungere le scuole alte. Siamo emigrati.
I primi tempi della nostra vita a Torino, l’ho capito molto dopo, eravamo proprio un po’ selvatici. E credo che gli altri ci guardassero con sussiego. Vivevamo in una bella casetta nella zona di corso Gabetti, senza servizi igienici e con gli inquilini di sopra che ci passavano in corridoio. Ma c’era il giardino davanti e dietro e ci sentivamo ancora un po’ in campagna. Così facevamo l’orto, tenevamo cane gatto e canarini, non chiudevamo mai la porta a chiave e la sera ci sedevamo fuori sui gradini a chiacchierare, ridere forte e prendere il fresco. La gente ci guardava.
Sono entrata in una terza media mista e classista. C’era un unico banco libero vicino a una ragazza grassa e coi capelli unti che tutti escludevano. Mi hanno messa lì. Ero timidissima e abbastanza brava, la scuola di Asti mi aveva fornito un’ottima preparazione. I prof non mi consideravano ma non potevano darmi brutti voti. Divenni amica degli sfigati, quasi tutti maschi. Le ragazze erano molto curate e accudite dalle mamme che andavano a parlare alle professoresse le quali il giorno dopo le trattavano con nuova malcelata simpatia. Avevo sempre fame e poi mal di stomaco. Il dottore disse che era ulcera e mise in conto un’operazione per l’autunno. Ma dopo l’estate e le vacanze in campagna dai nonni e il primo innamoramento ero bella e guarita. Gli studi successivi furono affascinanti e facili, ma quell’esperienza di emarginazione ha fatto di me, direi necessariamente, l’insegnante dei somari. Nei miei 40 anni di insegnamento prima alle elementari e poi alle superiori ammiravo gli alunni intelligenti ma lavoravo per quelli in difficoltà e sempre, garantisco sempre, questi hanno risposto bene e a volte inaspettatamente agli stimoli.

Come tutti i migranti ci tenevamo molto a tornare in paese ben vestiti e con le ultime novità. Qualcuno aveva addirittura cambiato il dialetto e parlava “da bin” con forte inflessione torinese. Io e mio fratello no, ci sembrava un tradimento. Ma sapevamo di avere la mente più aperta e libera.
I primi soldi accumulati servirono a riparare e migliorare la casa che avevamo lasciato e che ha poi riaccolto i miei genitori e oggi me e mio marito in pensione. Non è una frase fatta quella del ritorno alle radici. Alla fine, se si può, si torna. E bene che si sta. Ma prima bisognava andare. Guai se mio padre in quella domenica di novembre avesse fatto marcia indietro. Che guaio per noi, a volte penso.
E a volte immagino: se all’altezza di Moncalieri o del Pino avessimo trovato uno sbarramento, un nucleo della polizia armata che ci chiedeva i documenti e ci diceva che non potevamo entrare? Che per noi non c’era posto?
E se lì ci fosse stato il mare? Oh no! Noi non sappiamo nuotare!

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