Prime dieci pagine
Margherita Candellero

LEONE, l’ultimo libro di Paola Mastrocola, pubblicato lo scorso ottobre da Einaudi, racconta di un bambino di questi tempi, un bambino di sei anni, che ha appena iniziato la scuola elementare. Leone vive con la mamma Katia, cassiera in un supermercato e ogni quindici giorni trascorre una serata col papà, Oscar, perché i genitori sono separati. Spesso viene parcheggiato qua e là dopo la scuola nell’attesa che la mamma, terminato il lavoro, venga a riprenderselo. Il contesto è quello di una periferia metropolitana simile a tante altre. Il Bussolo è il quartiere che un tempo era stato un paese a sé, quando la madre era piccola e ora è diventato un’appendice della grande città a cui è collegato da un lungo viale alberato pieno di nuovi caseggiati. Un luogo piuttosto anonimo dove Katia è nata, dove vive e la sua casa, proprio l’ultima prima dei prati, fa da segnale con la sua vecchia scala esterna, chiamata da tutti proprio “la casa della scala”.
Una situazione come tante. All’improvviso però succede una cosa che rende il bambino diverso da tutti gli altri. “Quel martedì di metà novembre sembrava uno dei tanti soliti martedì. (….)Davanti alle vetrine di Maria Costanza Boutique si fermava spesso, ma non era mai entrata.”
Col bambino per mano Katia entra in boutique per provarsi dei pantaloni che le piacciono molto, ma che poi non comprerà. Mentre l’aspetta, il bambino esce per strada e, quando la mamma non vedendolo nel negozio, inquieta, lo cerca, “lo ritrovò in strada, due metri davanti a lei, sul marciapiede, inginocchiato sul gradino, la testa china, le mani giunte. Pregava. Era chiarissimo che pregava. Lì, in mezzo alla strada, davanti alla vetrina di Maria Costanza, la boutique più bella del Bussolo, con tutta la gente che passava, i tram, le auto, i venditori di caldarroste, i lavavetri armati di sapone liquido, le bici sfreccianti contromano e le luci intermittenti degli alberelli di Natale, suo figlio Leone, inginocchiato sul marciapiede – eccolo il masso -, stava pregando.”
La scena sconcerta la madre, che, disorientata, si sente imbarazzata, colpevole. Ma di cosa? A cosa è dovuto il comportamento del bambino? Perché fa così? Le preghiere che recita sono quelle della chiesa cattolica: Padre Nostro, Ave Maria, Angelo di Dio, Credo. La madre è confusa. Lei non è credente come non lo è neppure il padre di Leone; non hanno mai frequentato la chiesa anche se si sono sposati là. Per loro la ritualità cristiana fa parte di un passato ormai alle spalle, scomparso, privo di senso. Però il figlio prega. E prega nei posti più disparati, per strada, al cinema, per le scale, in bagno, in ogni dove. La mamma, spiazzata, si interroga, coinvolge l’ex marito, coinvolge le colleghe e le amiche per trovare un senso, un perché a cui non sa rispondere. In quelle preghiere recitate dal figlio, fuori da ogni sua logica, avverte un segreto, qualcosa di misterioso che la turba ma che le sfugge.
Quel suo bambino adattabile a ogni circostanza, spesso chiuso come un riccio, capace di rendersi quasi inesistente nella sua solitudine vissuta a casa, a scuola dove comunica poco con i compagni più vivaci e talvolta un po’ prepotenti, nelle varie case in cui viene collocato nei tempi di assenza dei genitori, con le sue preghiere sollecita l’attenzione e la preoccupazione della madre sempre di corsa, affannata e stanca nell’incalzare delle giornate tutte uguali.
La madre percepisce che attraverso il comportamento del figlio sta riaffiorando qualcosa dentro di sé, qualcosa di antico, appartenente all’infanzia che la addolcisce, la rende più sensibile, meno distratta verso di lui.
Davanti ad un’enorme coppa di gelato nella gelateria più bella del Bussolo, alla mamma che lo sente recitare il Credo e gli chiede con calma:“Chi te l’ha insegnato il Credo?” Leone, semplicemente, risponde: “Nonna.” Quella che lui chiamava Nonna Nonna, ovvero la mamma di sua mamma (la mamma di papà Oscar era invece l’Altranonna). Katia ”prese fiato e buttò fuori l’aria, per un buon mezzo minuto. Dunque era stata sua madre!” Quella nonna, morta da sei mesi, che aveva accudito il bambino dalla nascita fino alla fine della scuola materna.
Le preghiere recitate da Leone sono il prezioso lascito/dono di quella nonna che si era presa cura di lui per tanto tempo e che lui tanto amava. Con lei il bambino aveva imparato a ripetere a memoria tutte quelle parole che rivolgeva a Gesù rappresentato nella statuetta con la barba, il mantello rosso, le lucine intorno e i fiorellini, “l’altarino” che la nonna “tirava fuori” e insieme si mettevano a pregare.
Di tutto questo la mamma non si era accorta, mai. La fretta della sua vita l’aveva resa estranea a questo mondo pressoché segreto, di complicità tra nonna e nipote.
Ora a Leone in realtà mancava la compagnia attenta e tenera della nonna materna. Era stata lei a insegnargli quelle preghiere, a guidarlo in modo affettuoso e delicato verso il mondo misterioso della fede. Senza la presenza della nonna il bambino si sente solo, gli manca quell’intimità che gli dava sicurezza attraverso i riti sempre uguali e rassicuranti.
La preghiera gli permette di trovare un riferimento, un rifugio, una tranquillità che lo fa stare bene.
Gesù è un potenziale amico a cui rivolgersi per parlare nei momenti in cui sente la necessità di avere conforto, quando ha bisogno di sostegno e di certezze.
L’amore della nonna e le preghiere da lei imparate nelle lunghe ore trascorse insieme hanno costituito un perno, una forza per trovare una stabilità, un posto dove crescere al sicuro.
Al Bussolo presto si diffonde la voce che Leone è “il bambino che prega”, cosa che suscita dapprima derisione, in particolare nella scuola, chiacchiere tra la gente, fino a trasformarsi magicamente in richieste di aiuto quando molti cominciano a confidargli i loro desideri.
Ad un certo punto, a causa di una pioggia torrenziale che si sta trasformando in diluvio, attorno alle preghiere del bambino si riunirà tutta la comunità, per il bisogno di sentirsi uniti di fronte ad un imprevisto che sovrasta, ad una calamità, che fa emergere le paure più profonde in ognuno e al contempo la sensazione di un altrove, di qualcosa di più grande, del mistero che tutto avvolge.

Questo libro, bello, leggero e profondo fa molto riflettere sulla solitudine e sul disagio nei quali oggigiorno spesso vivono e crescono i bambini, sulle relazioni familiari, travolte dal ritmo frenetico delle vite di ognuno e sulla difficoltà di incontrare l’altro nella sua spiritualità.
Bellissima e ricca di significato la complicità di nonna e nipote forte di un rapporto che costruisce dalle radici il senso della vita nel bambino altrimenti indifeso e, forse, anche infelice.
La dimensione del magico, l’accettazione ingenua del mistero, che sembra sparita nella figura dei genitori, è custodita dalla nonna e trasmessa, come dono, al nipote.

Questo mi sembra il bel messaggio che l’autrice offre ai lettori aprendo una finestra sulle relazioni tra le generazioni oggi spesso difficili da ricomporre.

Paola Mastrocola, scrittrice, ma anche insegnante, ci ha spesso offerto storie che riguardano gli adolescenti che lei ben conosce attraverso gli anni di scuola. Con LEONE ci invita ad esplorare il mondo dell’infanzia, a scoprirlo da un punto di vista inusuale e a gustarlo con tenerezza e meraviglia.

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