Prime dieci pagine
Emanuela Zoia

Sarà che quando le vedi ti senti proiettato in un altro mondo, sarà per lo sbuffo che le precede e che ti dà l’idea del vulcano, sarà che si muovono – loro, così grandi – con un’eleganza assoluta, sarà che la coda – che per ultima scompare – sembra dirti ciao e ti prende un po’ in giro.
Sarà che la balena ti ricorda l’infanzia, perché è grande grande, più grande dei grandi.
Sarà che a me vengono in mente Pinocchio e Geppetto che si parlano – finalmente – quando si trovano nella pancia della balena.
Ed ecco il primo errore di prospettiva. La Balena di Pinocchio non è una balena. E’ un Pesce-cane! Certo, nel racconto è un Pesce-cane che assomiglia a una balena, a un “mostro” un po’ particolare.
“Il mostro lo aveva raggiunto: il mostro, tirando il fiato a sé, si bevve il povero burattino come avrebbe bevuto un uovo di gallina: e lo inghiottì con tanta violenza e con tanta avidità che Pinocchio, cascando giù in corpo al Pesce-cane, batté un colpo così screanzato da restarne sbalordito per un quarto d’ora” (Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio)
Certo è che la prospettiva ti si confonde, in quest’Islanda estiva in cui la notte non viene mai, giusto un cielo un po’ meno chiaro tra mezzanotte e le tre del mattino.
Terra di elfi, di maghi, di vichinghi, di leggende: ogni luogo ne racconta almeno una, e tutto sembra dire che ciò che vedi è solo una parte della realtà.
La prima occhiata al ghiacciaio Snaefellsjokull la dai dalla strada che dall’aeroporto arriva alla capitale, e subito pensi a Verne: da lì si passa per andare verso il centro della terra!
“Bene, – risposi – ma che cos’è lo Sneffels?…
“Seguimi sulla costa occidentale dell’Islanda. Vedi Reykjawik, la capitale? Risali i fiordi innumerevoli di queste rive scavate dal mare e fermati un poco al di sopra del sessantacinquesimo grado di latitudine. Che cosa vedi?
“Una specie di penisola simile ad un osso scarnito, che termina con un’enorme rotula.
“Il paragone è giusto, ragazzo mio. Ora, non vedi nulla su questa rotula?
“Sì, una montagna che sembra spuntata direttamente dal mare.
“Bene, è lo Sneffels”
(Jules Verne, Viaggio al centro della Terra, Einaudi 1989)

Peccato: il ghiacciaio il giorno dopo, quando ci passiamo accanto, è coperto di nubi, che in Islanda sembrano davvero molto basse, e si nasconde ai nostri occhi curiosi.
Chissà, forse potremmo immaginare un viaggio di ritorno da Stromboli allo Snaefellsjokull, tanto per gareggiare con Axel e con il suo irrefrenabile zio, il professor Lidenbrok!
In compenso vediamo bellissime scogliere e la ripida parete di roccia chiamata Pufubjarg, popolata da uccelli marini di tantissime specie.
“Si racconta che un tempo il diavolo avesse fatto una scommessa con Kolbeinn, il poeta del ghiacciaio. Dovevano trovarsi sulla scogliera di Pufubjarg, sotto il ghiacciaio, dove le onde del mare arrivano più alte, e lì sfidarsi in una tenzone poetica…. Chi dei due non fosse riuscito a completare la strofa iniziata dall’avversario avrebbe dovuto buttarsi giù dalla scogliera e affidarsi alla mercé dell’altro…” (Atlante leggendario delle strade d’Islanda, Iperborea)
Poi, andando verso Stykkisholmur (anche i nomi hanno qualcosa di magico, forse perché per noi impronunciabili) ci si ferma a Helgafell, posto a cui a prima vista non daresti due soldi. Ma lì, in quella collinetta, visse Gudrun, fervente cristiana (dopo che, intorno all’anno mille tutta l’Islanda si convertì al cristianesimo, per decisione dei capi). Più tardi a Helgafell fu costruito un monastero, che divenne man mano importante, fino ad essere distrutto e saccheggiato con la Riforma del XVI secolo.
“Fin dall’antichità la gente del luogo ha sempre riconosciuto grandi poteri spirituali a questa bassa montagnola… Ancora oggi è diffusa la credenza che salendo in cima a Helgafell sia possibile vedersi esauditi tre desideri. Ma con metodo: partire dalla tomba di Gudrun e salire verso la vetta; non guardarsi mai indietro né pronunciare una sola parola durante il tragitto; una volta raggiunta la cima, fermarsi ai ruderi della cappella, voltarsi verso est e formulare mentalmente i tre desideri”.
Naturalmente eseguiamo alla lettera, che non si sa mai…
E comunque dalla cima il paesaggio è incantevole, con lo sguardo che può spaziare a 360°.
Ed è un po’ questo che forse più t’incanta dell’isola, che lo sguardo può andare lontano. Un ottico un giorno mi disse che il nostro occhio è fatto per i grandi spazi, e forse non solo i nostri occhi. Forse anche la nostra anima (o il nostro cuore), che si incanta e un po’ si placa davanti ai deserti, ai ghiacciai, all’oceano, all’orizzonte aperto. Alla natura quando ti dà la dimensione della grandezza e della potenza.
In Islanda la natura è quasi primordiale. Terra di ghiacciai, di cascate, di immense distese di lava ricoperte da muschio e licheni, che regalano un po’ di verde leggerezza al nero della pietra.
“E così tutti si addormentarono nella stanza comune della fattoria ai piedi delle montagne. Fuori infuriava la tempesta, sempre più forte e rabbiosa, e tante tempeste infuriavano in tutto il mondo, accadevano tante cose. Perché quello era un angolino remoto della terra, appartato e pacifico, dove quasi solo il cielo era in guerra. E per il resto muschio e licheni vivevano la loro vita stentata sulle pietre, vita con cui il Creatore, nel corso dei secoli, trasforma in terra la pietra eruttata dai crateri, trasforma il fuoco della terra in vegetazione su cui si posa la rugiada di mezza estate, e la brina nelle notti d’autunno” (da “Il pastore d’Islanda” di Gunnar gunnarsson)
D’altra parte l’Islanda è una delle terre più giovani del pianeta: la sua formazione risale a 14 milioni di anni fa. Sembra, a noi umani, un tempo infinitamente lontano, ma la storia delle Alpi risale a 200 milioni di anni fa e le catene montuose più antiche dell’Europa si sono formate tra 600 e 200 milioni di anni fa.
L’Islanda è dunque un “laboratorio a cielo aperto” per i geologi e per gli scienziati della natura: qui si può studiare “dal vivo” come la natura sia capace di colonizzare la crosta terrestre, così come fece alle origini del nostro pianeta, circa 4 miliardi di anni fa.
Non posso non ricordare come – da insegnanti – abbiamo provato a fare tante attività per dare un qualche senso all’idea del “tempo”, un tempo così remoto, con i bambini. Di come abbiamo cercato di immaginare con loro quel formarsi della vita sulla terra che si crea da un apparente nulla.
Tra i tanti luoghi magici dell’Islanda, uno mi ha particolarmente colpito, forse più per ciò che evoca che per ciò che si vede. Il posto in cui gli Islandesi, ogni anno, si ritrovavano per l’assemblea generale, l’Alpingi. Il luogo si chiama oggi Pingvellir (ma la P iniziale è un’altra lettera – che non esiste nelle nostre tastiere! – e corrisponde più o meno al suono “TH” in inglese): dunque era qui che la gente si riuniva da tutto il paese, consolidando legami, cultura, linguaggio, nelle due settimane a cavallo tra giugno e luglio. E fu questa anche la sede legislativa e giudiziaria, dal 930 al 1264. La dominazione straniera rese inutile l’Alpingi, ma è lì che, il 17 giugno 1944, fu ufficialmente fondata la Repubblica d’Islanda.
La storia e le sue tragedie non ha risparmiato neanche questo piccolo paese, che nel corso dei secoli è passato dal dominio norvegese al comando danese e ha conosciuto carestie, pestilenze, scorrerie. E poi le eruzioni vulcaniche: il peggio si ebbe nel 1783 con l’esplosione del Laki che durò circa 8 mesi, rischiando di far evacuare definitivamente gli islandesi dall’isola. Nel 1875 il gigantesco vulcano Askja esplose, ricoprendo il paese di ceneri tossiche, decimando il bestiame e provocando nuove carestie.
Ma Thingvellir è un posto straordinario anche perché è il punto che segna la faglia, la spaccatura tra la placca nordamericana e quella euroasiatica, proprio quel confine che ha dato vita ai continenti, o meglio, a quel fenomeno chiamato la “deriva dei continenti”. Già, perché la terra come oggi la conosciamo nasce (in primis, anch’essa!) dalla frattura, dalla separazione. Sarà una metafora della nostra esistenza? Insomma, comunque sia, in questo lungo canyon dove la mitica Pangea si è spaccata è difficile non guardare le rocce e non sentire che anch’esse “parlano”, come ogni cosa sulla terra, purché si sia in grado di leggere i loro messaggi.
Ha ragione la nostra guida-geologo ad arrabbiarsi un po’ quando, arrivati alla cascata di Gullfoss (l’ennesima ma sempre irresistibile) ci lanciamo come bravi turisti a rubare i soliti milioni di scatti all’acqua che ruggisce e si pavoneggia della sua forza, mentre non ci accorgiamo della meraviglia delle rocce proprio davanti a noi che ci raccontano, nella loro struttura e nel loro ordine, molto di come si sono formate tra il ghiaccio e l’eruzione del vulcano.
E ancora: quello che scopri è che la deriva dei continenti continua: quando sei a Thingvellir la placca nordamericana ha il proprio confine della gola di Almannagja (e tu sei lì) e da qui la terra si muove verso ovest. La placca euroasiatica, invece, (dove ti troverai seguendo la strada, dall’altra parte del lago) è delimitata dalla Hrafnaja, dove il terreno si sposta verso est. Si sposta davvero: 3 cm l’anno da una parte e 3 cm dall’altra!
Insomma , l’Islanda è un po’ magica.
Ma insomma, l’avete vista la luna rossa dall’Islanda?
Ma no! La luna è nella pancia della balena!

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