Prime dieci pagine
Mariel Giolito

A Santiago del Cile, l’11 settembre 1973, con un colpo di Stato le forze armate guidate da Augusto Pinochet rovesciano il governo socialista di Salvador Allende, che muore dopo aver pronunciato alla radio le sue ultime parole: “Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!”.

Realizzato a partire da immagini d’archivio e da testimonianze, il documentario di Nanni Moretti mette l’accento sul ruolo eccezionale dell’ambasciata italiana a Santiago, che diede rifugio a centinaia di oppositori del regime, permettendo loro di raggiungere l’Italia.
Quegli stessi esuli che oggi, a 45 anni da quei tragici eventi, testimoniano il loro vissuto personale e collettivo.
Particolarmente accurata è la scelta delle persone intervistate, militanti di sinistra perseguitati dal regime e rifugiati nell’ambasciata italiana.
Le modalità con cui centinaia di persone arrivarono nella sede diplomatica furono spesso rocambolesche, le stanze si riempivano di cileni di ogni età, molti anziani e bambini, dopo la decisione autonoma dell’ambasciatore italiano di accettarli tutti.
Una vicenda, quella degli esuli di Allende in Italia, poco nota, soprattutto tra le giovani generazioni nate e cresciute durante e dopo il berlusconismo, quindi spesso in una situazione di amnesia ormai consolidata.
Moretti intervista i funzionari dell’ambasciata italiana in Cile e ovviamente tanti cileni, ex rifugiati e testimoni, residenti oggi in Italia oppure ancora in Cile. Saltavano il basso muretto di cinta – quello dell’inquadratura iniziale – dell’ambasciata e chiedevano protezione.
Oggi sono registi, come Patricio Guzmán e Miguel Littín, oppure traduttori come Rodrigo Vergara, o ancora artigiani, operai, giornalisti, imprenditori, professori. Si sentono anche le parole di Salvador Allende alla radio, le sue ultime parole: “Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori! Queste sono le mie ultime parole e sono certo che il mio sacrificio non sarà vano”.
Molti di loro sono poi rimasti in Italia, “madre generosa e solidale, dopo che il patrigno Cile ci ha respinti”. I racconti si fanno commoventi, quando la memoria rievoca una bambina lanciata oltre il muro come fosse un fagotto, un cardinale pieno di umanità, o gli occhi pieni di luce e nostalgia di chi rievoca il socialismo come un sogno diventato realtà, seppure per poco tempo.
Un’emozione che ha reso ancora più drammatica la sua fine ingiusta, violenta, con la persecuzione di un’opposizione che di fatto non era neanche organizzata o pericolosa, dopo la decisione di Allende di non reagire innescando una guerra civile.
“Io non sono imparziale”, è così che Moretti rompe una ritualità classica, fatta di interviste e materiali di repertorio con cui ha impostato il suo film, per inserire quello che appare un fuori onda, in cui uno dei due militari da lui intervistati gli dice di aver accettato di parlare perché rassicurato sulla sua presunta imparzialità.
Ma come si può essere imparziali di fronte al bombardamento dell’esercito del suo stesso palazzo presidenziale, per cacciare un governo democraticamente eletto, caso unico per un partito comunista, che aveva portato avanti una politica totalmente legittima?
Moretti si fa da parte, lo vediamo nella prima immagine di spalle, davanti alla vastità della metropoli cilena, si concede qualche firma autoreferenziale (“Io non sono imparziale”), ma i suoi controcampi di intervistatore servono soprattutto a interagire con i personaggi per creare una connessione affettuosa, trovare il giusto accordo con cui coniugare la storia pubblica con quella privata.
Moretti non ha voluto incontrare la stampa e ha rilasciato un’unica intervista a Mario Calabresi, per il settimanale Il Venerdì di Repubblica, in cui spiega i motivi per cui ha girato il documentario: «Mentre giravo me lo chiedevano spesso e non sapevo cosa rispondere. Poi finite le riprese, è diventato ministro dell’Interno Matteo Salvini e allora ho capito perché ho girato quel film. L’ho capito a posteriori».
“Santiago, Italia” è universale perché mette al centro l’umanità. È un film sull’accoglienza che, soprattutto nell’ultima parte, parla chiaramente all’Italia e all’Europa di oggi. È anche un piccolo caro diario sull’ascolto, sul valore umano del dialogo.
Racconta l’esperienza di vita di queste persone, di chi le accolse e poi le accettò offrendo loro un lavoro, facendo parlare fatti e storie, senza rabbia, evidenziando il loro sgomento e l’emozione che diventa l’emozione dello spettatore.

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